«Tu che non sai e splendi di tanta poesia» – Cesare Pavese

Edward Weston, Sibyl Anikeeff

 

Tu che non sai e splendi di tanta poesia
o donna che fiorisci sopra la mia agonia,
fa ch’io risorga un giorno.
O tu che sei passata nel crepuscolo immondo
di tutti noi e sorgi come l’alba d’un mondo
fa ch’io risorga un giorno.

Cesare Pavese

[aprile 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Passerò per Piazza di Spagna – Cesare Pavese

Philippe Halsman, Audrey Hepburn in Rome, Italy, 1954

 

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

Cesare Pavese

[28 marzo 1950]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

«Tu sei come una terra» – Cesare Pavese

Foto di Édouard Boubat

 

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.

Cesare Pavese

[29 ottobre 1945]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1952

«Ti ho sempre soltanto veduta» – Cesare Pavese

Foto di Paul Apal’kin

   

       Ti ho sempre soltanto veduta,
senza parlarti mai,
nei tuoi istanti piú belli.
     Ma ho l’anima ormai tanto tesa,
schiantata dalla tua figura,
che non trovo piú pace
al suo brivido atroce.
     E non posso parlarti,
nemmeno avvicinarmi,
ché cadrebbero tutti i miei sogni.
     Oh se tale è il tremore orribile
che ho nell’anima questa notte,
e non ti conoscerò mai,
che cosa diverrebbe il mio povero cuore
sotto l’urto del sangue,
alla sublimità di te?
     Se ora mi par di morire,
che vertigine folle,
che palpiti moribondi,
che urli di voluttà e di languore
mi darebbe la tua realtà?
     Ma io non posso parlarti,
e nemmeno avvicinarmi:
nei tuoi istanti piú belli
ti ho sempre soltanto veduta,
sempre soltanto sognata.

Cesare Pavese

[27 dicembre 1927]

da “Prima di «Lavorare stanca», 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

«Terra rossa terra nera» – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

Cesare Pavese

[27 ottobre 1945]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951