Una parola – Gabriela Mistral

Donata Wenders, Contemplation, 2006

 

Rinserro nella gola una parola
non l’abbandono né me ne separo
nemmeno quando urge la spinta del suo sangue.
Se la lasciassi andrebbe a fuoco il pascolo,
sgozzerebbe l’agnello, abbatterebbe il volo dell’uccello.

Devo sradicarla dalla mia lingua
e scovare un antro di castori
o murarla con cumuli di calce
perché, come l’anima, non si libri in volo.

Non voglio dare segni d’esser viva,
finché scalpiterà nel mio sangue
e risalirà e discenderà il mio folle fiato.
Anche se Giobbe, padre mio, lo disse,
non voglio donarle, fremente, la mia miserabile bocca
perché si diffonda fino al fiume
e le donne la trovino e quella s’avviluppi
ai capelli o il povero cespuglio
avvolga ed arda.

Voglio scagliarle contro terribili semi
che in una notte la coprano e la soffochino
senza risparmiarne un grumolo di sillaba.
O sbranarla in me, come la vipera
che a metà si divide con i denti.

E a casa far ritorno, entrarvi, dormire,
scissa da lei, da lei divisa
e svegliarmi dopo duemila giorni
appena nata dall’oblio e dal sonno.

Ignara più che una parola
di iodio e allume tenni tra le labbra,
senza più rammentarmi d’una notte,
d’un soggiorno in un paese straniero,
dell’insidia e del fulmine alla porta
e del mio corpo vivo senza l’anima tua.

Gabriela Mistral

(Traduzione di Dante Maffia)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

Una palabra

Yo tengo una palabra en la garganta
y no la suelto, y no me libro de ella
aunque me empuje su empellón de sangre.
Si la soltase, quema el pasto vivo,
sangra al cordero, hace caer al pájaro.

Tengo que desprenderla de mi lengua,
hallar un agujero de castores
o sepultarla con cales y cales
porque no guarde como el alma el vuelo.

No quiero dar señales de que vivo
mientras que por mi sangre vaya y venga
y suba y baje por mi loco aliento.
Aunque mi padre Job la dijo, ardiendo
no quiero darle, no, mi pobre boca
porque no ruede y la hallen las mujeres
que van al río, y se enrede a sus trenzas
y al pobre matorral tuerza y abrase.

Yo quiero echarle violentas semillas
que en una noche la cubran y ahoguen
sin dejar de ella el cisco de una sílaba.
O rompérmela así, como a la víbora
que por mitad se parte con los dientes.

Y volver a mi casa, entrar, dormirme,
cortada de ella, rebanada de ella,
y despertar después de dos mil días
recién nacida de sueño y olvido.

¡Sin saber más que tuve una palabra
de yodo y piedra-alumbre entre los labios
ni saber acordarme de una noche,
de una morada en país extranjero,
de la celada y el rayo de la puerta
y de mi carne marchando sin su alma!

Gabriela Mistral

da “Gabriela Mistral, Poesía y prosa”, Fundacion Biblioteca Ayacuch, 1993

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