Paesaggio [VI] – Cesare Pavese

Foto di Tina Fersino

 

Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.

                                                            Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca piú dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi piú lievi.

Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può
                                              abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.

O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.

Cesare Pavese

[1935]

da “Lavorare stanca”, (1936 – 1943), in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Creazione – Cesare Pavese

Costanza Gianquinto, Hiver

 

Sono vivo e ho sorpreso nell’alba le stelle.
La compagna continua a dormire e non sa.
Dormon tutti, i compagni. La chiara giornata
mi sta innanzi piú netta dei volti sommersi.

Passa un vecchio in distanza, che va a lavorare
o a godere il mattino. Non siamo diversi,
tutti e due respiriamo lo stesso chiarore
e fumiamo tranquilli a ingannare la fame.
Anche il corpo del vecchio dev’essere schietto
e vibrante – dovrebbe esser nudo davanti al mattino.

Stamattina la vita ci scorre sull’acqua
e nel sole: c’è intorno il fulgore dell’acqua
sempre giovane, i corpi di tutti saranno scoperti.
Ci sarà il grande sole e l’asprezza del largo
e la rude stanchezza che abbatte nel sole
e l’immobilità. Ci sarà la compagna
– un segreto di corpi. Ciascuno darà una sua voce.

Non c’è voce che rompe il silenzio dell’acqua
sotto l’alba. E nemmeno qualcosa trasale
sotto il cielo. C’è solo un tepore che scioglie le stelle.
Fa tremare sentire il mattino che vibra
tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.

Cesare Pavese

[gennaio 1935]

da “Poesie del disamore”, Einaudi, Torino, 1951

La voce – Cesare Pavese

Andrew Wyeth, Incoming Fog, 1952

 

Ogni giorno il silenzio della camera sola
si richiude sul lieve sciacquío d’ogni gesto
come l’aria. Ogni giorno la breve finestra
s’apre immobile all’aria che tace. La voce
rauca e dolce non torna nel fresco silenzio.

S’apre come il respiro di chi sia per parlare
l’aria immobile, e tace. Ogni giorno è la stessa.
E la voce è la stessa, che non rompe il silenzio,
rauca e uguale per sempre nell’immobilità
del ricordo. La chiara finestra accompagna
col suo palpito breve la calma d’allora.

Ogni gesto percuote la calma d’allora.
Tornerebbero i gesti del vano dolore,
percuotendo le cose nel rombo del tempo.
Ma la voce non torna, e il susurro remoto
non increspa il ricordo. L’immobile luce
dà il suo palpito fresco. Per sempre il silenzio
tace rauco e sommesso nel ricordo d’allora.

Cesare Pavese

[23-26 marzo 1938]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Passerò per Piazza di Spagna – Cesare Pavese

Philippe Halsman, Audrey Hepburn in Rome, Italy, 1954

 

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

Cesare Pavese

[28 marzo 1950]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951