Ninnananna – Wystan Hugh Auden

Pietro Canonica, L’abisso, 1909, Museo Canonica, Roma

 

Posa il capo assopito, amore mio,
umano sul mio braccio senza fede;
tempo e febbri avvampano e cancellano
ogni bellezza individuale, via
dai bambini pensosi, e poi la tomba
attesta che effimero è il bambino:
ma finché spunti il giorno mi rimanga
tra le braccia la viva creatura,
mortale sì, colpevole, eppure
per me il bello nella sua interezza.

Anima e corpo non hanno confini:
agli amanti che giacciono sul suo
tollerante declivio incantato
in preda al deliquio ricorrente,
solenne la visione manda Venere
di soprannaturale armonia,
di universale amore e speranza;
mentre un’astratta intuizione accende,
in mezzo ai ghiacciai e tra le rupi,
dell’eremita l’estasi carnale.

Passano sicurezza e fedeltà
allo scoccare della mezzanotte
come le vibrazioni di campana,
e forsennati alla moda lanciano
il loro pedantesco, uggioso grido:
il costo fino all’ultimo centesimo
– sta scritto in tutte le temute carte –
andrà pagato, ma da questa notte
non un solo bisbiglio, né un pensiero,
non un bacio o uno sguardo sia perduto.

Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi:
che i venti dell’alba, mentre lievi
spirano intorno al tuo capo sognante,
mostrino un giorno di accoglienza tale
che occhio e cuore pulsante ne gioiscano,
paghi di un mondo, il nostro, che è mortale;
meriggi di arsura ti ritrovino
nutrito dei poteri involontari,
notti di oltraggio ti lascino andare
sorvegliato da ogni umano amore.

Wystan Hugh Auden

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore”, Adelphi Edizioni, 1994

∗∗∗

Lullaby

Lay your sleeping head, my love,
Human on my faithless arm;
Time and fevers burn away
Individual beauty from
Thoughtful children, and the grave
Proves the child ephemeral:
But in my arms till break of day
Let the living creature lie,
Mortal, guilty, but to me
The entirely beautiful.

Soul and body have no bounds:
To lovers as they lie upon
Her tolerant enchanted slope
In their ordinary swoon,
Grave the vision Venus sends
Of supernatural sympathy,
Universal love and hope;
While an abstract insight wakes
Among the glaciers and the rocks
The hermit’s carnal ecstasy.

Certainty, fidelity
On the stroke of midnight pass
Like vibrations of a bell
And fashionable madmen raise
Their pedantic boring cry:
Every farthing of the cost,
All the dreaded cards foretell,
Shall be paid, but from this night
Not a whisper, not a thought,
Not a kiss nor look be lost.

Beauty, midnight, vision dies:
Let the winds of dawn that blow
Softly round your dreaming head
Such a day of welcome show
Eye and knocking heart may bless,
Find our mortal world enough;
Noons of dryness find you fed
By the involuntary powers,
Nights of insult let you pass
Watched by every human love.

Wystan Hugh Auden

da “Tell Me the Truth About Love: Ten Poems”, Vintage and Faber paperback, 1994

 

QUALCHE PAROLA PER DIECI POESIE
Le dieci poesie che troverete sotto questa copertina sono state scritte quando la maggior parte di voi non era ancora tra i vivi: circa sessant’anni fa, negli anni Trenta di questo secolo. Nel mondo che si era appena riavuto dalla prima guerra mondiale e si stava avviando verso una carneficina anche più grande.
Tutti sapevano dell’una, pochissimi presentivano l’altra. Tra questi pochissimi era Wystan Hugh Auden, l’autore di queste poesie che, si può ben dire, portano in sé l’odore della guerra imminente. O, in ogni caso, l’odore del futuro.
I temi di queste poesie sono l’amore e la disonestà – i due poli tra i quali ci siamo trovati a soggiornare nel nostro secolo, pronti a gloriarci della loro occasionale divergenza ma bravissimi, anche quando siamo sfortunati, a conciliarli tra loro, a fonderli insieme. Ci sono buone ragioni se i versi del poeta oscillano tra la più intensa tenerezza e parossismi di indifferenza, e se da queste oscillazioni nasce uno stridente lirismo che non ha precedenti.
Non vi succederà un’altra volta di incontrare canzoni d’amore così cariche di apprensione. Contengono e trasmettono una sensibilità dissonante che si presterebbe facilmente a essere manipolata se non fosse per l’assoluta sobrietà che la sostiene. Inutile dire che non lasciano molte illusioni né a chi ama né a chi è amato; e meno ancora ne offrono al vostro prossimo e allo sconosciuto. Profondamente tragiche come sono, rimangono anche straordinariamente divertenti, perché la loro ironia è un risultato della desolazione.
Riescono a sedurre e a temprare nello stesso tempo; in questo sta il loro potere e, insieme, la loro garanzia di durata. Ma ad accrescerne il vigore contribuisce la loro forma tradizionale: sono infatti, sostanzialmente, versioni moderne della folk ballad, e la ballata popolare è il «genere» che consola il lettore per la sua intonazione, se non con il suo contenuto narrativo. Una buona lirica è l’unica assicurazione che un soccombente riesce a riscuotere.
«Ballata» viene dal verbo «ballare»; e in una ballata, in un certo senso, tutto è danza, tutto balla e ammicca all’ascoltatore o al lettore: il tema, il significato e, più ancora, il metro. Poiché in generale ha per tema la violenza e la resa dei conti, la ballata è normalmente concisa nell’esposizione e molto perentoria nel dénouement, nel suo scioglimento finale. Il nostro poeta, sovvertendo questo genere per piegarlo all’intento lirico, vi lascia vibrare l’eco sconvolgente di una danse macabre tudoriana. Quanto più forte è l’accento lirico, tanto più le dita del lettore sono portate a battere il tempo.
Sono molto drammatiche, queste poesie; e non c’è da stupirsene, poiché spesso sono i frutti secondari, se così vogliamo chiamarli, della vasta attività teatrale cui Auden si dedicò negli anni Trenta in collaborazione con Christopher Isherwood. Ciò non toglie nulla alla loro autonomia, che è fuori questione, e al loro timbro, che è tagliente. Con l’asciutta precisione delle loro immagini e la semplicità della dizione, esse appartengono per natura al palcoscenico; ma l’intensità del sentimento era già un motivo più che sufficiente a metterle in corsa per la copertina di un libro.
Benché siano in effetti un diversivo rispetto alla sua attività principale, queste poesie offrono un’ottima occasione per dare una prima occhiata a colui che è stato, senza alcun dubbio, il più grande poeta inglese di questo secolo: è un’affermazione che si può fare con la coscienza tranquilla, ora che il secolo ha davanti a sé soltanto sei anni. Vi potrà capitare, certamente, di sentire opinioni differenti, ma dovete fidarvi dei vostri occhi. La superiorità di Auden rispetto ai suoi contemporanei è ovvia nella sua maestria tecnica, nella sua cultura e nella sua capacità di penetrare a fondo nella condizione umana. Ma è soprattutto evidente nell’enorme generosità del suo spirito e nell’intelligenza con cui viene incontro al lettore in ognuno (non è un’esagerazione) dei suoi versi.
Anche nei suoi momenti più bui Auden vi illumina e vi scalda il cuore. Per quanto il libro sia smilzo, nel chiuderlo sentirete e vi direte non quanto è grande questo poeta, ma quanto umani siete voi. Le sue poesie sono totalmente immuni da qualsiasi posa, e non vi parlano del poeta e dei suoi travagli ma vi dicono se potete farcela. Leggete, per non dire altro, Lullaby, As I Walked Out One Evening, O What Is That Sound, Funeral Blues, e ci sono molte probabilità che lo scopriate.
Se no, studiate l’inglese e leggete Auden nell’originale. È un suggerimento sensato, poche cose sono altrettanto sensate, perché in verità le poesie di Auden rendono più accettabile questa vita. Il dono di creare un tale effetto è raro nel nostro mondo, e conviene approfittarne. Evidentemente, composto come noi «of Eros and of Dust, / Beleaguered by the same negation and despair» («di Eros e di Polvere, / assediato dalla stessa negazione e disperazione»), egli era migliore di tutti noi, poeti e non poeti. Non c’è alcun motivo, per noi, di non sopportare ciò che egli sopportava. Merita di essere ascoltato, e non ve ne pentirete; e anzi, sì, se si può accettare la morte, è perché lui è morto.
IOSIF BRODSKIJ

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