Marianne – Paul Celan

Foto di Paul Apal’kin

 

Non c’è lillà nella tua chioma, il tuo volto è di vetro specchiante.
La nuvola migra di occhio in occhio, come Sodoma va a Babele:
trapassa la torre come fosse fogliame e infuria sul roveto sulfureo.

Poi guizza un lampo attorno alla tua bocca – quel precipizio con i resti del violino.
Uno conduce con denti di neve l’archetto: oh quanto più vago risuona il canneto!

Amore, anche tu sei il canneto e noi tutti la pioggia;
un vino senza pari il tuo corpo, e a bere siamo in dieci;
una barca tra le messi il tuo cuore, noi la spingiamo remando dentro la notte;
una piccola brocca d’azzurro, così ci sovrasti danzando leggera, e noi ci si addorme…

La centuria è schierata dinanzi alla tenda, e noi bevendo ti portiamo a sepoltura.
Ora tintinnando rimbalza sull’impiantito del mondo il duro tallero dei sogni.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

Marianne

Fliederlos ist dein Haar, dein Antlitz aus Spiegelglas.
Von Auge zu Aug zieht die Wolke, wie Sodom nach Babel:
wie Blattwerk zerpflückt sie den Turm und tobt um das Schwefelgesträuch.

Dann zuckt dir ein Blitz um den Mund – jene Schlucht mit den Resten der Geige.
Mit schneeigen Zähnen führt einer den Bogen: O schöner tönte das Schilf!

Geliebte, auch du bist das Schilf und wir alle der Regen;
ein Wein ohnegleichen dein Leib, und wir bechern zu zehnt;
ein Kahn im Getreide dein Herz, wir rudern ihn nachtwärts;
ein Krüglein Bläue, so hüpfest du leicht über uns, und wir schlafen…

Vorm Zelt zieht die Hundertschaft auf, und wir tragen dich zechend zu Grabe.
Nun klingt auf den Fliesen der Welt der harte Taler der Träume.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche Verlags Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

Amore della vita – Alfonso Gatto

Josef Koudelka, Rome, Via Appia Antica, 2000

 

Io vedo i grandi alberi della sera
che innalzano il cielo dei boulevards,
le carrozze di Roma che alle tombe
dell’Appia antica portano la luna.

Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
Pure, lunga la vita fu alla sera
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo,
alle luci sorgenti ai campanili
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
mai più risponderà?

Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
il cielo dei boulevards,
cielo chiaro di rondini!

O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.

Tornerà tornerà,
d’un balzo il cuore
desto
avrà parole?
Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

I morti, i vinti, chi li desterà?

Alfonso Gatto

da “Amore della vita, 1944”, in “La storia delle vittime. Poesie della resistenza”, Mondadori, Milano, 1966

Il Guardiano del faro – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

(Crepuscolo. Una stanza pressoché spoglia sotto il faro, rischiarata dall’ultima luce del giorno e dal riflesso del mare. Sul fondo della stanza si vede l’apertura della scala interna a chiocciola, di marmo, che conduce alla lanterna. Si tratta di uno di quei vecchi fari con una grande lampada a petrolio, la cui rotazione è assicurata da un meccanismo rudimentale: un cavo d’acciaio, con un peso piuttosto massiccio all’estremità, si svolge lentamente mettendo in moto la lampada. Quando il peso arriva in fondo, naturalmente la rotazione della lampada si arresta. A questo punto il Guardiano del faro è costretto a vegliare tutta la notte, e quando il peso si avvicina alla base deve salire a «caricare» di nuovo il faro – cioè ad avvolgere il cavo d’acciaio, perché con il suo svolgimento possa proseguire la rotazione. Il Guardiano è un uomo robusto, di corporatura imponente, ma quasi impacciato e incerto, forse a causa del proprio vigore, che tenta di nascondere in un silenzio disciplinato, oppure, altre volte, con la tendenza – non sempre riuscita – a confidarsi, che è il tratto caratteristico dei deboli, cioè delle persone sensibili. Non lo si incontra mai in un caffè o al mercato della piccola cittadina costiera – che dista un quarto d’ora dal faro –, e nessuno sa dove si approvvigioni di cibo, dove viva, chi si prenda cura di lui. Non ha amici, conoscenti, moglie. Vive completamente solo. Oggi un suo vecchio conoscente, con una piccola valigia, è venuto da un luogo lontano per fargli visita – o per sottrarsi a qualcosa, forse a un pericolo, chissà. Il Guardiano è in uno strano stato di eccitazione e d’imbarazzo. Parla molto. Quasi spaventato da questa breccia nella sua solitudine e allo stesso tempo come se tentasse di convincere l’altro a rimanere con lui. Temendo forse una risposta negativa, non lascia al visitatore nessun margine per riflettere e parlare. Nel contempo ha paura di se stesso, teme di tradirsi, e tenta di apparire il più possibile oggettivo. Non sempre ci riesce. E ne è consapevole. Il lirismo completa le pause di silenzio e le sottolinea):

Rimani. Resta qui. C’è calma, una calma profonda;
quasi una felicità, come se fosse finita la mutevolezza
o come se il mare si fosse assunto anche il nostro movimento;
e noi, da questa finestra, possiamo osservarlo
senza rischio, anzi quasi incantati
da tutte queste mutevoli forme d’acqua,
da queste grida anodine, dai rumori immotivati,
dai colori pericolanti, dai riverberi, dai mutamenti improvvisi,
disinteressati, persino compiaciuti della nostra conoscenza
sull’immutabilità dell’acqua sotto i gesti
assordanti e minacciosi dei venti. Rimani.

Tra poco, sotto la frammentazione dei rumori, distinguerai
l’umile, indivisibile silenzio. Ti sembrerà
una cortesia nei tuoi confronti. Soprattutto quando fa sera
e la stanza odora di salmastro, di petrolio e fumo –
(un profumo intensissimo di alghe, vento e quiete domestica,
assieme al respiro caldo del caffè e all’infinita raucedine dell’orizzonte),
in quel momento ti pare di trovarti in una comoda, solida cavità
sferica, scavata nell’inutile frastuono,
e ogni tanto, dopo uno schianto più forte, avverti una splendida esitazione,
come se nel sonno una mano amorosa ti urtasse senza svegliarti
dandoti nel contempo la sensazione di quiete del sonno
e della mano amata. Sì, rimani.

Qui è come se ti trovassi su una nuova arca su cui hai radunato
ricordi, azioni e sogni, per salvarli
e salvare te stesso insieme a loro, – alberi e piante e animali innocenti
e semi di fiori; puoi immaginare
la loro fioritura, come piccole esplosioni di colori,
come minuscoli preziosi vulcani; – li vedi illuminarti già con i colori
le mani, la stufa, l’armadio, il tavolo
e le scarpe sotto la sedia; e così illuminate,
le tue mani, sembrano di nuovo piene.

Allora il tavolo di legno con la tovaglia spessa di carta da imballaggio
diventa una grande foresta dove quattro giovani boscaioli
tagliano gli alberi per fare il tavolo; vedi
anche un piccolo mobilificio dove quattro giovani falegnami curvi
costruiscono con estrema cura il tavolo su cui mangiamo. A volte,
quando fa sera, le ombre si arrampicano con piccoli movimenti sovrani,
come ricci di mare, proprio come ricci di mare, sulle gambe dei mobili
fino allo schienale della sedia, fin su questo tavolo
in mezzo alle tazzine, ai bicchieri, al posacenere,
e sei costretto a guardare e a tacere; ma il tuo silenzio
è già la confessione che hai visto, la testimonianza
che conservi qualche segreto o che ignori qualcosa,
la comprensione di un’insufficienza che cade con un tonfo sordo
sul vuoto essenziale come una cicca accesa in mare.

Altre volte ancora, le notti di tempesta, questo tavolo
china la schiena come un elefante mansueto
per portarti a spasso in una fiaba. Non credere
che si tratti di oblio o d’inerzia. Esistono anche qui
un mucchio di impegni, doveri e responsabilità, come si dice.

Dobbiamo trasportare il petrolio, pulire la lampada,
pulire la lanterna di vetro del faro, avvolgere
il cavo d’acciaio come se caricassimo un orologio enorme
che batterà le ore nella burrasca come una campana. Vedi,
anche il faro è come un campanile. Se sali la scala
puoi vederlo da te. E quando accendi la lampada
è come se suonassi una campana. E bisogna vegliare
perché non si fermi un attimo la rotazione. Ogni luce ha il suo rumore
e lo puoi udire anche senza vederla, perfino quando dormi.

Di notte ha sempre inizio la nostra sovranità. Nel buio,
con il silenzio o il frastuono del mare sotto i piedi, ci sentiamo
murati dentro il faro, immedesimati con esso,
abbiamo l’altezza marmorea della solidità
con le radici di marmo confitte nella roccia,
con le radici della roccia confitte nella terra,
con le radici della terra confitte nel mare.

Credo che il faro sia una linea retta verticale estrema,
tesa e sensibile come la punta del parafulmine. La fronte del faro
scompare su in cielo. Il pulsare dell’infinito
risuona ogni secondo sulle sue tempie, a volte
con l’elettricità del temporale, altre volte
con la febbre calma di una notte primaverile. Se tocchi i muri
lo capisci, – come quando ti stringi le tempie
per circoscrivere il pensiero. Ed è come se avessi
le vene distese fuori dal tuo corpo,
ramificate in aria, come per guidare
una strana stella, difficile e positiva – non quella dei Magi.

Dunque, non si tratta di oblio o d’inerzia, al contrario.
Si potrebbe dire, di una distruzione responsabile, decisa da te,
perché tu esista integro nel vuoto. Non so.
No, non rimanere. La luce del faro è una stanchezza,
inafferrabile, lontana, superflua. Non rimanere.

Molte volte io stesso, per convincermi di esistere, mi trasferisco
dal mio posto immobile al posto così mutevole
della nave, del viaggiatore, del naufrago,
per guardare alla mia importanza dalla parte opposta, nella notte,
quando in un ultimo lampo crollano le nostre scenografie di cartone
e resta la scena vuota con gli elettricisti morti

sotto le scale in frantumi e le corde spezzate,
quando le navi affondano, e gli uomini guardano adirati
il mare nudo, simile a uno zero enorme, sotto il furore degli elementi,
tentando di aggrapparsi a qualche asse di legno,
perché ovviamente non possono aggrapparsi ai raggi del faro.

Un faro inutile – al massimo illumina il naufragio, mostrando
più tremende le fauci delle onde. Però, allora,
io cercavo di concepire il mio significato
con la loro sensazione; di tradurre nei loro occhi
la luce del faro che di notte accendo,
guida o consolazione, come un grido nell’oscurità:
«Resisti ancora – stai per arrivare»; – chi può udirlo
e come può aggrapparsi a un po’ di luce? No, non rimanere.

Meglio al posto del naufrago che a quello del guardiano del faro
che, al riparo dal pericolo, sorveglia il presunto maestoso spettacolo della tempesta,
a volte affascinato, a volte addirittura altezzoso
per averlo visto e illuminato. Non rimanere. Meglio
al posto di quello che lotta con il corpo dell’acqua. Che senso avrà
nel pericolo l’ostinazione per un aiuto inutile,
quale secondo fine nasconderà per colui che l’offre,
per colui che l’accetta (se l’accetta), che nuovo rapporto,
quale nuova separazione prepara per entrambi?

A volte ci inganniamo da soli; ogni rinuncia
è un nuovo rifugio segreto; e la nostra solitudine volontaria
è un’attesa evidente, una scommessa in cui ti giochi
tutta la vita senza testimoni; e tu sarai l’unico a pagare
col tuo netto rifiuto o con l’umiliazione
di tornare alle cose abbandonate (per provarle forse),
e quelle non hanno chiesto di te, non ti aspettavano né ti ricordavano,
non hanno neppure avvertito la tua assenza; così
la prova è rimasta tutta tua, soltanto tua.

Dirai che resta sempre il mare. Ma, di nuovo,
non puoi sempre parlare con lui. A volte,
certi crepuscoli sereni, quando girovagavo tra gli scogli,
calciavo le alghe o le strane radici
di un albero rigettate dalla burrasca,
o certe conchiglie, o vetri colorati, cercando
una traccia umana, qualche straccio di una camicia,
qualche scarpa imbarcata dal sale; e tutt’intorno
si udiva il pulsare muto del tramonto come unica realtà.

Altre volte ancora, quando accendevo la lampada,
me ne stavo sul balcone e aspettavo una nave,
non perché vedesse e proseguisse la rotta, una nave

diretta qui; che ormeggiasse qui; e non per evitare
qualche grave pericolo; ma sicuramente
diretta qui; aspettavo di sentire che gettava
l’ancora, come se aprisse una porta da lungo tempo chiusa,
dentro la quale ero chiuso io; e non sapevo
come avrei udito il cigolìo della porta; non sapevo
che espressione avrebbero assunto le mie mani, il mio viso.

Immaginavo persino le alberature della nave bilanciate col faro;
i passeggeri con le valigie che saltavano su questi scogli;
i loro discorsi rivolti direttamente a me, simili a me –
senza ammirazione o ringraziamento, e soprattutto senza
riconoscenza, con quella loro pronuncia straniera,
con quella effusività straniera per la salvezza di noi stessi; no.

Aspettavo, dunque, di distinguere nel fragore del mare
una voce umana, un cenno, qualcosa,
un riconoscimento minimo della nostra solitudine e resistenza
per resistere di nuovo alla doppia solitudine e sottovalutazione. Allora
anche l’ombra del gabbiano che cadeva sul pavimento da questa finestra
era la palma di una mano tagliata,
di una mano che mi apprestavo a stringere.

Ci si stanca sempre del grande silenzio o del frastuono eccessivo,
delle lunghe ombre che si formano sul mare deserto,
dei gesti dei riflettori sulle onde
o sulle nuvole, identici alle antiche compagnie teatrali,
tutte maschere con la barba, coturni e grandi scettri. Ti stanchi.

Tra simili arredi, la luce del faro, inevitabilmente,
assumeva un che di arrogante; per questo mi sforzavo
di cambiarla nella luce mansueta di una semplicissima lampada
dietro i vetri di una povera casa (immagino l’avrai notato arrivando) –
una luce che illumina dolcemente due gradini, un albero spoglio,
un uovo di gabbiano nella mano della notte
o un pesciolino che ha smarrito la strada. Questo tentavo di fare.

Non dico, – un tale cambiamento sarebbe anche potuto avvenire, perché non si spaventassero
i viaggiatori, perché non restassero abbagliati, perché non chiudessero gli occhi
e mi vedessero; – e forse nemmeno io li vedessi, – chissà? –
Anche la solitudine ha le sue astuzie. Aspettavo sempre – te l’ho detto –
di sentire il rumore di una valigia che si aprisse
e che si rivolgesse direttamente a me. Forse qualcuno si sarebbe ricordato di portarmi
due o tre fazzoletti (come te oggi), qualche camicia
o un pettine – lo immaginavo già come un piccolo cancello
in un giardinetto infantile di campagna – sì, un pettine.

Ciascuno ha bisogno di lavarsi, di pettinarsi, e a volte
di guardarsi in uno specchietto da tasca, o negli occhi
di qualche conoscente. Perché, vedi, tutti ci stanchiamo,
ognuno di noi ritiene spesso inutile la sua solitudine,
inutile perfino la sua luce, giacché anch’essa nasconde chi la concede.

Dunque, ciascuno di noi aspetta una sia pur minima cosa,
un pettine, come ti dicevo, per pettinarsi i capelli
finché sono ancora neri e anche quando s’imbiancano, –
e neppure l’aureola che gli abbiamo messo in testa,
per quanto splendida, può sostituire i suoi capelli;
d’altronde, credo che anche l’aureola necessiti ogni tanto di essere pettinata
(questo soprattutto), perché altrimenti i suoi raggi
si appuntiscono come spine rivolte in dentro e in fuori
e non riesci a toccarli né a indossarli.

All’alba, qui, la luce è una promessa
pallida e vaga – ma sempre una promessa. Aspettavo, dunque,
un viaggiatore a me prossimo (a me prossimo?),
o qualche naufrago; e preparavo l’acqua sul caminetto
per lavarlo con le mie mani. Anzi a volte
sono arrivato al punto di aspettare un annegato
per amarlo, per piangerlo, per seppellirlo
accanto a me. E mi è perfino capitato
di preparare una conversazione con la morte
semplice e amichevole – con una determinata morte.

No, non rimanere, caro. Non dico delle grandi tempeste
che battono coi pugni alle finestre
e che esigono la tua resa. Allora
non è così difficile; – è la paura e la resistenza,
perfino l’ostinazione. Dico delle altre,
delle notti cristalline di primavera
o d’estate; quando si distingue chiaramente
lo scampanìo lontano della trasparenza,
quando navi di vetro fluttuano nelle proprie luci
sotto l’inspiegabile singhiozzo delle stelle.

Quando il minimo fiato dell’ala di un insetto
sulla tua tempia è un ordine inappellabile
a esistere insieme a un altro, dentro un altro,
e non tollera alcun rinvio sotto il sublime chiaro di luna,
un rinvio definitivo. Perciò ti dico –
è difficile rammendarti le calze da solo, difficile rammendare
una mano con l’altra, un occhio con l’altro,
un battito dell’orologio con l’altro
un rumore dell’onda con quello dell’altra onda.

Quando sali da solo la scala a chiocciola interna
con le finestrelle strette che danno
prima sul mare e poi sul cielo, ti coglie come una vertigine,
hai l’impressione che la scala non finisca, come se salissi
nel buio più completo dentro i tuoi stessi visceri, come se ti avvolgessi
intorno a te stesso, dentro te stesso,
come se ti attorcessi da solo nell’ignoto
e a poco a poco sfuggissi alla forza di gravità; – una vertigine.

Questa scala è un trapano di pietra; rotea all’infinito
aprendo un foro nel vuoto. E quando arrivi in cima alla terrazza,
la forza di gravità verso il basso è pari all’altezza che hai raggiunto. Allora
non devi guardare in basso né in alto
soltanto dritto davanti a te, all’altezza degli occhi,
e allora gli occhi sono come due grandi ali aperte che ti sostengono
in equilibrio immobile, profondo e vacillante, tra la terra e il cielo.

Sono belli certi simili pomeriggi – precisamente nel punto
in cui l’immobilità sembra incontrarsi col moto,
la leggerezza con la gravità; – spesso ci riescono i gabbiani – l’hai notato? –
e il gabbiano allora è la palma di una mano che copre il vuoto,
o come la sospesa statuina di una vittoria
incomprensibile e insensata, che concentra nel suo biancore
tutta la luce della notte che giunge e del giorno che muore.

In quei momenti, il tuo corpo abbandonato alla sua forza
e nel contempo alla sua stanchezza, ti appartiene interamente.
Ma a poco a poco senti gravarsi il cuore, come il grosso peso di questo faro
legato al cavo d’acciaio, senti che si abbassa
in modo solenne, austero, muto, molto lento,
con quella sensazione dell’altezza e della caduta
che assicura la rotazione della lampada, sopra di te,
per una segreta necessità del tuo oscuro sprofondamento.

Allora ti sembra che l’odore del petrolio si mescoli a un profumo celestiale;
il bagliore del mare fluttua nella stanza; il mare
sale al di sopra del silenzio, al di sopra del sonno; e il tuo sesso
resta l’ultima alberatura sopra un’indefinita inondazione.

Ah sì, è bello. Dunque, puoi restare.
Il rumore dell’acqua nelle grotte degli scogli
è un tuo ripetuto grazie a tutti e a tutto,
è un grazie a te ripetuto da tutti e tutto. Nell’aria
si riversa uno scampanìo infinito, come se nella notte passassero
grossi autocarri che trasportano
migliaia di bottiglie di limonata per certi locali fuori mano,
da qualche parte sotto gli alberi, dove si baciano
coppie di giovani dietro grandi bicchieri appannati luccicanti.

Ma a un certo punto, quando annotta e viene l’ora
di risalire ad accendere la lampada del faro, una stanchezza
ti paralizza le membra; – e resti immobile
come dentro un pozzo, interamente immerso nell’oscurità, invisibile,
senza che tu dia un cenno di vita al mondo, indifferente
alle navi che passano, ai loro pericoli, e senti
che ti coprono i vari strati delle ombre,
come in un torpore che di lì a poco diventa ebbrezza, e l’ombra si dirada,
e qui scintilla una stella acquatica,
là salta un delfino luccicante,
e un’intera foresta di vetro trema per lo sfavillìo delle fronde.

Una musica silenziosa, un vorticare immobile; – la sedia su cui stai seduto
è una nuvola; questo tavolo ondeggia da solo come fosse
l’impeto irrealizzato di un tavolo; e ogni cosa si prepara
a nascere in una felicità esitante,
nel timore erotico di essere smentita dalla propria forma e dal nome.

Una brocca si plasma, perde forma come una luce liquida, mettendo alla prova
se stessa, non ha ancora deciso di esistere,
e senti la danza semicircolare dell’impugnatura
incurvarsi ora più ora meno,
sfiorare un attimo il corpo della brocca, allontanarsi di nuovo
indipendente, guardando altrove, sottintendendo altro,
fluttuando nell’ebbrezza della sua flessibilità
come un rettile alato, come un fiore d’argento rosa di per sé potente.

E ogni cosa nella sua bella oscillazione aspetta
che ti assuma tu la sua responsabilità e agisca,
che dia tu a ciascuna il suo senso, la sua forma,
la sua collocazione e il nome. Ma tu
indugi, ammaliato dall’inutile e dall’indefinito. Allora,
proprio nell’attimo dell’oblio estremo, nel momento
in cui devi accendere il faro, risuona
come una sveglia lo scampanìo tremendo,
preciso, al punto giusto nel tuo sonno, che interrompe il sonno,
come lo spasmo dell’amore, che interrompe l’amore. Fai un balzo –
e i raggi della lampada che stai per accendere
ti si sono già legati come corde al collo, alle mani
e ti tirano verso l’alto, in fuori. Nella luce che accendi
perché le navi vedano, vedi tu stesso,
vedi le navi che vedono la tua lampada,
vedi le tue mani d’oro, prodigiose e utili.

E così come a volte stai in mezzo alla camera di vetro
accanto alla lampada, illuminato dalla lampada che hai acceso,
credi di essere la sua stessa fiamma, che mai si consuma.

Avvengono spesso simili allucinazioni; – forse sono dovute
alla grande solitudine; forse al fragore del mare che ti frastorna
come se si fossero rotti a un tratto i tubi dell’impianto idrico,
e all’inizio tenti di aggiustarne uno
ma l’acqua zampilla da ogni parte, inonda la casa,
e tu alla fine rinunci, tenendo in mano una tenaglia
come uno che regge un timone spezzato su una nave invisibile.

Può darsi che tutto ciò sia colpa dell’eccessiva insonnia –
perché per essere al lavoro in tempo, all’ora del tuo turno,
immagini sempre che qualcuno sia in pericolo e tu debba salvarlo,
o che tu sia in pericolo e ti debba salvare. Davvero,
non sarà che siamo tutti in pericolo, in ogni istante? Perciò parlo di allucinazioni.
Eppure credo che, anche così, ciò che costruiamo significa qualcosa,
dura più a lungo di noi, ci anticipa, procede
quasi indipendente da noi, e spesso ci tiene per mano
come un robusto adolescente sostiene il vecchio padre cieco,
e quello avanza sorridendo tranquillo, oltre la propria cecità.

Sì, allucinazioni, come dicevo; – chi potrai salvare?
Come potrai salvare te stesso? Ognuno procede
per la sua strada; non vede che gli fai segno; non vediamo. La nostra lampada
è una stella vana, – quanto vana. Appena l’altro svolta
dietro il suo angolo, la stella non si vede più; dimenticata.

Forse perciò scegliamo sempre di illuminare strade
senza curve né angoli – strade molto larghe,
grandi spazi aperti, come il mare per esempio. Perciò, ancora,
se dobbiamo illuminare strade labirintiche, appendiamo
molto in alto la nostra lampada, su un palo alto, su un faro,
perché illumini dall’alto tutti gli angoli, sopra le onde, fin là
dove il mare piega il ginocchio per scavalcare l’orizzonte.

Perché allucinazioni, dunque? Un altro faro più lontano
si occuperà tra poco delle navi. La lampada esiste,
noi esistiamo. E siamo noi
che costruiamo la lampada; noi che l’accendiamo
nel cuore della notte. E possiamo dire di essere noi
la fiamma della lampada – sia pure la fiamma anonima; che importa
se non conosciamo chi l’ha accesa? Comunque le navi
si orientano con la nostra stella; navigano
verso Idra, Samo, il Pireo, Monemvasià, Citera.
Non ci basta, forse, sapere che sono arrivate o arriveranno?

Spesse volte immagino le mani dei viaggiatori illuminate
dalla mia lampada, come se fossero un po’ indorate
dal fiato di un’amicizia lontana. Immagino ancora
(quando saltano sulla banchina, e i loro cari gli stringono le mani)
che alcuni amici sconosciuti stringano le mie mani; e ancora
che le piccole serrature delle loro valigie abbiano conservato
la luce di questo faro come minuscole iconcine
finemente dorate dalla mia cura e insonnia.

Esiste sempre, dunque, il modo di donare qualcosa
e forse di restare anche noi con quello che doniamo. Ogni mattina
ci sarà un colore adatto al nostro sguardo. E questo
volevo esprimere, pronunciare e sottoscrivere
come una lettera senza data per qualsiasi destinatario.

Ora posso tacere di nuovo e accendere la nostra lampada.
Aspettami. Due minuti. Non farò tardi. Aspetta.

(Il Guardiano del faro prende il bidone con il petrolio e i fiammiferi. Sale la scala interna, forse più in fretta delle altre volte. Si sente il suo passo giovanile perdersi in alto, come se salisse in cielo. L’Altro guarda un istante perplesso i muri, la finestra che dà sul mare, l’armadio di legno, la carta geografica, la sveglia sul tavolo – il tutto offuscato dal crepuscolo –, prende la valigia e se ne va in fretta come un ladro, come se avesse usurpato una responsabilità troppo grande, anzi, quasi adirato, come se l’avessero costretto ad assumersi una responsabilità sconosciuta e senza scopo. Quando il Guardiano ridiscende, non trova nessuno. Annotta. Una volta di più comprende. Il silenzio pare più denso, quasi irrevocabile. Esce in cortile e guarda dal basso e dall’esterno la sua luce – che ha appena acceso –, cioè la luce del faro. Poi si guarda le mani rischiarate dal faro; e le sue mani sono quasi d’oro, simili alle mani miracolose delle vecchie icone, flessuose e ingannevoli come le mani dei prestigiatori. Ma in quella posa, con le mani alzate, sembra che preghi – non si sa chi – il mare, il vento, la sua luce? A un tratto si accorge che la sua posa è un po’ teatrale, e cerca un gesto più consueto. Quindi batte le mani, come se applaudisse qualcosa d’invisibile o come se scrollasse via le briciole di pane della cena – anche se non ha ancora cenato. Proprio in quell’istante un gallo canta da qualche parte in lontananza. Chi lo ha nuovamente tradito? E lui, chi ha tradito? No, no. Niente. Eppure il rumore del mare dà la sensazione di un tradimento generale. Il gallo canta di nuovo. Segnala semplicemente il cambiamento del tempo. Sta arrivando la primavera. E le stelle sembrano molto più numerose, più limpide.)

Ghiannis Ritsos

Diminiò, dicembre 1958

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia, Nuova serie”,  Anno I – N. 1, Maggio/Giugno 2020, Crocetti Editore

Prima del viaggio – Eugenio Montale

Foto di Arianna Marchesani

 

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
                                                prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

                                                   E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
ch’è una stoltezza dirselo.

Eugenio Montale

1968

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

Parte del discorso – Iosif Aleksandrovic Brodskij

 

Da nessun luogo con affetto, addì
martembre, caro egregio diletta, ma non importa chi,
perché i tratti del volto, a dire il vero,
non li ricordo più, il non vostro
certo, ma neanche di nessuno
fedele amico vi saluta da uno
dei cinque continenti, fondato sui cow-boys; io
ti ho amato più degli angeli e di Lui
e perciò ora sono lontano da te più che da loro;
ad ora tarda, in fondo a una valle che dorme,
in un paese con la neve a mezza porta,
torcendomi di notte sul lenzuolo,
(così come in ogni caso qui sotto non è detto)
sprimaccio il mio cuscino, « tu » mugghiando,
oltre mari finiti, con tutto il corpo i tuoi tratti
nel buio, come uno specchio folle, ripetendo.

Il Nord trita il metallo, ma risparmia il vetro.
Ed insegna alla gola a dire « fammi entrare ».
Il freddo mi ha educato e mi ha messo una penna
fra le dita, per riscaldarle strette a pugno.

Gelando, vedo il sole che tramonta
dietro al mare, e non c’è nessuno intorno.
Non so se il tacco scivola sul ghiaccio
o se è la terra stessa che si inarca

sotto il tacco. Dentro la gola che contiene
risa o discorso o tè caldo, io
sento sempre più chiara risuonare la neve
e il solo punto nero, un Amundsen, è « addio ».

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori del ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare « Buona notte ».

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

Quanto alle stelle, ci sono sempre. Quando
ne spunta una, un’altra ne verrà.
Solo così di là si guarda qua:
dopo le otto di sera, ammiccando.
Il cielo è meglio sgombro. Anche se
la conquista del cosmo è più opportuna
con le stelle. Ma proprio senza andarsene
da dove si è, in veranda, in poltrona.
Come disse un pilota di quegli aggeggi, al buio
nascondendo metà della faccia, non esiste la
vita, con ogni evidenza, in nessun luogo, e non puoi
fissar lo sguardo su nessuna stella.

Nella città, da cui la morte si diffuse sulla carta
scolastica, il selciato brilla come scaglie sulla carpa.
Su un castano centenario smoccolano ceri,
s’annoia il leone di ghisa pensando ai discorsi di ieri.
Alle finestre traspaiono, attraverso stinto tulle,
troppo lavato, piaghe rosse di garofani e guglie;
sferraglia un tram lontano, come al tempo andato,
però nessuno scende più allo stadio.
La vera fine della guerra è il vestito
d’una bionda sulla spalliera di una sedia viennese
e il proiettile alato che vola argenteo e ruglia
e trasporta la vita al Sud in luglio.

Monaco di Baviera

Alla luce d’una candela, in riva
all’oceano. Intorno campi d’acetosa e trifoglio.
A sera il corpo ha le braccia di Śiva
tese verso un’amante inestimabile.
La civetta, calando sull’erba, acchiappa un sorcio,
senza ragione scricchiolano le capriate.
Il sonno in una città di legno è più forte,
perché si sogna solo ciò che è stato.
Odor di pesce fresco; alla parete si appunta
un profilo di sedia, alla finestra debole
s’agita un velo; col suo raggio la luna rimonta
la marea, come una coperta che via scivola.

È tempo per lo sparviero di contare i pulcini,
di covoni nella nebbia, di monete che bruciano le dita,
tinnando in tasca; dei fiumi del Nord che, alla foce
gelandosi, ricordano le fonti, un Sud remoto
e per un attimo si scaldano; di poca luce,
d’impermeabili, di scarpe gonfie, di tremori
nello stomaco, per la gialla pappa di navone.
Tempo di vento forte, che agita i gonfaloni
dell’armata fronzuta. Stagione senza fretta,
i giorni hanno la stessa faccia, come i fratelli Ivanov. Avide
lascive dita di fiamma tiran via la corteccia
viva: non s’accontentano dell’abitino umido.

I giorni disfano l’abitino che Tu hai tessuto.
A vista d’occhio si dipana, a un filo verde
succede un filo azzurro, e poi diventa bruno,
e grigio, e inesistente. Si intravvede
qualcosa ormai, un orlo di batista.
Nessun paesaggista la fine del viale
potrà dipingere. Si ritira presto
l’abito della promessa sposa, lavandolo,
e il corpo non diventa mai più bianco.
Si è seccato il formaggio o il fiato manca.
Ossia: l’uccello, se di profilo è un corvo, di cuore
è canarino. Ma la volpe, quando addenta
la gola, non distingue il sangue dal tenore.

Il sole giallo sorgente segue con occhi
obliqui gli alberi nudi della flotta-macchia,
in rotta a tutto vapore per la Tsushima
dal gran gelo. Febbraio è il più breve dei mesi, ma
per questo è il più crudele. Cara, è meglio smettere
il nostro giro del mondo e le braccia conserte
ardere fino in fondo col dreadnought-ceppo dentro
il camino. Dimentica Tsushima!
Soltanto il fuoco capisce l’inverno.
Cavalli d’oro senza redini tramutano
il proprio manto, nella cappa, in manto
corvino. Al buio stride un grillo enorme, nudo,
che non si può coprire con la mano.

Hai scordato il villaggio, sperso nelle paludi
della provincia tutta boschi, senza spauracchi negli orti,
sui cui tesori nessuno s’illude,
e la strada è selciata di fascine e di botri.
Nonna Nastja sarà morta, e neanche Pésterev
sarà fra i vivi, e, se vive, è ubriaco giù in cantina
o intaglia qualche cosa dalla spalliera del nostro letto: dev’essere
un cancelletto, chissà, o una portina.
D’inverno là si taglia legna, e di rapa si vive,
e per il fumo ammicca una stella nel cielo gelato.
Non la sposa promessa in cotonina è alla finestra, ma polvere
in festa, e un posto vuoto, dove abbiamo amato.

Mattino azzurro notte in cornice di brina.
Mi rammenta una via con i fanali accesi, sentierini
di ghiaccio, neve a mucchi, crocicchi, e un guardaroba
all’estremo orientale dell’Europa.
Un sacchettino magro sopra una sedia dice : « Annibale »;
le parallele in palestra sanno d’ascelle;
la lavagna che accapponare fa la pelle
è ancora nera. Anche dietro. Il tinnio del campanello
cristallo è diventato per il gelo
argenteo. Quanto alle altre parallele,
tutto mandato a mente, tutto verificato.
Non ho voglia di alzarmi. Non l’ho mai voluto.

Sarà sempre possibile uscir di casa, nella strada:
la sua lunghezza bruna calmerà il tuo sguardo
coi suoi portoni, con la magrezza dei suoi alberi,
con quattro passi, con bagliori di pozzanghere.
Sopra la testa vuota agita un cespo di cavolo
la brezza e là lontano la via si stringe a « v », al
mento così si chiude il viso, e fuori rotola
latrando un cane da un androne, come una pallottola
di cartaccia. Una strada. Certe case sono più belle
di certe altre: hanno vetrine piene di cose.
O anche solo per il fatto che, in ogni caso,
se diventi pazzo non sarà mai in quelle.

Ecco i primi tepori. Nella proda come nel ricordo
prima del grano buono viene su il loglio.
Si può dire che seminano il sorgo
nelle campagne al Sud – a saper dov’è il Nord.
Proprio calda è la terra sotto la zampa al gracchio;
odore d’assi nuovi, odor di resina.
Strizzando gli occhi al sole accecante, vedi là
la guancia farinosa d’un portiere d’albergo,
corse nel corridoio, un catino di smalto,
un uomo col cappello che aggrotta i sopraccigli, e poi
un altro che col flash fotografa non noi,
ma un corpo inerte e una pozza di sangue.

Se c’è qualcosa da cantare è il cambio del vento,
quando da ovest si fa a est, e, gelando, la fronda
a sinistra si sposta, con scricchi di malcontento,
e la tua tosse sulla piana vola ai boschi del Dakota.
A mezzogiorno si può impugnare il fucile e a ciò che nel campo
sembra una lepre sparare, con quel colpo aumentando
la frattura fra la penna che muovendosi a contrattempo
scrive questi versi e quello che sul bianco
lascia tracce nere. A volte mano e testa
si fondono, senza diventare verso,
ma al suono della tua propria voce, rotolante sull’erre,
tendendo l’orecchio, come parte di un centauro.

… e alla parola grjadùščee, « futuro », in frotta
sbucano sorci dalla lingua russa
a rosicchiare il pezzetto più ghiotto
della memoria, formaggio coi buchi.
È indifferente dopo tanti inverni, chi o
che cosa è dietro le tende alla finestra, in piedi,
e nel cervello non risuona il celeste « do »,
solo il loro fruscio. La vita, a cui non chiedi
come al famoso cavallo, di farsi guardare
in bocca, mostra i denti ad ogni incontro.
Di ciascun uomo non resta che una parte
del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso.

Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shīrā’z e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

PARTE DEL DISCORSO
Sotto questo titolo Brodskij ha raccolto alcune poesie brevi, scritte per lo più nel 1975 (e ’76), accomunate dal ricorso a toni idiomatici. Alcune poesie preesistevano all’idea del ciclo; altre, molto simili stilisticamente, sono venute subito dopo. Nella raccolta originale russa (che prende fra l’altro il nome da questo stesso ciclo), Parte del discorso comprendeva 20 poesie, che vengono qui tradotte a eccezione di cinque. In compenso sono state inserite nel ciclo, su indicazione di Brodskij, tre poesie successive. In A Part of Speech, seconda raccolta delle poesie di Brodskij in inglese (Farrar, Straus and Giroux, New York, 1980), il ciclo, tradotto dall’autore, comprende 15 poesie delle 20 originarie, disposte in un ordine diverso.

∗∗∗

Часть речи

Ниоткуда с любовью, надцатого мартобря,
дорогой уважаемый милая, но неважно
даже кто, ибо черт лица, говоря
откровенно, не вспомнить уже, не ваш, но
и ничей верный друг вас приветствует с одного
из пяти континентов, держащегося на ковбоях;
я любил тебя больше, чем ангелов и самого,
и поэтому дальше теперь от тебя, чем от них обоих;
поздно ночью, в уснувшей долине, на самом дне,
в городке, занесенном снегом по ручку двери,
извиваясь ночью на простыне —
как не сказано ниже по крайней мере —
я взбиваю подушку мычащим „ты”,
за морями, которым конца и края,
в темноте всем телом твои черты,
как безумное зеркало повторяя.

Север крошит металл, но щадит стекло.
Учит гортань проговорить „впусти”.
Холод меня воспитал и вложил перо
в пальцы, чтоб их согреть в горсти.

Замерзая, я вижу, как за моря
солнце садится, и никого кругом.
То ли по льду каблук скользит, то ли сама земля
закругляется под каблуком.

И в гортани моей, гле положен смех
или речь, или горячий чай,
все отчетливей раздается снег
и чернеет, что твой Седов, „прощай”.

Это — ряд наблюдений. В углу — тепло.
Взгляд оставляет на вещи след.
Вода представляет собой стекло.
Человек страшней, чем его скелет.

Зимний вечер с вином в нигде.
Веранда под натиском ивняка.
Тело покоится на локте,
как морена вне ледника.

Через тыщу лет из-за штор моллюск
извлекут с проступившим сквозь бахрому
оттиском „доброй ночи” уст
не имевших сказать кому.

Потому что каблук оставляет следы — зима.
В деревянных вещах замерзая в поле,
по прохожим себя узнают дома.
Что сказать ввечеру о грядущем, коли
воспоминанья в ночной тиши
о тепле твоих — пропуск — когда уснула,
тело отбрасывает от души
на стену, точно тень от стула
на стену ввечеру свеча,
и под скатертью стянутым к лесу небом
над силосной башней натертый крылом грача
не отбелишь воздух колючим снегом.

Я родился и вырос в балтийских болотах, подле
серых цинковых волн, всегда набегавших по две,
и отсюда — все рифмы, отсюда тот блеклый голос,
вьющийся между ними, как мокрый волос;
если вьется вообще. Облокотясь на локоть,
раковина ушная в них различит не рокот,
но хлопки полотна, ставень, ладоней, чайник,
кипящий на керосинке, максимум — крики чаек.
В этих плоских краях то и хранит от фальши
сердце, что скрыться негде и видно дальше.
Это только для звука пространство всегда помеха:
глаз не посетует на недостаток эха.

Что касается звезд, то они всегда.
То есть, если одна, то за ней другая.
Только так оттуда и можно смотреть сюда;
вечером, после восьми, мигая.
Небо выглядит лучше без них. Хотя
освоение космоса лучше, если
с ними. Но именно не сходя
с места, на голой веранде, в кресле.
Как сказал, половину лица в тени
пряча, пилот одного снаряда,
жизни, видимо, нету нигде, и ни
на одной из них не задержишь взгляда

В городке,из которого смерть расползалась по школьной карте,
мостовая блестит, как чешуя на карпе,
на столетнем каштане оплывают тугие свечи,
и чугунный лев скучает по пылкой речи.
Сквозь оконную марлю, выцветшую от стирки,
проступают ранки гвоздики и стрелки кирхи;
вдалеке дребезжит трамвай, как во время оно,
но никто не сходит больше у стадиона.
Настоящий конец войны — это на тонкой спинке
венского стула платье одной блондинки
да крылатый полет серебристой жужжащей пули,
уносящей жизни на Юг в июле.

Мюнхен

Около океана, при свете свечи; вокруг
поле, заросшее клевером, щавелем и люцерной.
Ввечеру у тела, точно у Шивы, рук,
дотянуться желающих до бесценной.
Упадая в траву, сова настигает мышь,
беспричинно поскрипывают стропила.
В деревянном городе крепче спишь,
потому что снится уже только то, что было.
Пахнет свежей рыбой, к стене прилип
профиль стула, тонкая марля вяло
шевелится в окне; и луна поправляет лучом прилив,
как сползающее одеяло.

Время подсчета цыплят ястребом; скирд в тумане,
мелочи, обжигающей пальцы, звеня в кармане;
северных рек, чья волна, замерзая в устье,
вспоминает истоки, южное захолустье
и на миг согревается. Время коротких суток,
снимаемого плаща, разбухших ботинок, судорог
в желудке от желтой вареной брюквы;
сильного ветра, треплющего хоругви
листолюбивого воинства. Пора, когда дело терпит,
дни на одно лицо, как Ивановы-братья,
и кору задирает жадный, бесстыдный трепет
пальцев, которым мало сырого платья.

Дни расплетают тряпочку, сотканную Тобою.
Она скукоживается на глазах, под рукою.
Зеленая нитка, следом за голубою,
становится серой, коричневой, никакою.
Уж и краешек вроде виден того батиста.
Ни один живописец не напишет конец аллеи.
Знать, от стирки платье невесты быстрей садится
да и тело не делается белее.
То ли сыр пересох, то ли дыханье сперло.
Либо: птица в профиль ворона, а сердцем — кенарь.
Но простая лиса, перегрызая горло,
не разбирает, где кровь, где тенор.

Восходящее желтое солнце следит косыми
глазами за мачтами голой рощи,
идущей на всех парах к цусиме
крещенских морозов. Февраль короче
прочих месяцев и оттого лютее.
Кругосветное плавание, дорогая,
лучше кончить, руку согнув в локте и
вместе с дредноутом догорая
в недрах камина. Забудь цусиму!
Только огонь понимает зиму.
Золотистые лошади без уздечек
масть в дымоходе меняют на масть воронью.
И в потемках стрекочет огромный нагой кузнечик,
которого не накрыть ладонью.

Ты забыла деревню, затерянную в болотах
залесенной губернии, где чучел на огородах
отродясь не держат — не те там злаки,
и дорогой тоже все гати да буераки.
Баба Настя, поди, померла, и Пестерев жив едва ли,
а как жив, то пьяный сидит в подвале,
либо ладит из спинки нашей кровати что-то,
говорят, калитку не то ворота.
А зимой там колют дрова и сидят на репе,
и звезда моргает от дыма в морозном небе.
И не в ситцах в окне невеста, а праздник пыли
да пустое место, где мы любили.

Темно-синее утро в заиндевевшей раме
напоминает улицу с горящими фонарями,
ледяную дорожку, перекрестки, сугробы,
толчею в раздевалке в восточном конце Европы.
Там звучит „Ганнибал” из худого мешка на стуле,
сильно пахнут подмышками брусья на физкультуре;
что до черной доски, от которой мороз по коже,
так и осталась черной. И сзади тоже.
Дребезжащий звонок серебристый иней
преобразил в кристалл. Насчет параллельных линий
все оказалось правдой и в кость оделось;
неохота вставать. Никогда не хотелось.

Всегда остается возможность выйти из дому на
улицу, чья коричневая длина
успокоит твой взгляд подъездами, худобою
голых деревьев, бликами луж, ходьбою.
На пустой голове бриз шевелит ботву,
и улица вдалеке сужается в букву „у”,
как лицо к подбородку, и лающая собака
вылетает из подворотни, как скомканная бумага.
Улица. Некоторые дома
лучше других: больше вещей в витринах,
и хотя бы уж тем, что если сойдешь с ума,
то, во всяком случае, не внутри них.

Итак, пригревает. В памяти, как на меже,
прежде доброго злака маячит плевел.
Можно сказать, что на Юге в полях уже
высевают сорго — если бы знать, где Север.
Земля под лапкой грача действительно горяча;
пахнет тесом, свежей смолой. И крепко
зажмурившись от слепящего солнечного луча,
видишь внезапно мучнистую щеку клерка,
беготню в коридоре, эмалированный таз,
человека в шляпе, сводящего хмуро брови,
и другого, со вспышкой, снимающего не нас,
но обмякшее тело и лужу крови.

Если что-нибудь петь, то перемену ветра,
западного на восточный, когда замерзшая ветка
перемещается влево, поскрипывая от неохоты,
и твой кашель летит над равниной к лесам Дакоты.
В полдень можно вскинуть ружье и выстрелить в то, что в поле
кажется зайцем, предоставляя пуле
увеличить разрыв между сбившимся напрочь с темпа
пишущим эти строки пером и тем, что
оставляет следы. Иногда голова с рукою
сливаются, не становясь строкою,
но под собственный голос, перекатывающийся картаво,
подставляя ухо, как часть кентавра.

… и при слове „грядущее” из русского языка
выбегают мыши и всей оравой
отгрызают от лакомого куска
памяти, что твой сыр дырявой.
После стольких зим уже безразлично, что
или кто стоит в углу у окна за шторой,
и в мозгу раздается не неземное „до”,
но ее шуршание. Жизнь, которой,
как дареной вещи, не смотрят в пасть,
обнажает зубы при каждой встрече.
От всего человека вам остается часть
речи. Часть речи вообще. Часть речи.

Я не то что схожу с ума, но устал за лето.
За рубашкой в комод полезешь, и день потерян.
Поскорей бы, что ли, пришла зима и занесла все это
города, человеков, но для начала зелень.
Стану спать не раздевшись или читать с любого
места чужую книгу, покамест остатки года,
как собака, сбежавшая от слепого,
переходят в положенном месте асфальт. Свобода
это когда забываешь отчество у тирана,
а слюна во рту слаще халвы Шираза,
и хотя твой мозг перекручен, как рог барана,
ничего не каплет из голубого глаза.

Иосиф Александрович Бродский

da ″Часть речи: стихотворения”, 1972-1976, Пушкинский фонд, 2000