Molto tardi nella notte, Postfazione di Chrisa Prokopaki

 

La poesia è
il negativo del silenzio.
Un giorno
nell’acido delle parole compare
il suo viso.
Nessuna lacrima negli occhi.
I tre diamanti
brillano immobili
confitti nel suo petto.
(GHIANNIS RITSOS, da Poesie di carta)

Un uomo si allontana lentamente, si congeda dal mondo – un mondo che sapeva scoprire ogni giorno, assorbire con tutti i suoi sensi, riscrivere daccapo. Prega le cose che gli parlino di nuovo, tenta di strappare loro qualcosa, un argomento di vita, di abbandonarsi alla consolante menzogna, di invertire la situazione. E poi, di nuovo, rifiuta le illusioni, obbedendo alla propria “inutile lucidità”. Getta nel fuoco a una a una tutte le maschere della consolazione che aveva cambiato nel corso della vita, quelle “maschere splendenti / che hanno nascosto visi disperati, hanno nascosto / le congiure del tempo, della morte”.
Indugia – una tregua con l’“Invisibile” che lo tallona. Ottiene ben poco: lo sguardo di una statua di gesso, di una “nuvoletta timida”, il riflesso di “un bicchiere di vetro solitario su un tavolino all’aperto”, ed è pronto a festeggiare la sua momentanea conquista. Ha imparato a inchiodare l’istantaneo, a consacrare l’effimero: “Dunque, rinviamo di nuovo; incoroniamo / sul vetro incrinato questa piccola farfalla”.
Ma le cose virano al grigio, si oscurano sempre più, rovinano in frantumi, gli amici partono anch’essi a uno a uno, i significati e le parole si svuotano, invecchiano. E quando qualcosa lo fa trasalire di nuovo in un gioioso mattino o negli abbaglianti “giardini meridiani” con i “bei corpi nudi, giovani, abbronzati”, sente di essere un “intruso” in “questa festa popolare”. Allora la bellezza diviene quanto di più doloroso. La vita ritorna con la primavera: “arrivi di turisti, di uccelli, di amori. / E io – disse –, / io parto, parto”. Esiste, nella sua semplicità, espressione più straziante di questa eterna querimonia umana?

“La tua prima parola e l’ultima / l’hanno detta l’amore e la rivoluzione. / Tutto il tuo silenzio l’ha detto la poesia”. Ma il binomio amore-rivoluzione non è più affatto scontato. I sogni che davano senso alla vita e alleviavano la pena della sorte individuale, anzi talvolta, nelle grandi ore, l’annullavano, giacché il loro bagliore rischiarava il futuro, queste visioni sono svanite. Il poeta ricorda quelli che “cantavano e ballavano davanti ai fucili”. Nella memoria delle “paure vinte” si augura di vincere anche il nemico attuale, quello silenzioso e invisibile: “Dunque, devono preparare il loro ultimo vestito / con calma e dignità, – scarpe nere, calze nere, / abito nero e un garofano rosso all’occhiello”.
Intanto, “Ah, sì, invecchiano anche le statue e le poesie e i ricordi degli eroi”, dirà altrove. Per lui diventano ricordi tormentosi. Il passato si popola di spettri. “I perseguitati”, “braccati, hanno traversato molti deserti, molte paure, / hanno dormito in caverne ferine sentendo tutta notte i lupi”, nella speranza di una gloria. Infine, “è rimasta solo una maschera tutta d’oro, / e nessun viso dietro quella maschera”. Vengono poi quegli scalatori tornati, dopo la fallita ascensione, con una coperta lacera e un cappello rosso, mentre la bandiera della casa l’ha mangiata “il grande toro”. E di nuovo gli scalatori, che trasportano “il bel portabandiera / avvolto in una coperta rossa”. Ovunque questo rosso, a rimarcare lo sfacelo – così come le bandiere di un tempo, consunte, riposte “nelle grotte antiche” o nel baule “assieme ai vestiti di carnevale, senza naftalina; / li avranno mangiati le tarme”. (Che travestimenti, direbbe, che belle menzogne!) E ancora, i giornali, molti giornali, inutili, “li abbiamo letti / l’anno scorso e l’altr’anno e cinquant’anni fa, e forse / tra duecent’anni gli stessi leggeranno”. Praticamente inesistenti, dunque, anche le più remote prospettive.

Tutti i simboli, con la carica particolare che avevano nell’opera di Ritsos, crollano. Il dialogo con le sue poesie precedenti prosegue, a indicare la fine delle illusioni o la fine irrevocabile. A volte per mezzo del mito antico, così com’egli stesso lo aveva utilizzato: il cavallo di Troia, “cavo, / lo abitano scarafaggi e ragni; non inganna / più nemici né amici”. Elena si accinge a pettinarsi, “e lo specchio / era invecchiato molto, e i capelli le erano caduti”. Altrove, Elena è ritornata da anni, dice, a Sparta: “Ci ha lasciato qui / certi suoi pepli lisi e trasparenti, e alcune / boccette di profumo vuote, di cristallo. Con quelle cose / ci siamo ingannati a lungo con ricordi insistenti, / e abbiamo ingannato anche gli altri”. E, cosa più grave, è svanita anche Itaca, “e Penelope, davanti al suo telaio, / morta”.
Altre volte ancora, il poeta dialoga coi versi della sua personale mitologia. Fanno irruzione frammenti del prodigio che realizzavano i suoi decolli poetici o il risalto della sacra quotidianità. La scala, quella “che salirono le sette vecchie / e sotto le loro camicie da notte spuntarono ali segrete” (riferimento al suo corale
Le vecchie e il mare), ora è crollata al suolo, “diventa terra, diventa erba / la divorano formiche e vermi”. Lo commuove per un istante il ricordo dei mangiatori di patate (dell’omonimo quadro di Van Gogh, ch’egli “descrive” nella sua raccolta Segnali di fuoco), con i vapori che salivano dalle patate calde. “Eppure, sopra i vetri appannati, / tracciò con il dito / uno ZERO”.
I riferimenti di Ritsos ai propri testi hanno peso ideologico e interesse letterario. Ma ne acquistano uno maggiore se si constata che il poeta ha nutrito a tal punto con il suo sangue le creazioni della propria fantasia, che le tratta ormai come esseri viventi; le frequenta, saltando agevolmente da una realtà all’altra, così che i ricordi poetici si integrano nell’autobiografia. Esseri e cose li sente ora logorarsi insieme con le sue sensazioni, benché essi fossero gli unici che aveva creduto immortali. L’identificazione tra vita e opera, così come il distacco dell’una dall’altra, generano un conflitto drammatico e permanente.

“Le congiure del tempo, della morte”, un tema che percorre la sua poesia, si intrecciano quasi sempre o si trovano in un rapporto di analogia con le esperienze traumatiche delle lotte sociali e con le sorti della Sinistra. La vanità esistenziale riecheggia anche il destino di Sisifo della prassi storica. Nell’atmosfera asfittica della dittatura militare (1967-1974), la scomparsa di persone care, la morte che pareva incombere sullo stesso poeta, così come gli stridori assordanti nel campo socialista, completano l’incubo. La parola, talvolta severamente elegiaca, talaltra sarcastica, altre volte ancora stoicamente probativa, si sforza di ammansire il desiderio di rinuncia, di resistere alla disperazione.
Seguì allora, è vero, un periodo d’imprevista euforia e di grande fioritura poetica; una sorta di trasgressione dello spazio e del tempo, con opere visionarie come quelle che compongono la raccolta
Epinici. Un periodo segnato contemporaneamente dall’affrancamento personale nei confronti dei tabù sociali e ideologici; affrancamento che si manifesta in un’esplosione di sensualità e di panerotismo e in una certa licenziosità espressiva, in particolare nelle opere in prosa.
Ma queste ultime raccolte, scritte poco tempo dopo, attestano forse un’inversione di 180 gradi rispetto a quelle immediatamente precedenti, ma costituiscono nondimeno la prosecuzione di opere come
Quarta dimensione e delle sillogi di poesie brevi. Tratto distintivo comune è il carattere di confessione esplicita. Tutte queste poesie, nonostante le differenze formali e l’impiego alterno della prima e della terza persona singolare o plurale, possono intendersi come un unico poema diaristico in prima persona; un’opera intimistica, con le sue inflessioni e i cambi di registro, con gli impeti e le tensioni di un uomo che lotta corpo a corpo con la morte. E la cosa più sorprendente è proprio il contemporaneo e incessante rendiconto di questa lotta, con dolore controllato, “con calma e dignità”. Infine, cosa tutt’altro che semplice, la penna è ferma e non cede alle concessioni e alle facilità che relegherebbero in secondo piano l’emozione puramente estetica. Sentimento, riflessione e discorso, strettamente articolati, si flettono o resistono, lasciando intravedere attraverso i vuoti e le reticenze quanto di più oscuro.

Ma che cosa significano le ultime parole di un poeta, che, dopo aver oscillato per tanti anni tra un “sì” incerto e in ultima analisi confutabile, e un “no” che ora lo opprime e che pronuncia con un sentimento di colpa, cercando di nuovo una parola di consolazione, chiedendoci di perdonargli “quest’ultima tristezza”? Forse ci sorprendono ancora alcuni versi che davamo per scontati. Quando il poeta se ne sarà andato, “credo che resterà / un sorriso dolcissimo in questo mondo / che dirà incessantemente ‘sì’ e ancora ‘sì’ / a tutte le secolari speranze vanificate”.
Il poeta si congeda, lascia le sue ultime raccomandazioni, con la nobiltà e la segreta presunzione di chi ha sempre creduto che gli fosse stata affidata una missione preziosa. Ma la raccomandazione più preziosa è comunque la pratica stessa della parola, ch’egli esercita fino alla fine. La poesia, al di là dei rifiuti e delle affermazioni – anzi, attraverso di essi –, ha realmente detto tutto il suo silenzio. E ad essa ricorre anche ora, perfino quando dichiara la sua diffidenza, o quando definisce le poesie “sordomute”, quando constata che anch’esse invecchiano e muoiono. E torna di nuovo a “confidare” nella poesia, in questo
negativo del silenzio. La “poesia quotidiana”! Non abbiamo che da contare le poesie del tormentato biennio che precede l’aggravamento del suo stato di salute e la morte avvenuta nel novembre 1990 per verificare l’attaccamento sacrale di un uomo interamente votato alla poesia e per inchinarci davanti alla verità sancita da un suo gesto estremo, là, accanto alla bocca spalancata della sua tomba.
“Ricordatemi”, dice. La poesia “Come un epilogo” ci ricorda la raccomandazione di Brecht intitolata “Ai posteri”, poiché pone alla sua maniera il problema dell’etica dell’arte in tempi difficili. Ma nello stesso tempo compendia perfettamente l’apporto del poeta stesso all’arte. Vorrebbe partire – dice –
“ammirando e benedicendo questo mondo che lascio,
ammirando anche Colui che sale il colle nel tramonto dorato. Osservate:
Sulla manica sinistra ha una toppa quadrata purpurea.
Non si distingue chiaramente. Soprattutto quella volevo mostrarvi.
E forse soprattutto perciò varrà la pena che mi ricordiate”.

 La segnalazione delle cose più umili e insignificanti, di cui egli chiariva il senso indicandole come uniche. Questa inconcepibile moltitudine di istanti, di gesti minimi, di immagini e sensazioni fuggevoli che ha tesaurizzato per arricchire e abbellire la vita, per illuminare con il terrestre il celeste, con il dettaglio occulto le passioni e i desideri più segreti dell’uomo.
Che cosa possono dunque significare, sottolineare, le ultime parole del poeta? Forse la toppa quadrata purpurea sulla manica di Colui che sale il colle (con la sua croce, no?). Con una simile toppa purpurea sul suo vestito liso, liso dalle indicibili usure e smentite, è salito anche lui. E come il “Crocifisso esangue” (che d’altronde ha visto nello specchio), ha voluto sollevare da solo il peso della sofferenza, stringendo “avaramente nei pugni i suoi due chiodi”
“Ricordatemi”… Oh, sì. Finché gli uomini distingueranno quel bagliore nascosto nel vestito dei proscritti; ma anche finché “i tre diamanti” (quelli della nascita, dell’amore e della morte), che “brillano immobili” e che hanno illuminato la sua opera, governeranno il destino dell’uomo, la dignità di questa voce renderà più preziosa la nostra vita, e forse altrettanto degna la nostra morte.

Postfazione di Chrisa Prokopaki a «Ghiannis Ritsos, Molto tardi nella notte», Crocetti Editore, 2020

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