Confessione del fuggiasco – Juan Vicente Piqueras 

Michael Kenna, Crumbling Boardwalk, Shiga, Honshu, Japan. 2003

 

Sono felice solo quando me ne sto andando.

Non tra quattro muri, ognuno con le sue spade,
ma tra qui e lì, una casa e l’altra,
entrambe estranee, preferibilmente.

Ormai non posso, né voglio, starmene fermo.
Né ora né dopo. Né qui né lì.
In ogni caso là, dove sei tu,
chiunque tu sia, mettimi il tuo nome
sulle labbra assetate, insaziabili.

Io non sono io né posso avere una casa.
Non dico ormai perché non lo sono mai stato,
non l’ho mai avuta, sono sempre stato straniero
dentro e fuori di me. Sono ciò che non sono:
il mendicante che dorme sotto il ponte
che unisce le mie due rive e io attraverso
senza che possa, né giorno né notte, fermarmi.

Scrivo perché cerco, perché aspetto.
Ma oramai non so che cosa, l’ho dimenticato.
Scrivendo spero
di poterlo ricordare. Persevero nelle intemperie.

Nonvivo tra parentesi
nello spazio vivo e il tempo morto
dell’attesa di che cosa, tra due qui.

Mai in ma tra. Esci da me,
chiunque tu sia, lasciami in pace
o falla finita ormai con me e con l’amaro
miele di stare solo parlando da solo.

Ho deciso che la mia patria sia
non decidere, non stare da nessuna parte
bensì in transito, ponti, navi, treni,
dove io sia soltanto il passeggero
che so di essere, mentre sento
che mi inquieta la pace,
che la quiete mi spaventa,
che la sicurezza non mi alletta,
e sono felice soltanto quando so di essere fugace.

Juan Vicente Piqueras 

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Andata”, in “Avverbi di luogo”, LietoColle, 2019

∗∗∗

Confesión del fugitivo

Sólo soy feliz yéndome.
No entre cuatro paredes, con sus sendas espadas,
sino entre aquí y allí, una casa y otra,
ajenas ambas preferiblemente.

No puedo ya, ni quiero, estarme quieto.
Ni ahora ni después. Ni aquí ni allí.
En todo caso ahí, donde estás tú,
seas quien seas tú, ponme tu nombre
en los labios sedientos, insaciables.

Yo no soy yo ni puedo tener casa.
No digo ya porque nunca lo fui,
nunca la tuve, siempre fui extranjero
dentro y fuera de mí. Soy lo que no:
el mendigo que duerme bajo el puente
que une mis dos orillas y yo cruzo
sin poder, día y noche, detenerme.

Escribo porque busco, porque espero.
Pero ya no sé qué, se me ha olvidado.
Espero que escribiendo
llegue a acordarme. Insisto en la intemperie.

Sinvivo entre paréntesis
en el espacio vivo y tiempo muerto
de la espera de qué, entre dos aquíes.
Nunca en sino entre. Sal de mí,
seas quien seas tú, déjame en paz
o acaba ya conmigo y con la miel
amarga de estar solo hablando solo.

He decidido que mi patria sea
no decidir, no estar en ningún sitio
sino de paso, puentes, naves, trenes,
donde yo sea sólo el pasajero
que sé que soy, sintiendo
que me inquieta la paz,
que la quietud me asusta,
que la seguridad no me interesa,
y sólo soy feliz cuando me sé fugaz.

Juan Vicente Piqueras 

da “Ida”, in “Adverbios de lugar”, Visor Libros, 2003

Il tempo delle domande – Moka

Foto di Moka

 

Una forza inaspettata ti veste
quando levi tuo padre da terra
e una delicatezza quando allacci le scarpe
che ti hanno insegnato a camminare.
Vedo la vecchiaia accompagnarli,
si ferma
– un istante –
il tempo di una domanda:
come si può portarne la storia?
La imparerò a memoria senza spazientirmi
nell’ultimo minuto di ricordo perpetuo.
Vorrei sapere come fare,
vorrei non riflettere le mie lacrime nel Lago
l’ultima sera in cerca di risposte
che non mi disseteranno,
ma ricadranno come tempesta
sull’anima torbida
senza perdono.

Moka

da “Un tempo assente”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2019

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Un tempo assente – Le Mezzelane Casa Editrice

Addii – Ghiannis Ritsos

Andrew Wyeth, Moon Madness, 1982

 

Grandi stanze di vecchie case avite di provincia
piene di fischi di navi lontane, piene
di spenti rintocchi di campane e di battiti profondi
d’orologi antichissimi. Nessuno abita piú qui dentro
eccetto le ombre, e un violino appeso al muro,
e le banconote fuori corso sparse sulle poltrone
e sul letto largo con la coperta gialla. Di notte
scende la luna, passa davanti agli specchi esanimi
e coi gesti piú lenti rassetta dietro i vetri
i fischi d’addio delle navi affondate.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi 15.VΙΙΙ.1978

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Ἀποχαιρετισμοί

Μεγάλα δωμάτια παλιῶν αρχοντι ϰῶν στήν ἐπαρχία
γεμάτα ἀπό σφυρίγματα μα ϰρινῶν πλοίων, γεμάτα
ἀπό σβησμένες ϰαμπανο ϰρουσίες ϰαί βαθιούς χτύπους
πανάρχαιων ρολογιῶν. Κανείς δέν ϰατοι ϰεῖ ἐδώ μέσα
πάρεξ οί σ ϰιές, ϰι ἕνα βιολί ϰρεμασμένο στόν τοῖχο,
ϰαί τ’ ἄχρηστα χαρτονομίσματα σ ϰόρπια στίς πολυθρόνες
ϰαί τό φαρδύ ϰρεβάτι μέ τήν ϰίτρινη ϰουβέρτα. Τίς νύχτες
ϰατεβαίνει ἡ σελήνη, προσπερνάει τούς ἄπνοους ϰαθρέφτες
ϰαί μέ τίς πιό ἀργές χειρονομίες συγυρίζει πίσω ἀπ’ τά τζάμια
τ’ ἀποχαιρετιστήρια σφυρίγματα τῶν βυθισμένων πλοίων.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 15.VΙΙΙ.1978

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

La Grecia, sai… – Michalis Ganàs

Herbert List, Near Heraklion, Crete, 1937

 

La Grecia, sai, non è solo una ferita.
Nelle ore libere un buon caffè,
radio e Tv sulle verande,
colore di bronzo, corpo di bronzo,
coperchio di bronzo la Grecia sulle mie labbra.
Sui muretti la colla del sole
attacca come insetti gli occhi.
Dietro ai muretti le case sventrate,
campi di calcio, carceri, ospedali
uomini di Dio e battenti del Diavolo
e i tranvieri che bevono solitari
il buon vino asprigno di Arachova.

Qui hanno dormito giovani prodi
con il fucile su un fianco
e i bambini scalzi nel sonno.
Neri fazzoletti beneauguranti passavano e se ne andavano
coltri e tappeti battuti alla fonte.
Ora pietrisco e scarponi
in questo frantoio di rocce
e i tranvieri che bevono solitari
il buon vino asprigno di Arachova.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “La Grecia, sai…”, Donzelli Poesia, 2004

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Ἡ Ἑλλάδα, πού λές…

Ἡ Ἑλλάδα, πού λές, δέν εἶναι μόνο πληγή.
Στήν μπόσιϰη ὥρα ϰαφές μέ ϰαϊμάϰι,
ραδιόφωνα ϰαί Τί-Βί στίς βεράντες,
μπρούντζινο χρῶμα, μπρούντζινο σῶμα,
μπρούντζινο πῶμα ἡ Ἑλλάδα στά χείλη μου.
Στίς μάντρες ἡ ψαρόϰολλα τοῦ ἥλιου
πιάνει σάν ἔντομα τά μάτια.
Πίσω ἀπ’ τίς μάντρες τά ξεϰοιλιασμένα σπίτια,
γήπεδα, φυλαϰές, νοσοϰομεῖα,
ἄνθρωποι τοῦ Θεοῦ ϰαί ρόπτρα τοῦ Διαβόλου,
ϰι οἱ τραμβαγέρηδες νά πίνουν μόνοι
ϰρασάϰι τῆς Ἀράχωβας στυφό.

Ἐδῶ ϰοιμήθηϰαν παλιϰαράδες
μέ τό ντουφέϰι στό ’να τους πλευρό,
μέ τά ξυπόλυτα παιδιά στόν ὕπνο τους.
Τσεμπέρια ϰαλοτάξιδα περνοῦσαν ϰι ἔφευγαν,
ϰιλίμια ϰαί βελέντζες τῆς νεροτρουβιᾶς.
Τώρα γαρμπίλι ϰι ἄρβυλα
σέ τοῦτο τό ἐϰϰοϰϰιστήριο τῶν βράχων
ϰι οἱ τραμβαγέρηδες νά πίνουν μόνοι
ϰρασάϰι τῆς Ἀράχωβας στυφό.

Μιχάλης Γκανάς 

da “Άκάθιστος δεΐπνος”, 1978

Ardore e silenzio – Piero Bigongiari

Foto da “La jetéé”, di Chris Marker, 1962

 

I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968