«È avvelenato il pane, bevuto l’ultimo sorso d’aria» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Mandel’štam, photograph by Moses Nappelbaum

 

È avvelenato il pane, bevuto l’ultimo sorso d’aria.
Com’è difficile curare le ferite!
Giuseppe venduto in Egitto
non dovette soffrire nostalgia più forte!

Sotto il cielo stellato i beduini
a occhi chiusi, sul dorso del cavallo,
improvvisano libere ballate
sul loro giorno confuso.

Per trovare lo spunto basta poco.
Chi ha perso nella sabbia una faretra,
chi ha scambiato il cavallo. Degli eventi
lentamente si dissipa la nebbia.

A cantare davvero
e in pienezza di cuore, finalmente
tutto il resto scompare: non rimane
che spazio, stelle e voce.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1913

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Pietra”, in “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Poesie”, Garzanti, 1972

∗∗∗

«Отравлен хлеб, и воздух выпит»

Отравлен хлеб, и воздух выпит.
Как трудно раны врачевать!
Иосиф, проданный в Египет,
Не мог сильнее тосковать.

Под звездным небом бедуины,
Закрыв глаза и на коне,
Слагают вольные былины
О смутно пережитом дне.

Немного нужно для наитий:
Кто потерял в песке колчан,
Кто выменял коня — событий
Рассеивается туман;

И, если подлинно поется
И полной грудью, наконец,
Все исчезает — остается
Пространство, звезды и певец!

Осип Эмильевич Мандельштам

1913

da “Осип Мандельштам, Камень: стихи”, Акме, 1913 

«Piú la gente che c’era se ne va» – Giovanni Raboni

Foto di Anja Bührer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piú la gente che c’era se ne va
o si nasconde e meno avrebbe senso
lasciarla da vivo questa città
senza vita. Sí, ogni tanto ci penso,

immagino un altro cielo, un incenso
meno acre ma chi me lo ridà
l’alitare, il parlottare, l’immenso
silenzioso brusío di chi non ha

casa che nel mio ricordo? Per quanti
siano i vivi che amo non saranno
mai tanti come loro, gli sfrattati

dal tempo, i clandestini, gli abbonati
fuori elenco a telefoni che hanno
numeri di cinque cifre soltanto.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

Sappiamo cos’è l’arte – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sappiamo cos’è l’arte, conosciamo bene il sentimento
di felicità che ci offre, a volte arduo, amaro, dolceamaro,
e a volte solo dolce, come una leccornia turca. Apprezziamo l’arte
perché vorremmo sapere cos’è la nostra vita. Viviamo,
ma non sempre sappiamo che cosa ciò significhi.
Quindi viaggiamo, o semplicemente in casa apriamo un libro.

Ricordiamo quel momento di luce davanti a un quadro,
e forse ricordiamo che nuvole scorrevano allora nel cielo.
Tremiamo sentendo il violoncellista suonare
le suite di Bach, o ascoltando il pianoforte cantare.
Sappiamo cosa può essere la grande poesia, un testo
scritto tremila anni fa o ieri.

Eppure non capiamo perché a volte
al concerto ci avvolge l’indifferenza. Non capiamo
perché alcuni libri sembrano offrirci perdono, remissione
mentre altri non nascondono la rabbia. Lo sappiamo, e poi
dimentichiamo. A stento immaginiamo perché a volte le opere d’arte
si accartoccino, chiudano come un museo italiano in sciopero.
E così anche le nostre anime. Non sappiamo
perché l’arte taccia, quando accade l’orrore,
a stento capiamo perché dell’arte in quei momenti
non abbiamo bisogno – come se l’orrore
ricolmasse il mondo totalmente, completamente, fino al tetto.
Non sappiamo cos’è l’arte.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio: Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

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Wiemy, czym jest sztuka

Wiemy, czym jest sztuka, dobrze znamy uczucie szczęścia
jakie nam daje, niekiedy trudne, gorzkie, gorzko-słodkie,
a czasem tylko słodkie, jak turecki smakołyk. Cenimy sztukę
bo chcielibyśmy wiedzieć, czym jest nasze życie.
Żyjemy, ale nie zawsze wiemy, co to znaczy.
Podróżujemy więc, albo po prostu otwieramy w domu książkę.

Pamiętamy moment olśnienia gdy staliśmy przed obrazem,
i pamiętamy też może, jakie obłoki płynęły wtedy po niebie.
Drżymy słysząc jak wiolonczelista gra
suity Bacha, gdy słuchamy, jak śpiewa fortepian.
Wiemy, czym może być wielka poezja, wiersz
napisany trzy tysiące lat temu albo wczoraj.

A jednak nie rozumiemy, dlaczego niekiedy na koncercie
ogarnia nas obojętność. Nie rozumiemy, dlaczego
niektóre książki zdają się ofiarowywać nam przebaczenie
a inne nie kryją swego gniewu. Wiemy, a potem zapominamy.
Z trudem tylko domyślamy się, dlaczego zdarza się, że dzieła sztuki
zwijają się, zamykają jak włoskie muzeum w dniu strajku (sciopero).
Dlaczego także nasze dusze zwijają się niekiedy i zamykają
jak włoskie muzeum w dniu strajku (sciopero).
Dlaczego sztuka milczy, gdy dzieją się rzeczy straszliwe,
dlaczego jej wtedy nie potrzebujemy – tak jakby rzeczy straszliwe
wypełniały świat całkowicie, kompletnie, po sam dach.
Nie wiemy, czym jest sztuka.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

Mercoledì 9 settembre – Milo De Angelis

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al parco della Rimembranza, nella nebbia del nord,
nel giorno del suo compleanno, non potevo trovare che lui.
Guardava per terra le castagne appena cadute e si divertiva
a spingerle nel fosso con il piede sinistro, con quelle scarpe
anni trenta che gli davano un’insolita eleganza.
Lo guardai da lontano. Magro, pensoso, proteso a un’eterna
stagione che sfiora tutti noi passeggeri.
Lui solitario per forza e per natura,
guardava i bambini in bicicletta con una strana attenzione,
raccoglieva gli emblemi dell’inizio e della fine, sentiva forse
che era ormai breve il suo segmento e camminava
sempre più lento con un grido nel sangue
che solo i poeti possono scorgere.
Alla fine si sedette su una panchina con il suo dattiloscritto
dalle mille correzioni fatte a penna che teneva sulle ginocchia
e scriveva, scriveva e io ero un ragazzo e non sapevo
nulla di lui, ma guardai a lungo quel titolo: La luna e i falò.

Milo De Angelis

da “Linea intera, linea spezzata”, “Lo Specchio” Mondadori, 2021

Epitalamio – John Williams

Foto di Hengki Koentjoro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel vento e nella pioggia fino all’alba
la casa ha sobbalzato ai tuoni;
ora sul davanzale soffia il vento
e un cumulo di rami neri, fradicio
è scampato alle folgori e ai lampi.
Come pensare a te, stanotte?
Ecco la mia pastorale: niente canzoni
che ti menino per verdi prati
tra pecorai danzanti fino a sera.
Intrappolata nel gelo e nella scia
di buio che abbiamo per sentiero,
di questo patto fai la sentinella
nella tua notte dalle mille stanze
che condividi per domare il tempo.
Perduti nello spazio che ci è dato,
tentiamo ogni via nell’imbrunire:
nel temporale al chiuso della stanza
ti stagli sull’oscurità di noi mortali.

Nel temporale ti penso questa notte,
nelle temperie di quest’età affannata –
due amanti che resistono allo sciame
del tempo che lenire ti è impossibile
che la tua povera, straziante carne
non innamora né trattiene a sé,
contro il deserto cui nessuno scampa.
Ora alla tua finestra il vento spinge
dei nuovi indizi della propria forma;
ora sulle grondaie senti il raschio
d’un nero ramo che ti guida
a un campo di là del tuo sentire
dove la mente e il cuore umano, spenti,
cadono morti in silenziosa attesa.
Prego che gli affannosi amori che ridesti
si mutino stanotte nel tuo grande amore,
anche se al chiuso di uno spazio, il cuore
non sa che di se stesso, e sa che è solo.

Che tu resista ai venti, duri la tua tresca
temprando l’amore contro il grido
delle presenze che vaghe e senza nome
s’aggirano in notti come questa.
E quella nera anima mai sazia
il cui presagio d’eterno conflitto
s’ostina a rapirti ai tuoi pensieri –
mantieni, al pari di te stessa, in vita.
Sei labbro e coscia che s’intrecciano,
stanotte in questo fortunale cieco,
ti afferri a ciò che non trattieni,
come una supplice dagli occhi cavi
che al tatto scopre nella neve
la multiforme geometria del freddo,
che esposta all’alito del senso
in quel tepore rinviene a sue spese.
Nel tuo bisogno hai confinato la tormenta;
ti prego, dalle forma nel pensiero!

John Williams

(Traduzione di Stefano Tummolini)

da “John Williams, Stoner e La necessaria menzogna (Poesie)”, Mondadori, 2020

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Prothalamion

All night my house in wind and rain
Has trembled to each thunder-blast;
Now on my whistling window-pane
Dark branches huddle, wetly massed,
By white electric blazings cast.
How may one think of you tonight?
This is my pastoral: no song
That leads you through a meadow bright
With shepherds who dance the daylong.
Enmeshed by weather and the long
Level of dark whereon we dwell,
You make this pact your sentinel
Before the chambered night you share
Against the time that you would quell.
Lost upon the space we bear,
We turn all ways in the darkening air:
This storm reveals you in your distant room,
Bright in the darkness that we all consume.

I think of you tonight in storm,
This weather of our cumbered age –
Two lovers who oppose the swarm
Of time that you may not assuage
Nor your poor touching flesh engage
Or keep in love against the cold
Dim barreness that none escape.
Now at your window must the wind hold
New intimations of its shape;
Now upon your eaves the scrape
Of some dark bough must lead you hence
Into a field beyond your sense
Where mind and human love, gone weak,
Downward die in mute suspense.
I pray the gestured loves you wreak
Become tonight the love you seek,
Though closed in space the individual heart
Know but itself, and know it is apart.

Against this storm may you persist,
Strengthening love against the howl
Of nameless presences that prowl
Such nights as these, and keep your tryst;
And all that dark insatiate soul
Whose boding of immortal strife
Endures to drift you out of mind –
Hold, as you are held, to life.
By meshing lip and thigh defined,
Tonight in this vast weather blind,
You cling to what you cannot hold,
Like eyeless supplicants who find
In touch the snowflake’s multifold
Pure geometric shape of cold,
Which naked to the warmth of sense
Is found in warmth at its own expense.
In your quick need you have this storm confined;
O give it shape within the human mind!

John Williams

da “John Williams, Necessary Lie”, Verb Publications, Denver, 1965