Più necessario della notte – Anna Maria Ortese

   

   Più necessario della notte, ascolti
godendo la mia pena.
Sola come le rocce che tranquille
emergono dai flutti, io prego il mare
delle tue labbra di placarmi. È giorno
senza bellezza o grido. Tu potresti
mutarmi in onda, se volessi, tu
se t’accostassi a cingermi. Reclino
il capo immaginando, ed ardo e tremo.
   Come non torni? Come non ti accoglie
questo richiamo di fanciulla? Dove
trovare la pietà, se tu che dolce
sei come il vento, non mi sfiori? Assorto,
vociferando mitemente il mare
mi lambe, e io penso le tue mani, e gemo.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Mio primo amore pallido ragazzo – Anna Maria Ortese

 

Mio primo amore, pallido ragazzo
una mattina calda: ancora ascolto
il battito del cuore nella gola,
ancora il male sento, il male-bene,
ancora nelle vene
passa il turbato ansare.
Dolore di uno sguardo
fanciullesco, piacere
che strazia di uno sguardo
indifferente sopra noi posato!
E fu breve la cosa. E presto uscita
sui verdi prati, avidamente il male-
bene pensavo, e quanto
l’avrei portato nel mio triste cuore.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Il cuore rotto… – Anna Maria Ortese

Foto di Nastya Kaletkina

 

Il cuore rotto, le braccia spalancate
Sangue liberato dalle vene
annega gli organi, nasce
una morte come un’alba
entro il freddo, sopra l’orrore
di questo vivere che fu solo notte.
Ora non mi fai più male
dolcezza vagante nel maggio!
non tremo se vedo i giovani
alberi fiorire e il mondo
coprirsi di puri colori.
Ora non mi trascini,
dolcezza, come un prigioniero
legato alla coda di un cavallo
per i tuoi paradisi! Il male
ora è bene, la tristezza
spaventosa un odore
d’erbe; la selvaggia
ansietà, il pianto:
stupore, calma. Sospiro
come le acque della notte
disperdendosi, quietandosi.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Sempre a una soglia – Anna Maria Ortese

   

   Quante volte lo vidi io questo sole
che fermo adesso sopra la collina,
va come un occhio balenando appena
prima del sonno. Ma finito odore
sale di terra intorno, di finite
foglie rossastre… Allora
ch’io lo vedevo questo sole, avevo
fili d’intorno così nuovi, foglie
verdissime lucenti. Io non capivo
bene, vedevo quella interminata
luce di fronte e mi girava in cuore
uno sgomento di dolcezza, un fiotto
di vergini parole, una posata
padronanza dei cieli. Che aspettavo?
Com’è finita? come
la dolcezza vanì della giornata
senza che le dicessi le parole
che avevo in cuore, tante? Io dunque stetti
sempre a una soglia, io sempre? Ah sì, dormivo.
   Dormivo piano e c’erano d’intorno
al mio sonno fruscii voci baleni
d’avvicinato cielo, e ad aspettare
tutto invitava mormorando. Ed io
riapersi gli occhi. Vidi qua le rosse
foglie contorte; e voci
dileguavano, il sole era disceso
nella collina, spento mi guardava.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore