«Ho aperto i miei occhi» – Pierluigi Cappello

 

Ho aperto i miei occhi
negli occhi color tempocattivo
del cielo; lassú, Donzel,
ci porterà tempesta,

tempesta e poi tempesta
sul tremolio dei fiori:
nella prima frustata
di vento sopra i verdi,

ho annusato con l’odore
delle erbe di pioggia
l’odore denso d’amore,

come se amore mi fosse
il peso intero di un cielo
sulla tenerezza di un fiore.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

∗∗∗

Il me donzel

XXVI

O ài daviert i miei vôi
tai vôi colôr trist timp
dal cîl; lassù Donzel
nus menarà tampieste

tampieste e poi tampieste
sul trimulâ dai flôrs:
inte prime sgoriade
di vint sore dai verts

o ài nasât cu l’odôr
da lis jerbis di ploie
l’odôr penç da l’amôr

come che amôr mi fos
il pês intîr di un cîl
sore il tenar di un flôr.

Parole povere – Pierluigi Cappello

 

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con un fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffè, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lí per lí uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre da livorare
ma non dicete mai venite a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

Pierluigi Cappello

da “I vostri nomi”, in “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

Le poche carte – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Le poche carte che ho con me
piegato sulle pagine da scrivere
con una calma assira da scriba
senz’altra direzione che il dolore,
un giardino che filiazioni
e filiazioni, un’umanità tutta intera
ha finito per attraversare;
le poche carte, e questi occhi
lo specchio immobile dell’iride
screziato dall’ombra delle foglie;
stare cosí, senza distanza
tra il tempo e il tempo
la mano e la mano
senza memoria
come una disperazione
o un’infanzia.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo”, Crocetti Editore, 2006

D’estate – Pierluigi Cappello

 

Ancora qui, ancora come
ancora sempre
come dove si sta;
quando comincia
il verde comincia
dove finiscono i cordoli
un breve vento trascorre
le fresche siepi in ombra
la forma del loro sostare
lo sguardo che le allontana;
fumo la sigaretta del mattino
per ricordarti aurora:
c’è un biondo di capelli che splende
come una nascita, e vola;
un seno che fa nuvola
nella camicetta bianca
tu che salutando vieni incontro
alla domenica dei miei occhi
la piana felicità di chi le cose
le vede nel persistere di cose.
È ricordarti
che pian piano ti allontana.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

Appunto – Pierluigi Cappello

 

Dal desiderarti al pensarti mia
sei rimasta tu, mentre entri e ti siedi.
La luce ti viene alle spalle dalla porta socchiusa,
il pruno lascia il suo bianco al mattino.
Cosí intonati, il bianco e il pruno
fermi nel sole, noi.

In questa maniera gli alberi parlano al cielo
l’ombra degli alberi cresce lungo le iridi
verde piú cielo
in questo modo di stare, precipitati.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010