La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

   

Dedicata alla Signora Hertha Koenig

Ma, dimmi, chi sono i girovaghi, questi appena
più fuggiaschi di noi, che urge sin da età precoce,
spreme una volontà mai soddisfatta del per chi,
per amore di chi? Anzi essa li spreme,
li piega, li stringe e li scuote,
li getta e li riafferra; come da un’aria
oleosa, più scivolosa scendono,
sul tappeto assottigliato, dal loro eterno
salto consunto, su questo perso
tappeto, al cosmo.
Posato come un medicamento, come se il cielo
di periferia avesse ferito lì la terra.
                                                      E non appena là,
diritto, qui e segnato: dello stare in piedi
di grande iniziale maiuscola…, già anche gli uomini
più forti, li fa rotolare, per scherzo, la presa
continua, come Augusto il Forte a tavola
un piatto zincato.

Oh! e attorno a questo
centro, la rosa dell’attenzione:
fiorisce e si sfoglia. Attorno a questo
pestello, il pistillo, il colpito dal proprio
polline in fiore, a frutti apparenti
contro la svogliatezza fecondati, la mai
consapevole, – scintillante la più sottile
copertura, svogliatezza il facile finto sorriso.

Ecco: il vizzo, grinzoso puntello
il vecchio che ancora tamburella,
entrato nella sua robusta pelle, come se essa avesse prima
contenuto due uomini, e uno
ora giacesse già al camposanto, e uno sopravvivesse all’altro,
sordo e a volte un poco
confuso, nella pelle vedova.

Ma il giovane, l’uomo, come fosse il figlio di una nuca
e di una monaca: vano e teso enfiato
di muscoli e ingenuità.

Oh lei,
che una pena ancora piccola,
ricevette un tempo da lui come giocattolo
in una delle lunghe convalescenze….

Tu, che con il colpo,
come solo lo conoscono i frutti, acerbo,
ogni giorno cento volte si stacca dall’albero del movimento
costruito insieme (che, più rapido dell’acqua, in pochi
minuti ha primavera, estate e autunno) –
si stacca e rotola alla fossa:
a volte, in mezza pausa, ti vuol nascere
un volto d’amore verso là per tua madre
di rado affettuosa; eppure si perde presso il tuo corpo,
che la consuma a strati, la timida
appena tentata espressione… E di nuovo
batte le mani l’uomo con la pretesa, e prima che a te
un dolore diventi più evidente nella vicinanza del cuore
sempre al trotto, a lui arriva il bruciore alle suole del piede
alla sua origine, prima con un paio
di lacrime di passione, da te subito ricacciate negli occhi.
E tuttavia, come i ciechi,
il sorriso…..

Angelo! oh prendila, coglila, l’erba medica dai piccoli fiori.
Porta un vaso, conservala! Ponila tra quelle gioie
a noi non ancora aperte; in amorosa urna
celebrala con effigie fiorita di émpito: >Subrisio Saltat.<.
       
             

        Tu poi, amorosa,
tu dalle più eccitanti gioie
muta sorvolata. Forse sono
le tue frange, felici per te –,
oppure sul giovane
seno rigonfio la verde seta metallica
si sente infinitamente viziata e di nulla si priva.
Tu,
sempre diversa su tutte le oscillanti bilance dell’equilibrio
adagiato frutto di mercato dell’imperturbabile,
in pubblico sotto le spalle.

Dove, oh dove è il luogo, – lo porto in cuore –,
dove ancora a lungo non poterono, ancora l’uno all’altro
si sottraeva, come nella monta, non di fatto
animali accoppiati; –
dove i pesi sono ancora gravi;
dove ancora invano i piatti
alla loro turbinante stadera
si avvitano…..

E d’improvviso in questo faticoso nessunluogo, d’improvviso
l’indicibile punto, dove il puro troppopoco
incomprensibilmente si trasforma –, salta
in quel vuoto troppotanto.
Dove il conto a molte cifre
senza numero svanisce.

Piazze, oh piazza a Parigi, infinita piazza della scena,
dove la modista, Madame Lamort,
avvolge ed intreccia le vie della terra
prive di pace, interminabili nastri, e da essi inventa
nuovi fiocchi, ruche, fiori, coccarde, artificiali frutti –, tutti
d’inverosimili colori, per i poco costosi
cappelli invernali del destino.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Angelo!: ci fosse un posto, che non conosciamo, e là,
su indicibile tappeto, gli amanti, che qui
mai riescono a portare fino a potere, mostrassero le ardite,
alte figure di slancio cardiaco,
le torri di piacere, le scale
che da lungo tempo poggiano dove mai fu suolo
solo una all’altra, fremendo, – e lo potessero,
agli spettatori in cerchio, innumerevoli i morti senza suono:
         getterebbero essi allora le loro ultime, sempre risparmiate,
sempre nascoste, a noi sconosciute, in eterno
valide monete della fortuna, alla coppia
infine sincera e sorridente su un placato
tappeto?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

 ∗∗∗

  Die fünfte Elegie

Frau Hertha Koenig zugeeignet

Wer aber sind sie, sag mir, die Fahrenden, diese ein wenig
Flüchtigern noch als wir selbst, die dringend von früh an
wringt ein wem, wem zu Liebe
niemals zufriedener Wille? Sondern er wringt sie,
biegt sie, schlingt sie und schwingt sie,
wirft sie und fängt sie zurück; wie aus geölter,
glatterer Luft kommen sie nieder
auf dem verzehrten, von ihrem ewigen
Aufsprung dünneren Teppich, diesem verlorenen
Teppich im Weltall.
Aufgelegt wie ein Pflaster, als hätte der Vorstadt-
Himmel der Erde dort wehe getan.
                                                                Und kaum dort,
aufrecht, da und gezeigt: des Dastehns
großer Anfangsbuchstab…, schon auch, die stärksten
Männer, rollt sie wieder, zum Scherz, der immer
kommende Griff, wie August der Starke bei Tisch
einen zinnenen Teller.

Ach und um diese
Mitte, die Rose des Zuschauns:
blüht und entblättert. Um diesen
Stampfer, den Stempel, den von dem eignen
blühenden Staub getroffnen, zur Scheinfrucht
wieder der Unlust befruchteten, ihrer
niemals bewußten, – glänzend mit dünnster
Oberfläche leicht scheinlächelnden Unlust.

Da: der welke, faltige Stemmer,
der alte, der nur noch trommelt,
eingegangen in seiner gewaltigen Haut, als hätte sie früher
zwei Männer enthalten, und einer
läge nun schon auf dem Kirchhof, und er überlebte den andern,
taub und manchmal ein wenig
wirr, in der verwitweten Haut.

Aber der junge, der Mann, als wär er der Sohn eines Nackens
und einer Nonne: prall und strammig erfüllt
mit Muskeln und Einfalt.

Oh ihr,
die ein Leid, das noch klein war,
einst als Spielzeug bekam, in einer seiner
langen Genesungen….

Du, der mit dem Aufschlag,
wie nur Früchte ihn kennen, unreif,
täglich hundertmal abfällt vom Baum der gemeinsam
erbauten Bewegung (der, rascher als Wasser, in wenig
Minuten Lenz, Sommer und Herbst hat) –
abfällt und anprallt ans Grab:
manchmal, in halber Pause, will dir ein liebes
Antlitz entstehn hinüber zu deiner selten
zärtlichen Mutter; doch an deinen Körper verliert sich,
der es flächig verbraucht, das schüchtern
kaum versuchte Gesicht… Und wieder
klatscht der Mann in die Hand zu dem Ansprung, und eh dir
jemals ein Schmerz deutlicher wird in der Nähe des immer
trabenden Herzens, kommt das Brennen der Fußsohln
ihm, seinem Ursprung, zuvor mit ein paar dir
rasch in die Augen gejagten leiblichen Tränen.
Und dennoch, blindlings,
das Lächeln…..

Engel! oh nimms, pflücks, das kleinblütige Heilkraut.
Schaff eine Vase, verwahrs! Stells unter jene, uns noch nicht
offenen Freuden; in lieblicher Urne
rühms mit blumiger schwungiger Aufschrift: >Subrisio Saltat.<.

     

      Du dann, Liebliche,
du, von den reizendsten Freuden
stumm Übersprungne. Vielleicht sind
deine Fransen glücklich für dich –,
oder über den jungen
prallen Brüsten die grüne metallene Seide
fühlt sich unendlich verwöhnt und entbehrt nichts.
Du,
immerfort anders auf alle des Gleichgewichts schwankende Waagen
hingelegte Marktfrucht des Gleichmuts,
öffentlich unter den Schultern.

Wo, oh wo ist der Ort – ich trag ihn im Herzen –,
wo sie noch lange nicht konnten, noch von einander
abfieln, wie sich bespringende, nicht recht
paarige Tiere; –
wo die Gewichte noch schwer sind;
wo noch von ihren vergeblich
wirbelnden Stäben die Teller
torkeln…..

Und plötzlich in diesem mühsamen Nirgends, plötzlich
die unsägliche Stelle, wo sich das reine Zuwenig
unbegreiflich verwandelt –, umspringt
in jenes leere Zuviel.
Wo die vielstellige Rechnung
zahlenlos aufgeht.

Plätze, oh Platz in Paris, unendlicher Schauplatz,
wo die Modistin, Madame Lamort,
die ruhlosen Wege der Erde, endlose Bänder,
schlingt und windet und neue aus ihnen
Schleifen erfindet, Rüschen, Blumen, Kokarden, künstliche Früchte –, alle
unwahr gefärbt, – für die billigen
Winterhüte des Schicksals.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Engel!: Es wäre ein Platz, den wir nicht wissen, und dorten,
auf unsäglichem Teppich, zeigten die Liebenden, die’s hier
bis zum Können nie bringen, ihre kühnen
hohen Figuren des Herzschwungs,
ihre Türme aus Lust, ihre
längst, wo Boden nie war, nur an einander
lehnenden Leitern, bebend, – und könntens,
vor den Zuschauern rings, unzähligen lautlosen Toten:
     Würfen die dann ihre letzten, immer ersparten,
immer verborgenen, die wir nicht kennen, ewig
gültigen Münzen des Glücks vor das endlich
wahrhaft lächelnde Paar auf gestilltem
Teppich?

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

 

Oh alberi della vita, oh quando invernali?
Noi non siamo unanimi. Non d’intesa
come gli uccelli migratori. Superati e tardivi,
ci addossiamo ad improvviso ai venti
e cadiamo su un indifferente stagno.
Fiorire e seccare ci è noto in contemporanea.
E da qualche parte vanno ancora leoni e non conoscono
finché magnifici, alcun venire meno.

Invece noi dove intendiamo una cosa, per intero,
sentiamo l’apparire di un’altra. Inimicizia
quanto a noi più prossimo. Non vanno sempre
ai margini gli amanti, uno nell’altro,
mentre mondi si erano promessi, cacce e patria.
    Allora per il disegno di un attimo
si prepara causa del contrario, a fatica,
che li vedessimo; perché si è molto espliciti
con noi. Non conosciamo il contorno
del sentire, noi, solo quel che lo forma dall’esterno.
    Chi non sedette attonito davanti alla tenda del suo cuore?
Egli si aprì a forza: lo scenario era di addio.
Facile a capirsi. Il giardino conosciuto,
ma piano oscillò: solo allora arrivò chi ballava.
Non lui. Basta! E anche quando lo fa così leggero,
è travestito e diviene un civile e cammina
per la cucina nel suo appartamento.
    Non voglio queste maschere mezze piene,
piuttosto la pupa. Che è piena. Voglio
tenerle manico e filo e il suo
viso di parvenza. Qui. Le sto difronte.
Se pure si spengono le luci, se pure
mi viene detto: nient’altro – se pure dal palco
spiri il vuoto con la grigia corrente d’aria,
se pure nessuno dei miei antenati sieda più
con me, nessuna donna, perfino
il ragazzo non più, con l’occhio strabico:
io resto comunque. Ci sono sempre spettatori.

Non ho ragione? Tu, che per causa mia così amara
assaporasti la vita, della mia assaggiando, padre,
il primo torbido versamento del mio dovere,
poi che addosso a te crebbi, continuando ad assaggiare,
e occupato col retrogusto di così estraneo
futuro, testavi il mio perdente alzare gli occhi, –
tu che, padre mio, da che sei morto, spesso
nella mia speranza, dentro di me, hai paura,
e indifferenza, come hanno i morti, ricchi
di indifferenza, cedi per il mio poco destino,
non ho ragione? E voi, non ho ragione,
voi che mi amavate per il piccolo inizio
di amore per voi, da cui sempre deviavo,
perché lo spazio in vostra presenza,
dato che lo amavo, trapassò a spazio cosmico,
dove voi non eravate più…: se ne ho voglia,
di attendere davanti al teatrino dei pupi, no,
di guardare là così pienamente, che, per compensare
alla fine il mio guardare, deve arrivare come attore
un angelo, a tirare su i fili.
Angelo e pupo: e finalmente è spettacolo.
Allora si riunisce, quel che noi continuiamo
a separare, in quanto ci siamo. Solo allora sorge
dalle nostre stagioni la circonferenza
di tutto il mutare. Al di là di noi
recita allora l’angelo. Vedi, i morenti
non dovessero presumere, quanto pieno di rimprovero,
non è se stesso. Oh ore dell’infanzia,
quando dietro le figure v’era più del mero
passato e davanti a noi non v’era il futuro.
Crescemmo, sì, ed a volte insistevamo
per diventare presto grandi, metà per compiacere
chi non aveva altro che l’esser grande.
Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,
in continua festa, e stavamo lì
nello spazio di mezzo fra mondo e giocattolo,
in un posto, sin dall’inizio
fondato per un puro procedimento.

Chi addita un bimbo, come sta in piedi? Chi lo pone
nell’astro e dà la misura della distanza
in mano sua? Chi fa la morte di bimbo
da pane grigio, che secca, – o lo lascia
dentro alla sua bocca tonda, come il torsolo
di una bella mela?…… Assassini,
facile capirlo. Ma questo: la morte,
tutta la morte, prima della vita ancora sì
dolce da contenere, e non essere infuriati,
è indescrivibile.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

∗∗∗  

Die vierte Elegie

O Bäume Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zug-
vögel verständigt. Überholt und spät,
so drängen wir uns plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo gehn Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Uns aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
    Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
    Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.
Leicht zu verstehen. Der bekannte Garten,
und schwankte leise: dann erst kam der Tänzer.
Nicht der. Genug! Und wenn er auch so leicht tut,
er ist verkleidet und er wird ein Bürger
und geht durch seine Küche in die Wohnung.
    Ich will nicht diese halbgefüllten Masken,
lieber die Puppe. Die ist voll. Ich will
den Balg aushalten und den Draht und ihr
Gesicht aus Aussehn. Hier. Ich bin davor.
Wenn auch die Lampen ausgehn, wenn mir auch
gesagt wird: Nichts mehr –, wenn auch von der Bühne
das Leere herkommt mit dem grauen Luftzug,
wenn auch von meinen stillen Vorfahrn keiner
mehr mit mir dasitzt, keine Frau, sogar
der Knabe nicht mehr mit dem braunen Schielaug:
Ich bleibe dennoch. Es giebt immer Zuschaun.

Hab ich nicht recht? Du, der um mich so bitter
das Leben schmeckte, meines kostend, Vater,
den ersten trüben Aufguß meines Müssens,
da ich heranwuchs, immer wieder kostend
und, mit dem Nachgeschmack so fremder Zukunft
beschäftigt, prüftest mein beschlagnes Aufschaun, –
der du, mein Vater, seit du tot bist, oft
in meiner Hoffnung, innen in mir, Angst hast,
und Gleichmut, wie ihn Tote haben, Reiche
von Gleichmut, aufgiebst für mein bißchen Schicksal,
hab ich nicht recht? Und ihr, hab ich nicht recht,
die ihr mich liebtet für den kleinen Anfang
Liebe zu euch, von dem ich immer abkam,
weil mir der Raum in eurem Angesicht,
da ich ihn liebte, überging in Weltraum,
in dem ihr nicht mehr wart….: wenn mir zumut ist,
zu warten vor der Puppenbühne, nein,
so völlig hinzuschaun, daß, um mein Schauen
am Ende aufzuwiegen, dort als Spieler
ein Engel hinmuß, der die Bälge hochreißt.
Engel und Puppe: dann ist endlich Schauspiel.
Dann kommt zusammen, was wir immerfort
entzwein, indem wir da sind. Dann entsteht
aus unsern Jahreszeiten erst der Umkreis
des ganzen Wandelns. Über uns hinüber
spielt dann der Engel. Sieh, die Sterbenden,
sollten sie nicht vermuten, wie voll Vorwand
das alles ist, was wir hier leisten. Alles
ist nicht es selbst. O Stunden in der Kindheit,
da hinter den Figuren mehr als nur
Vergangnes war und vor uns nicht die Zukunft.
Wir wuchsen freilich und wir drängten manchmal,
bald groß zu werden, denen halb zulieb,
die andres nicht mehr hatten, als das Großsein.
Und waren doch, in unserem Alleingehn,
mit Dauerndem vergnügt und standen da
im Zwischenraume zwischen Welt und Spielzeug,
an einer Stelle, die seit Anbeginn
gegründet war für einen reinen Vorgang.

Wer zeigt ein Kind, so wie es steht? Wer stellt
es ins Gestirn und giebt das Maß des Abstands
ihm in die Hand? Wer macht den Kindertod
aus grauem Brot, das hart wird, – oder läßt
ihn drin im runden Mund, so wie den Gröps
von einem schönen Apfel?…… Mörder sind
leicht einzusehen. Aber dies: den Tod,
den ganzen Tod, noch vor dem Leben so
sanft zu enthalten und nicht bös zu sein,
ist unbeschreiblich.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

La terza Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

 

Una cosa è cantare l’amata. Altra, oh guai,
quel dio-fiume occulto del sangue, il clandestino, il colpevole.

Colui che essa riconosce da lontano, il suo giovane, che ne sa
proprio del signore del piacere, che spesso dalle solitudini,
prima ancora che la fanciulla alleviasse, spesso anche come se lei non esistesse,
ah, da quale inconoscibile grondante sollevò
il capo divino, evocando la notte a turbamento interminabile.
Oh Nettuno del sangue, oh il suo terribile tridente.
Oh il vento oscuro del suo petto da contorta conchiglia.
Ascolta, come la notte s’avvalla e s’incava. Voi stelle,
non discende da voi il piacere dell’amante per il viso
dell’amata? non ha ricevuto l’intima visione
del volto terso di lei dalla pura costellazione?

Non tu, ohimè, non sua madre,
ha teso a lui l’arco delle ciglia così per l’attesa.
Non a te, fanciulla che lo percepisci, a te no,
si piegò il labbro a fertile espressione.
Credi veramente che il tuo comparire lieve
lo scuotesse tanto, tu, che vaghi come vento del mattino?
Certo impauristi il suo cuore; ma timori più antichi
precipitarono in lui per l’impulso toccante.
Chiamalo… non lo chiami però dal buio percorso.
Sicuro, egli vuole, si svincola, sollevato dimora
nel tuo cuore segreto e prende e si inizia.
Ma davvero fu iniziazione?
Madre, tu lo facesti piccino, fosti tu ad iniziarlo;
per te fu nuovo, tu chinasti su nuovi
occhi il mondo amichevole e respingesti l’estraneo.
Dove, ahi, sono via gli anni, quando tu semplicemente
con slanciata figura al fluttuante caos subentrasti?
Molto gli occultasti così. La stanza la notte sospetta
rendesti inerme, dal tuo cuore pieno di rifugi
mescolasti più umano spazio al suo spazio notturno.
Non nell’oscurità, no, nella tua più vicina presenza
ponesti il lume da notte, e apparve come per amicizia.
In nessun luogo uno scricchiolio, che tu col sorriso non schiaristi,
come se da lungo tempo sapessi quando l’asse si comportasse…
Ed egli ascoltava e si placava. Così tanto
poté e teneramente il tuo alzarti; dietro l’armadio entrò
su nel mantello il destino di lui, e nelle pieghe della tenda
di misura, spostandosi lieve, il suo inquieto futuro.

E lui stesso, come giaceva, il sollevato, dietro
palpebre assonnate, della tua delicata figura
sciogliendo dolcezza nel gradevole primo sonno –:
sembrava protetto… ma dentro: chi reagiva,
impediva dentro, in lui i flutti della provenienza?
Ahi, che nel sonno non era precauzione; dormendo,
ma sognando, ma nelle febbri; come si lasciava andare.
Egli, il nuovo, l’ombroso, come era irretito,
con intimi accadimenti di tralci che continuano a colpire
già convogliati in modelli, in angosciante crescita,
in forme di caccia. Come si abbandonava –. Amava.
Amava il suo intimo, la selvatichezza del suo intimo,
questa foresta primordiale in lui, sulla cui muta precipitazione
verdechiaro stava il suo cuore. L’abbandonò,
fuoriuscì le sue antiche radici in possente origine,
dove la sua piccola nascita era già sopravvissuta. Amando,
discese nel sangue più antico, nelle gole,
dove si trova il Terribile, ancora sazio dei padri. Ed ogni
Tremendo conosceva lui, ammiccava, come complice.
Sì, lo Spaventoso sorrideva… raramente
hai sorriso così teneramente, Madre. Come poteva
non amarlo, dacché gli sorrideva. Prima di te
egli lo ha amato, ancora lo portavi in grembo,
era sciolto nell’acqua, che rende lieve chi germoglia.

Vedi, non amiamo, come i fiori
per un unico anno; ci sale, quando amiamo,
un’impensabile linfa su per le braccia. O fanciulla,
questo: che amammo in noi, non uno, un venturo, bensì
un innumerevole tremore; non un singolo bambino,
bensì i padri, che come detriti di montagne
in fondo ci tranquillano; bensì il letto prosciugato del fiume
di madri d’un tempo –; bensì l’intero
suolo senza un suono sotto plumbeo o
sereno velame –: questo ti venne o fanciulla, incontro.

E tu stessa, che ne sai –, tu invitasti
ere primordiali nell’amante. Quali sentimenti
salirono sommossi da esseri mutati. Quali
donne là ti odiarono. Che uomini tenebrosi
eccitasti nelle vene del giovane? Bambini
morti volevano venirti… Oh, piano, piano,
per lui fai un amato, affidabile giorno di lavoro,– conducilo
vicino al giardino, versagli delle notti
il soprappeso……
                               Tienilo……

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

∗∗∗

Die dritte Elegie

Eines ist, die Geliebte zu singen. Ein anderes, wehe,
jenen verborgenen schuldigen Fluß-Gott des Bluts.
Den sie von weitem erkennt, ihren Jüngling, was weiß er
selbst von dem Herren der Lust, der aus dem Einsamen oft,
ehe das Mädchen noch linderte, oft auch als wäre sie nicht,
ach, von welchem Unkenntlichen triefend, das Gotthaupt
aufhob, aufrufend die Nacht zu unendlichem Aufruhr.
O des Blutes Neptun, o sein furchtbarer Dreizack.
O der dunkele Wind seiner Brust aus gewundener Muschel.
Horch, wie die Nacht sich muldet und höhlt. Ihr Sterne,
stammt nicht von euch des Liebenden Lust zu dem Antlitz
seiner Geliebten? Hat er die innige Einsicht
in ihr reines Gesicht nicht aus dem reinen Gestirn?

Du nicht hast ihm, wehe, nicht seine Mutter
hat ihm die Bogen der Braun so zur Erwartung gespannt.
Nicht an dir, ihn fühlendes Mädchen, an dir nicht
bog seine Lippe sich zum fruchtbarern Ausdruck.
Meinst du wirklich, ihn hätte dein leichter Auftritt
also erschüttert, du, die wandelt wie Frühwind?
Zwar du erschrakst ihm das Herz; doch ältere Schrecken
stürzten in ihn bei dem berührenden Anstoß.
Ruf ihn… du rufst ihn nicht ganz aus dunkelem Umgang.
Freilich, er will, er entspringt; erleichtert gewöhnt er
sich in dein heimliches Herz und nimmt und beginnt sich.
Aber begann er sich je?
Mutter, du machtest ihn klein, du warsts, die ihn anfing;
dir war er neu, du beugtest über die neuen
Augen die freundliche Welt und wehrtest der fremden.
Wo, ach, hin sind die Jahre, da du ihm einfach
mit der schlanken Gestalt wallendes Chaos vertratst?
Vieles verbargst du ihm so; das nächtlich-verdächtige Zimmer
machtest du harmlos, aus deinem Herzen voll Zuflucht
mischtest du menschlichern Raum seinem Nacht-Raum hinzu.
Nicht in die Finsternis, nein, in dein näheres Dasein
hast du das Nachtlicht gestellt, und es schien wie aus Freundschaft.
Nirgends ein Knistern, das du nicht lächelnd erklärtest,
so als wüßtest du längst, wann sich die Diele benimmt…
Und er horchte und linderte sich. So vieles vermochte
zärtlich dein Aufstehn; hinter den Schrank trat
hoch im Mantel sein Schicksal, und in die Falten des Vorhangs
paßte, die leicht sich verschob, seine unruhige Zukunft.

Und er selbst, wie er lag, der Erleichterte, unter
schläfernden Lidern deiner leichten Gestaltung
Süße lösend in den gekosteten Vorschlaf –:
schien ein Gehüteter… Aber innen: wer wehrte,
hinderte innen in ihm die Fluten der Herkunft?
Ach, da war keine Vorsicht im Schlafenden; schlafend,
aber träumend, aber in Fiebern: wie er sich ein-ließ.
Er, der Neue, Scheuende, wie er verstrickt war,
mit des innern Geschehns weiterschlagenden Ranken
schon zu Mustern verschlungen, zu würgendem Wachstum, zu tierhaft
jagenden Formen. Wie er sich hingab –. Liebte.
Liebte sein Inneres, seines Inneren Wildnis,
diesen Urwald in ihm, auf dessen stummem Gestürztsein
lichtgrün sein Herz stand. Liebte. Verließ es, ging die
eigenen Wurzeln hinaus in gewaltigen Ursprung,
wo seine kleine Geburt schon überlebt war. Liebend
stieg er hinab in das ältere Blut, in die Schluchten,
wo das Furchtbare lag, noch satt von den Vätern. Und jedes
Schreckliche kannte ihn, blinzelte, war wie verständigt.
Ja, das Entsetzliche lächelte… Selten
hast du so zärtlich gelächelt, Mutter. Wie sollte
er es nicht lieben, da es ihm lächelte. Vor dir
hat ers geliebt, denn, da du ihn trugst schon,
war es im Wasser gelöst, das den Keimenden leicht macht.

Siehe, wir lieben nicht, wie die Blumen, aus einem
einzigen Jahr; uns steigt, wo wir lieben,
unvordenklicher Saft in die Arme. O Mädchen,
dies: daß wir liebten in uns, nicht Eines, ein Künftiges, sondern
das zahllos Brauende; nicht ein einzelnes Kind,
sondern die Väter, die wie Trümmer Gebirgs
uns im Grunde beruhn; sondern das trockene Flußbett
einstiger Mütter –; sondern die ganze
lautlose Landschaft unter dem wolkigen oder
 reinen Verhängnis –: dies kam dir, Mädchen, zuvor.

Und du selber, was weißt du –, du locktest
Vorzeit empor in dem Liebenden. Welche Gefühle
wühlten herauf aus entwandelten Wesen. Welche
Frauen haßten dich da. Wasfür finstere Männer
regtest du auf im Geäder des Jünglings? Tote
Kinder wollten zu dir… O leise, leise,
tu ein liebes vor ihm, ein verläßliches Tagwerk, – führ ihn
nah an den Garten heran, gieb ihm der Nächte
Übergewicht……
                              Verhalt ihn……

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

«E quasi fanciulla era» – Rainer Maria Rilke

Felice Casorati, Il sogno del Melograno, 1912

I sonetti a Orfeo
Parte prima
II. 

E quasi fanciulla era e andò innanzi
da questa sua felicità di canto e lira
splendette chiara dai primaverili veli
si fece un letto nel mio orecchio.

E dormì in me. E tutto fu il suo sonno.
Gli alberi, che meravigliai, questa
avvertibile lontananza, il prato che avvertivo
e ogni stupore, che concerneva me.

Dormiva il mondo. Dio cantore, come
la compisti, che non anelasse,
a stare sveglia prima? Guarda, si alzò e dormì.

Dov’è la sua morte? Oh troverai questo motivo
prima che il tuo canto si consumi? –
Dove s’inclina lei da in me?… Fanciulla quasi…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “I Sonetti a Orfeo”, 1922

∗∗∗

II

Und fast ein Mädchen wars und ging hervor
aus diesem einigen Glück von Sang und Leier
und glänzte klar durch ihre Frühlingsschleier
und machte sich ein Bett in meinem Ohr.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf.
Die Bäume, die ich je bewundert, diese
fühlbare Ferne, die gefühlte Wiese
und jedes Staunen, das mich selbst betraf.

Sie schlief die Welt. Singender Gott, wie hast
du sie vollendet, daß sie nicht begehrte,
erst wach zu sein? Sieh, sie erstand und schlief.

Wo ist ihr Tod? O, wirst du dies Motiv
erfinden noch, eh sich dein Lied verzehrte? –
Wo sinkt sie hin aus mir?… Ein Mädchen fast…

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, Lipsia, 1923

La seconda Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

 

Ogni angelo è terribile. E pure, guai a me,
a voi volgo il mio canto, quasi mortiferi uccelli dell’anima,
sapendo di voi. Verso dove i tempi di Tobia,
in cui uno dei più splendenti stava sulla semplice soglia di casa,
appena travestito per il viaggio e già non più spaventoso;
(giovane al giovane, che guardava fuori curioso).
Arrivasse ora l’Arcangelo, pericoloso, dietro le stelle
un solo passo in avanti verso di noi: dall’alto
irrompente colpirebbe il nostro cuore. Chi siete voi?

Primizie fortunate, voi privilegiati del creato,
catene di vette, creste aurorali
dell’intera creazione, – polline della divinità in fiore,
articolazioni della luce, percorsi, scalinate, troni,
spazi dell’essere, ripari di delizia, tumulti
di sentimento rapiti in tempesta, e all’improvviso, ciascuno,
specchio: che la propria bellezza fluente
da capo ricrea nel proprio volto.

Perché noi, quando siamo sensibili, ci volatilizziamo, ahimè
ci espiriamo via; di brace in brace
cediamo più debole odore. Così uno ci dice bene:
sì, tu mi entri nel sangue, questa stanza, la primavera
si empie di te… A che giova, non riesce a tenerci,
disparire in lui e intorno a lui. E chi è bello,
oh, chi lo trattiene? Ininterrottamente affiora un aspetto
sul suo viso, e sparisce. Come rugiada dalla prima erba
si leva quanto è nostro da noi, come il calore da un
cibo bollente. Oh sorriso, verso dove? Oh sguardo alto:
nuova, calda onda del cuore che se ne va –;
guai a me:
siamo noi, tuttavia. Ha sapore di noi poi lo spazio cosmico
in cui ci sciogliamo? Afferrano gli angeli
davvero solo quanto è loro, fluito da loro,
o a volte, come per svista, ci sarà un qualcosa
del nostro essere? Nei loro tratti siamo
mescolati solo quanto il vago nei visi
delle donne incinte? non lo notano esse nel vortice
del ritorno in se stesse. (Come dovrebbero notarlo?)

     Gli amanti potrebbero, se capissero, parlare nell’aria della notte
meravigliosi. Perché pare che tutto per noi resti
secretato. Vedi, gli alberi sono; le case,
che abitiamo, esistono ancora. Solo noi
a tutto passiamo oltre come un arioso ricambio.
E tutto è unanime, a tacerci, per metà forse come
un’onta, e per metà come indicibile speranza.

Amanti, a voi, che bastate a voi stessi,
chiedo di noi. Vi afferrate voi. Avete le prove?
Vedete, mi accade, che le mani l’una nell’altra
si confondano o che il mio usato
viso in loro si ripari. Mi dona una qualche
sensazione. Però chi osò mai, per questo, già essere?

Ma voi, che del rapimento per l’altro
aumentate, fino a che egli cui sovrastate
implora: non più –; voi che tra le mani
divenite l’un l’altro più ricchi, come annate d’uva;
voi che a volte venite meno, per il mero prendere
sopravvento dell’altro: a voi chiedo di noi. Io so,
vi sfiorate tanto beati, poiché la carezza resta,
poiché il punto non svanisce, che voi, teneri, coprite;
poiché voi lì dentro provate la pura
durata. Così vi promettete dall’abbraccio
l’eternità, quasi. Eppure, quando superate la paura
dei primi sguardi, e la nostalgia alla finestra,
e il primo cammino insieme, un giro in giardino:
oh amanti, lo siete ancora? Quando verso la bocca
l’uno dell’altra, vi levate e porgete –: bevanda a bevanda:
oh come è strano poi il sottrarsi del bevitore all’azione.
Non vi stupiva sulle attiche stele l’accortezza
di gesti umani? Amore e addii non erano
sì lievi sulle spalle, come se di altra
sostanza rispetto a qui? Rammentate le mani,
come posano senza peso, benché nei polsi sia forza.
Chi era dominato sapeva: fin qui sono io,
questo è mio, toccarsi è così; se con più forza,
ci si oppongono gli Dèi. Ma questa è cosa di Dèi.
Trovassimo anche noi una pura, contenuta, sottile
cosa umana, un lembo di terra fertile nostro
fra fiume e roccia. Poiché il nostro proprio cuore ci sovrasta
ancora come loro. E non possiamo più
seguirlo in immagini, che lo mitigano, né
in corpi divini, in cui maggiormente trovi misura.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

∗∗∗

Die zweite Elegie

Jeder Engel ist schrecklich. Und dennoch, weh mir,
ansing ich euch, fast tödliche Vögel der Seele,
wissend um euch. Wohin sind die Tage Tobiae,
da der Strahlendsten einer stand an der einfachen Haustür,
zur Reise ein wenig verkleidet und schon nicht mehr furchtbar;
(Jüngling dem Jüngling, wie er neugierig hinaussah).
Träte der Erzengel jetzt, der gefährliche, hinter den Sternen
eines Schrittes nur nieder und herwärts: hochauf-
schlagend erschlüg uns das eigene Herz. Wer seid ihr?

Frühe Geglückte, ihr Verwöhnten der Schöpfung,
Höhenzüge, morgenrötliche Grate
aller Erschaffung, – Pollen der blühenden Gottheit,
Gelenke des Lichtes, Gänge, Treppen, Throne,
Räume aus Wesen, Schilde aus Wonne, Tumulte
stürmisch entzückten Gefühls und plötzlich, einzeln,
Spiegel: die die entströmte eigene Schönheit
wiederschöpfen zurück in das eigene Antlitz.

Denn wir, wo wir fühlen, verflüchtigen; ach wir
atmen uns aus und dahin; von Holzglut zu Holzglut
geben wir schwächern Geruch. Da sagt uns wohl einer:
ja, du gehst mir ins Blut, dieses Zimmer, der Frühling
füllt sich mit dir… Was hilfts, er kann uns nicht halten,
wir schwinden in ihm und um ihn. Und jene, die schön sind,
o wer hält sie zurück? Unaufhörlich steht Anschein
auf in ihrem Gesicht und geht fort. Wie Tau von dem Frühgras
hebt sich das Unsre von uns, wie die Hitze von einem
heißen Gericht. O Lächeln, wohin? O Aufschaun:
neue, warme, entgehende Welle des Herzens –;
weh mir: wir sinds doch. Schmeckt denn der Weltraum,
in den wir uns lösen, nach uns? Fangen die Engel
wirklich nur Ihriges auf, ihnen Entströmtes,
oder ist manchmal, wie aus Versehen, ein wenig
unseres Wesens dabei? Sind wir in ihre
Züge soviel nur gemischt wie das Vage in die Gesichter
schwangerer Frauen? Sie merken es nicht in dem Wirbel
ihrer Rückkehr zu sich. (Wie sollten sie’s merken.)

Liebende könnten, verstünden sie’s, in der Nachtluft
wunderlich reden. Denn es scheint, daß uns alles
verheimlicht. Siehe, die Bäume sind; die Häuser,
die wir bewohnen, bestehn noch. Wir nur
ziehen allem vorbei wie ein luftiger Austausch.
Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

     Liebende, euch, ihr in einander Genügten,
frag ich nach uns. Ihr greift euch. Habt ihr Beweise?
Seht, mir geschiehts, daß meine Hände einander
inne werden oder daß mein gebrauchtes
Gesicht in ihnen sich schont. Das giebt mir ein wenig
Empfindung. Doch wer wagte darum schon zu sein?
Ihr aber, die ihr im Entzücken des anderen
zunehmt, bis er euch überwältigt
anfleht: nicht mehr –; die ihr unter den Händen
euch reichlicher werdet wie Traubenjahre;
die ihr manchmal vergeht, nur weil der andre
ganz überhand nimmt: euch frag ich nach uns. Ich weiß,
ihr berührt euch so selig, weil die Liebkosung verhält,
weil die Stelle nicht schwindet, die ihr, Zärtliche,
zudeckt; weil ihr darunter das reine
Dauern verspürt. So versprecht ihr euch Ewigkeit fast
von der Umarmung. Und doch, wenn ihr der ersten
Blicke Schrecken besteht und die Sehnsucht am Fenster,
und den ersten gemeinsamen Gang, ein Mal durch den Garten:
Liebende, seid ihrs dann noch? Wenn ihr einer dem andern
euch an den Mund hebt und ansetzt –: Getränk an Getränk:
o wie entgeht dann der Trinkende seltsam der Handlung.

Erstaunte euch nicht auf attischen Stelen die Vorsicht
menschlicher Geste? war nicht Liebe und Abschied
so leicht auf die Schultern gelegt, als wär es aus amderm
Stoffe gemacht als bei uns? Gedenkt euch der Hände,
wie sie drucklos beruhen, obwohl in den Torsen die Kraft steht.
Diese Beherrschten wußten damit: so weit sind wirs,
dieses ist unser, uns so zu berühren; stärker
stemmen die Götter uns an. Doch dies ist Sache der Götter.

Fänden auch wir ein reines, verhaltenes, schmales
Menschliches, einen unseren Streifen Fruchtlands
zwischen Strom und Gestein. Denn das eigene Herz übersteigt uns
noch immer wie jene. Und wir können ihm nicht mehr
nachschaun in Bilder, die es besänftigen, noch in
göttliche Körper, in denen es größer sich mäßigt.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923