Fraternità – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

Ad Aragon

I poeti si riconoscono facilmente tra loro – non
dalle grandi parole che abbagliano il pubblico, non
dai gesti retorici, solo da certe cose
affatto banali e di dimensioni segrete, come Ifigenia
riconobbe subito Oreste appena le disse:
“Non eri tu che ricamavi in cortile, sotto il pioppo,
con bei colori su una tela bianca di bucato
il mutamento di orbita del sole?”. Ma soprattutto:
“In un angolo della tua stanza non era conservata
l’antica lancia di Pèlope?”. Allora lei
si chinò di colpo sulla sua spalla, chiudendo gli occhi
a una luce profonda, dolce, come se l’altare insanguinato
fosse completamente coperto da quella tela
bianca che lei stessa ricamava
sotto il pioppo, durante i caldi meriggi, in patria.

Ghiannis Ritsos

30 maggio 1969

da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Πέτρες Eπαναλήψεις Kιγχλίδωμα

L’amore – Luis García Montero

Peter Demetz, Sul ponte 2, 2008

 

Le parole sono navi
e si perdono così, di bocca in bocca,
come di nebbia in nebbia.
Portano la loro merce per le conversazioni
senza trovare porto,
la notte che gli pesa come un’àncora.

Devono abituarsi ad invecchiare
e vivere con pazienza di legno
usato dalle onde,
andare a disfarsi, a danneggiarsi lentamente,
finché nella cantina della routine
non arrivi il mare e le sommerga.

Perché la vita entra nelle parole
come il mare in una nave,
copre di tempo il nome delle cose
e porta alla radice di un aggettivo
il cielo di una data,
il balcone di una casa,
la luce di una città riflessa in un fiume.

Per questo, nebbia dopo nebbia,
quando l’amore invade le parole,
colpisce le sue pareti, vi marchia
i segni di una storia personale
e lascia nel passato dei vocabolari
sensazioni di freddo e di calore,
notti che sono la notte,
mari che sono il mare,
solitarie passeggiate con estensione di frase
e treni fermi e canzoni.

Se l’amore, come tutto, è questione di parole,
accostarmi al tuo corpo fu creare un idioma.

Luis Garcia Montero 

(Traduzione di Gabriele Morelli)

 dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Marzo 2012, N. 269, Crocetti Editore

***

El amor

Las palabras son barcos
y se pierden así, de boca en boca,
como de niebla en niebla.
Llevan su mercancía por las conversaciones
sin encontrar un puerto,
la noche que les pese igual que un ancla.

Deben acostumbrarse a envejecer
y vivir con paciencia de madera
usada por las olas,
irse descomponiendo, dañarse lentamente,
hasta que a la bodega rutinaria
llegue el mar y las hunda.

Porque la vida entra en las palabras
como el mar en un barco,
cubre de tiempo el nombre de las cosas
y lleva a la raíz de un adjetivo
el cielo de una fecha,
el balcón de una casa,
la luz de una ciudad reflejada en un río.

Por eso, niebla a niebla,
cuando el amor invade las palabras,
golpea sus paredes, marca en ellas
los signos de una historia personal
y deja en el pasado de los vocabularios
sensaciones de frío y de calor,
noches que son la noche,
mares que son el mar,
solitarios paseos con extensión de frase
y trenes detenidos y canciones.

Si el amor, como todo, es cuestión de palabras,
acercarme a tu cuerpo fue crear un idioma.

 Luis Garcia Montero 

da “Completamente viernes”, Editorial Tusquets, 1998

L’albero del bene e del male – Piero Bigongiari

Irene Kung

 

Ho vissuto, credo di aver vissuto,
come appena potevo. In quale evo
di lacrime ho cercato di sorridere
al richiamo del fato? Me lo dice
quel suono di liuto che scendeva
da una persiana chiusa in una via
deserta e sconosciuta. Dove ero?
Forse lontano solo da me stesso?
Lo ripete Euridice che voltandosi
vide perdersi chi in quel sorriso
muto di lei attizzò il gran fuoco
del suo dolore.

                       Ho perduto poco
dove ho perduto tutto, nel gran gioco
che al di là di ogni perdita l’amore
sostiene intatto in ciò che non ha avuto.
Più nessuna scommessa è ormai possibile
tra il bene e il male, anche se lo scibile
è divenuto un paravento fragile
che lascia trasparire, immortale,
quell’indulto atteso per tanti anni,
chi siede sulle scale della sua
dimora, di non so quale ricordo
che più non vale se è ormai affidato
solo all’oblio.

                      Ora mi sono alzato
al suono di quel liuto senza volto,
non so da dove quale mano pizzicato,
non so a chi rivolto, innamorato,
chi mi sussurra piano all’orecchio
che c’è ancora parecchio da donare,
quasi tutto. È questo il misterioso
frutto che io ancora vedo pendere
promettente sull’albero del bene
e del male.

                       Se mi volto non posso,
sull’orlo del peccato originale,
più sedermi: sparite quelle scale
sono rimasti solo quegli ermi
accenti di un liuto immortale.
Dimoro ormai nell’impeto straziante,
liturgico, di quel suggerimento
mentre il vento geloso mi contende
sin l’ascolto fatale di quel suono
in cui par diluirsi anche la voce
singhiozzante di chi chiede perdono,
troppo, ormai, troppo da me distante
quel mirifico groppo. È luce o pianto
che seduce soltanto ogni distanza?
Quale vanto deserto è in questa stanza
che intrattiene soltanto il mio sconcerto…

Piero Bigongiari

27 giugno 1995

da “L’amore è…”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

«Filamenti di sole» – Paul Celan

Roberto Nespola, Filamenti di luce, Roma, ottobre 2014

 

Filamenti di sole,
sopra lo squallore grigionero.
Un pensiero ad altezza
d’albero s’appropria il tono
che è della luce: ancora
vi sono melodie da cantare
al di là degli uomini.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Svolta del respiro I”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Fadensonnen
über der grauschwarzen Ödnis.
Ein baum-
hoher Gedanke
greift sich den Lichtton: es sind
noch Lieder zu singen jenseits
der Menschen.

Paul Celan

da “Atemwende”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1967

«Quest’anno è come l’anno di mille anni fa» – Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

1

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,
falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,
beviamo mosto e non sappiamo nulla,
presto saremo dimenticati
e i versi svaniranno come neve davanti alla casa.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
volgiamo lo sguardo nel bosco come nella stalla del mondo,
mentiamo e intrecciamo cesti per mele e pere,
dormiamo mentre le intemperie consumano
davanti alla porta le nostre scarpe infangate.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.

Thomas Bernhard

(Traduzione di Samir Thabet)

da “Thomas Bernhard, Sotto il ferro della luna”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

1

Das Jahr ist wie das Jahr vor tausend Jahren,
wir tragen den Krug und schlagen den Rücken der Kuh,
wir mähen und wissen nichts vom Winter,
wir trinken Most und wissen nichts,
bald werden wir vergessen sein
und die Verse zerfallen wie Schnee vor dem Haus.

Das Jahr ist wie das Jahr vor tausend Jahren,
wir schauen in den Wald wie in den Stall der Welt,
wir lügen und flechten Körbe für Äpfel und Birnen,
wir schlafen während unsre beschmutzten Schuhe
vor der Haustür verwittern.

Das Jahr ist wie das Jahr vor tausend Jahren,
wir wissen nichts,
wir wissen nichts vom Untergang,
von den versunkenen Städten, vom Strom in dem Pferde
und Menschen ertrunken sind.

Thomas Bernhard

da “Unter dem Eisen des Mondes. Gedichte”, Kiepenheuer & Witsch, 1958