Memoria II – Efeso – Giorgio Seferis

Josef Koudelka, Attica, Cape Sounion, Temple of Poseidon, 2003

 

Parlava seduto su un marmo
simile a rovina d’antico portale:
sterminato e vuoto a destra il campo
a sinistra scendevano le ombre dal monte:
«La poesia è ovunque. La tua voce
a volte incede al suo fianco
come il delfino che per poco ti accompagna
vascello d’oro nel sole
e poi scompare. La poesia è ovunque
come le ali del vento nel vento
che per un attimo hanno sfiorato le ali del gabbiano.
Uguale e diversa dalla nostra vita, come cambia
il volto di una donna che si è spogliata,
e tuttavia rimane uguale. Lo sa
chi ha amato: alla luce degli altri
il mondo implode; ma tu ricorda
Ade e Dioniso sono la stessa cosa».
Disse, e imboccò la grande strada
che mena al porto di un tempo, ora inghiottito
laggiú  fra i giunchi. Il crepuscolo pareva
per la morte di un animale,
cosí nudo.
                   Ricordo ancora:
viaggiava sulle coste della Ionia, in vuote conchiglie di teatri
dove solo la lucertola striscia sull’arida pietra,
e io gli chiesi: «Un giorno torneranno a riempirsi?»
E mi rispose: «Forse, nell’ora della morte».
E corse nell’orchestra urlando:
«Lasciatemi ascoltare mio fratello!»
Ed era duro il silenzio attorno a noi
e non rigato nel vetro dell’azzurro.

Giorgio Seferis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Giornale di bordo III, 1955)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Μνήμη, Β’

Ἔφεσος

Μιλοῦσε ϰαθισμένος σ’ ἕνα μάρμαρο
πού ἕμοιαζε ἀπομειυάρι ἀρχαίου πυλώνα·
ἀπέραντος δεξιά ϰι ἄδειος ὁ ϰάμπας
ζερβά ϰατέβαιναν ἀπ’ τό βουνό τ’ ἀπόσϰια:
«Εἶναι παντοῦ τό ποίημα. Ἡ φωνή σου
ϰαμιά φορά προβαίνει στό πλευρό του
σάν τό δελφίνι πού γιά λίγο συντροφεύει
μαλαματένιο τρεχαντήρι μές στόν ἥλιο
ϰαί πάλι χάνεται. Εἶναι παντοῦ τό ποίημα
σάν τά φτερά τοῦ ἀγέρω. μές στόν ἀγέρα
πού ἄγγιξαν τά φτερά τοῦ γλάρου μιά στιγμή.
Ἴδιο ϰαί διάφορα ἀπό τή ζωή μας πώς ἀλλάξει
τό πρόσωπα ϰι’ ὡστόσο μένει τό ἴδιο
γυναίϰας πού γυμνώθηϰει Τό ξέρει
ὅποιος ἀγάπησῖ οτό φῶς τῶν ἄλλων
ὁ ϰόσμος φθείρεται· μοί ἑσύ θυμήσου
Ἅδης ϰαί Διόνυσος εἶναι τό ἴδιο».
Εἷπε ϰαί πῆρε τό μεγάλο δρόμο
πού πάει στ’ ἀλλοτινό λιμάνι, χωνεμένο τώρα
πέρα στά βοῦρλα, Τό λυϰόφως
θά ’λεγες γιά τό θάνατο ἑνός ζώου,
τόσα γυμνό.
                    Θυμᾶμαι ἀϰόμη·
ταξίδευε σ’ ἄϰρες ἰωνιϰές, σ’ ἄδεια ϰοχύλια θεάτρων
ὅπου μονάχα ἡ σαύρα σέρνεται στή στεγνή πέτρα,
ϰι’ ἐγώ τόν ρώτησα: «Κάποτε θά ξαναγεμίσουν;» 
Καί μ’ ἀποϰρίθηϰε: «Μπορεĩ, τήν ὥρα τοῦ θανάτου».
Κι ἔτρεξε στήν ὀρχήστρα οὐρλιάζοντας:
«Ἀφῆστε με ν’ ἀϰούσω τόν ἀδερφό μου!»
Κι εἴταν σϰληρή ἡ σιγή τριγύρω μας
ια’ ἀχάραχτη στό γυαλί τοῦ γαλάζιου.

Γιώργος Σεφέρης

da “Ημερολόγιο Καταστρώματος Γ΄”, Ίκαρος, Αθήνα, 1955

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