Il Guardiano del faro – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

(Crepuscolo. Una stanza pressoché spoglia sotto il faro, rischiarata dall’ultima luce del giorno e dal riflesso del mare. Sul fondo della stanza si vede l’apertura della scala interna a chiocciola, di marmo, che conduce alla lanterna. Si tratta di uno di quei vecchi fari con una grande lampada a petrolio, la cui rotazione è assicurata da un meccanismo rudimentale: un cavo d’acciaio, con un peso piuttosto massiccio all’estremità, si svolge lentamente mettendo in moto la lampada. Quando il peso arriva in fondo, naturalmente la rotazione della lampada si arresta. A questo punto il Guardiano del faro è costretto a vegliare tutta la notte, e quando il peso si avvicina alla base deve salire a «caricare» di nuovo il faro – cioè ad avvolgere il cavo d’acciaio, perché con il suo svolgimento possa proseguire la rotazione. Il Guardiano è un uomo robusto, di corporatura imponente, ma quasi impacciato e incerto, forse a causa del proprio vigore, che tenta di nascondere in un silenzio disciplinato, oppure, altre volte, con la tendenza – non sempre riuscita – a confidarsi, che è il tratto caratteristico dei deboli, cioè delle persone sensibili. Non lo si incontra mai in un caffè o al mercato della piccola cittadina costiera – che dista un quarto d’ora dal faro –, e nessuno sa dove si approvvigioni di cibo, dove viva, chi si prenda cura di lui. Non ha amici, conoscenti, moglie. Vive completamente solo. Oggi un suo vecchio conoscente, con una piccola valigia, è venuto da un luogo lontano per fargli visita – o per sottrarsi a qualcosa, forse a un pericolo, chissà. Il Guardiano è in uno strano stato di eccitazione e d’imbarazzo. Parla molto. Quasi spaventato da questa breccia nella sua solitudine e allo stesso tempo come se tentasse di convincere l’altro a rimanere con lui. Temendo forse una risposta negativa, non lascia al visitatore nessun margine per riflettere e parlare. Nel contempo ha paura di se stesso, teme di tradirsi, e tenta di apparire il più possibile oggettivo. Non sempre ci riesce. E ne è consapevole. Il lirismo completa le pause di silenzio e le sottolinea):

Rimani. Resta qui. C’è calma, una calma profonda;
quasi una felicità, come se fosse finita la mutevolezza
o come se il mare si fosse assunto anche il nostro movimento;
e noi, da questa finestra, possiamo osservarlo
senza rischio, anzi quasi incantati
da tutte queste mutevoli forme d’acqua,
da queste grida anodine, dai rumori immotivati,
dai colori pericolanti, dai riverberi, dai mutamenti improvvisi,
disinteressati, persino compiaciuti della nostra conoscenza
sull’immutabilità dell’acqua sotto i gesti
assordanti e minacciosi dei venti. Rimani.

Tra poco, sotto la frammentazione dei rumori, distinguerai
l’umile, indivisibile silenzio. Ti sembrerà
una cortesia nei tuoi confronti. Soprattutto quando fa sera
e la stanza odora di salmastro, di petrolio e fumo –
(un profumo intensissimo di alghe, vento e quiete domestica,
assieme al respiro caldo del caffè e all’infinita raucedine dell’orizzonte),
in quel momento ti pare di trovarti in una comoda, solida cavità
sferica, scavata nell’inutile frastuono,
e ogni tanto, dopo uno schianto più forte, avverti una splendida esitazione,
come se nel sonno una mano amorosa ti urtasse senza svegliarti
dandoti nel contempo la sensazione di quiete del sonno
e della mano amata. Sì, rimani.

Qui è come se ti trovassi su una nuova arca su cui hai radunato
ricordi, azioni e sogni, per salvarli
e salvare te stesso insieme a loro, – alberi e piante e animali innocenti
e semi di fiori; puoi immaginare
la loro fioritura, come piccole esplosioni di colori,
come minuscoli preziosi vulcani; – li vedi illuminarti già con i colori
le mani, la stufa, l’armadio, il tavolo
e le scarpe sotto la sedia; e così illuminate,
le tue mani, sembrano di nuovo piene.

Allora il tavolo di legno con la tovaglia spessa di carta da imballaggio
diventa una grande foresta dove quattro giovani boscaioli
tagliano gli alberi per fare il tavolo; vedi
anche un piccolo mobilificio dove quattro giovani falegnami curvi
costruiscono con estrema cura il tavolo su cui mangiamo. A volte,
quando fa sera, le ombre si arrampicano con piccoli movimenti sovrani,
come ricci di mare, proprio come ricci di mare, sulle gambe dei mobili
fino allo schienale della sedia, fin su questo tavolo
in mezzo alle tazzine, ai bicchieri, al posacenere,
e sei costretto a guardare e a tacere; ma il tuo silenzio
è già la confessione che hai visto, la testimonianza
che conservi qualche segreto o che ignori qualcosa,
la comprensione di un’insufficienza che cade con un tonfo sordo
sul vuoto essenziale come una cicca accesa in mare.

Altre volte ancora, le notti di tempesta, questo tavolo
china la schiena come un elefante mansueto
per portarti a spasso in una fiaba. Non credere
che si tratti di oblio o d’inerzia. Esistono anche qui
un mucchio di impegni, doveri e responsabilità, come si dice.

Dobbiamo trasportare il petrolio, pulire la lampada,
pulire la lanterna di vetro del faro, avvolgere
il cavo d’acciaio come se caricassimo un orologio enorme
che batterà le ore nella burrasca come una campana. Vedi,
anche il faro è come un campanile. Se sali la scala
puoi vederlo da te. E quando accendi la lampada
è come se suonassi una campana. E bisogna vegliare
perché non si fermi un attimo la rotazione. Ogni luce ha il suo rumore
e lo puoi udire anche senza vederla, perfino quando dormi.

Di notte ha sempre inizio la nostra sovranità. Nel buio,
con il silenzio o il frastuono del mare sotto i piedi, ci sentiamo
murati dentro il faro, immedesimati con esso,
abbiamo l’altezza marmorea della solidità
con le radici di marmo confitte nella roccia,
con le radici della roccia confitte nella terra,
con le radici della terra confitte nel mare.

Credo che il faro sia una linea retta verticale estrema,
tesa e sensibile come la punta del parafulmine. La fronte del faro
scompare su in cielo. Il pulsare dell’infinito
risuona ogni secondo sulle sue tempie, a volte
con l’elettricità del temporale, altre volte
con la febbre calma di una notte primaverile. Se tocchi i muri
lo capisci, – come quando ti stringi le tempie
per circoscrivere il pensiero. Ed è come se avessi
le vene distese fuori dal tuo corpo,
ramificate in aria, come per guidare
una strana stella, difficile e positiva – non quella dei Magi.

Dunque, non si tratta di oblio o d’inerzia, al contrario.
Si potrebbe dire, di una distruzione responsabile, decisa da te,
perché tu esista integro nel vuoto. Non so.
No, non rimanere. La luce del faro è una stanchezza,
inafferrabile, lontana, superflua. Non rimanere.

Molte volte io stesso, per convincermi di esistere, mi trasferisco
dal mio posto immobile al posto così mutevole
della nave, del viaggiatore, del naufrago,
per guardare alla mia importanza dalla parte opposta, nella notte,
quando in un ultimo lampo crollano le nostre scenografie di cartone
e resta la scena vuota con gli elettricisti morti

sotto le scale in frantumi e le corde spezzate,
quando le navi affondano, e gli uomini guardano adirati
il mare nudo, simile a uno zero enorme, sotto il furore degli elementi,
tentando di aggrapparsi a qualche asse di legno,
perché ovviamente non possono aggrapparsi ai raggi del faro.

Un faro inutile – al massimo illumina il naufragio, mostrando
più tremende le fauci delle onde. Però, allora,
io cercavo di concepire il mio significato
con la loro sensazione; di tradurre nei loro occhi
la luce del faro che di notte accendo,
guida o consolazione, come un grido nell’oscurità:
«Resisti ancora – stai per arrivare»; – chi può udirlo
e come può aggrapparsi a un po’ di luce? No, non rimanere.

Meglio al posto del naufrago che a quello del guardiano del faro
che, al riparo dal pericolo, sorveglia il presunto maestoso spettacolo della tempesta,
a volte affascinato, a volte addirittura altezzoso
per averlo visto e illuminato. Non rimanere. Meglio
al posto di quello che lotta con il corpo dell’acqua. Che senso avrà
nel pericolo l’ostinazione per un aiuto inutile,
quale secondo fine nasconderà per colui che l’offre,
per colui che l’accetta (se l’accetta), che nuovo rapporto,
quale nuova separazione prepara per entrambi?

A volte ci inganniamo da soli; ogni rinuncia
è un nuovo rifugio segreto; e la nostra solitudine volontaria
è un’attesa evidente, una scommessa in cui ti giochi
tutta la vita senza testimoni; e tu sarai l’unico a pagare
col tuo netto rifiuto o con l’umiliazione
di tornare alle cose abbandonate (per provarle forse),
e quelle non hanno chiesto di te, non ti aspettavano né ti ricordavano,
non hanno neppure avvertito la tua assenza; così
la prova è rimasta tutta tua, soltanto tua.

Dirai che resta sempre il mare. Ma, di nuovo,
non puoi sempre parlare con lui. A volte,
certi crepuscoli sereni, quando girovagavo tra gli scogli,
calciavo le alghe o le strane radici
di un albero rigettate dalla burrasca,
o certe conchiglie, o vetri colorati, cercando
una traccia umana, qualche straccio di una camicia,
qualche scarpa imbarcata dal sale; e tutt’intorno
si udiva il pulsare muto del tramonto come unica realtà.

Altre volte ancora, quando accendevo la lampada,
me ne stavo sul balcone e aspettavo una nave,
non perché vedesse e proseguisse la rotta, una nave

diretta qui; che ormeggiasse qui; e non per evitare
qualche grave pericolo; ma sicuramente
diretta qui; aspettavo di sentire che gettava
l’ancora, come se aprisse una porta da lungo tempo chiusa,
dentro la quale ero chiuso io; e non sapevo
come avrei udito il cigolìo della porta; non sapevo
che espressione avrebbero assunto le mie mani, il mio viso.

Immaginavo persino le alberature della nave bilanciate col faro;
i passeggeri con le valigie che saltavano su questi scogli;
i loro discorsi rivolti direttamente a me, simili a me –
senza ammirazione o ringraziamento, e soprattutto senza
riconoscenza, con quella loro pronuncia straniera,
con quella effusività straniera per la salvezza di noi stessi; no.

Aspettavo, dunque, di distinguere nel fragore del mare
una voce umana, un cenno, qualcosa,
un riconoscimento minimo della nostra solitudine e resistenza
per resistere di nuovo alla doppia solitudine e sottovalutazione. Allora
anche l’ombra del gabbiano che cadeva sul pavimento da questa finestra
era la palma di una mano tagliata,
di una mano che mi apprestavo a stringere.

Ci si stanca sempre del grande silenzio o del frastuono eccessivo,
delle lunghe ombre che si formano sul mare deserto,
dei gesti dei riflettori sulle onde
o sulle nuvole, identici alle antiche compagnie teatrali,
tutte maschere con la barba, coturni e grandi scettri. Ti stanchi.

Tra simili arredi, la luce del faro, inevitabilmente,
assumeva un che di arrogante; per questo mi sforzavo
di cambiarla nella luce mansueta di una semplicissima lampada
dietro i vetri di una povera casa (immagino l’avrai notato arrivando) –
una luce che illumina dolcemente due gradini, un albero spoglio,
un uovo di gabbiano nella mano della notte
o un pesciolino che ha smarrito la strada. Questo tentavo di fare.

Non dico, – un tale cambiamento sarebbe anche potuto avvenire, perché non si spaventassero
i viaggiatori, perché non restassero abbagliati, perché non chiudessero gli occhi
e mi vedessero; – e forse nemmeno io li vedessi, – chissà? –
Anche la solitudine ha le sue astuzie. Aspettavo sempre – te l’ho detto –
di sentire il rumore di una valigia che si aprisse
e che si rivolgesse direttamente a me. Forse qualcuno si sarebbe ricordato di portarmi
due o tre fazzoletti (come te oggi), qualche camicia
o un pettine – lo immaginavo già come un piccolo cancello
in un giardinetto infantile di campagna – sì, un pettine.

Ciascuno ha bisogno di lavarsi, di pettinarsi, e a volte
di guardarsi in uno specchietto da tasca, o negli occhi
di qualche conoscente. Perché, vedi, tutti ci stanchiamo,
ognuno di noi ritiene spesso inutile la sua solitudine,
inutile perfino la sua luce, giacché anch’essa nasconde chi la concede.

Dunque, ciascuno di noi aspetta una sia pur minima cosa,
un pettine, come ti dicevo, per pettinarsi i capelli
finché sono ancora neri e anche quando s’imbiancano, –
e neppure l’aureola che gli abbiamo messo in testa,
per quanto splendida, può sostituire i suoi capelli;
d’altronde, credo che anche l’aureola necessiti ogni tanto di essere pettinata
(questo soprattutto), perché altrimenti i suoi raggi
si appuntiscono come spine rivolte in dentro e in fuori
e non riesci a toccarli né a indossarli.

All’alba, qui, la luce è una promessa
pallida e vaga – ma sempre una promessa. Aspettavo, dunque,
un viaggiatore a me prossimo (a me prossimo?),
o qualche naufrago; e preparavo l’acqua sul caminetto
per lavarlo con le mie mani. Anzi a volte
sono arrivato al punto di aspettare un annegato
per amarlo, per piangerlo, per seppellirlo
accanto a me. E mi è perfino capitato
di preparare una conversazione con la morte
semplice e amichevole – con una determinata morte.

No, non rimanere, caro. Non dico delle grandi tempeste
che battono coi pugni alle finestre
e che esigono la tua resa. Allora
non è così difficile; – è la paura e la resistenza,
perfino l’ostinazione. Dico delle altre,
delle notti cristalline di primavera
o d’estate; quando si distingue chiaramente
lo scampanìo lontano della trasparenza,
quando navi di vetro fluttuano nelle proprie luci
sotto l’inspiegabile singhiozzo delle stelle.

Quando il minimo fiato dell’ala di un insetto
sulla tua tempia è un ordine inappellabile
a esistere insieme a un altro, dentro un altro,
e non tollera alcun rinvio sotto il sublime chiaro di luna,
un rinvio definitivo. Perciò ti dico –
è difficile rammendarti le calze da solo, difficile rammendare
una mano con l’altra, un occhio con l’altro,
un battito dell’orologio con l’altro
un rumore dell’onda con quello dell’altra onda.

Quando sali da solo la scala a chiocciola interna
con le finestrelle strette che danno
prima sul mare e poi sul cielo, ti coglie come una vertigine,
hai l’impressione che la scala non finisca, come se salissi
nel buio più completo dentro i tuoi stessi visceri, come se ti avvolgessi
intorno a te stesso, dentro te stesso,
come se ti attorcessi da solo nell’ignoto
e a poco a poco sfuggissi alla forza di gravità; – una vertigine.

Questa scala è un trapano di pietra; rotea all’infinito
aprendo un foro nel vuoto. E quando arrivi in cima alla terrazza,
la forza di gravità verso il basso è pari all’altezza che hai raggiunto. Allora
non devi guardare in basso né in alto
soltanto dritto davanti a te, all’altezza degli occhi,
e allora gli occhi sono come due grandi ali aperte che ti sostengono
in equilibrio immobile, profondo e vacillante, tra la terra e il cielo.

Sono belli certi simili pomeriggi – precisamente nel punto
in cui l’immobilità sembra incontrarsi col moto,
la leggerezza con la gravità; – spesso ci riescono i gabbiani – l’hai notato? –
e il gabbiano allora è la palma di una mano che copre il vuoto,
o come la sospesa statuina di una vittoria
incomprensibile e insensata, che concentra nel suo biancore
tutta la luce della notte che giunge e del giorno che muore.

In quei momenti, il tuo corpo abbandonato alla sua forza
e nel contempo alla sua stanchezza, ti appartiene interamente.
Ma a poco a poco senti gravarsi il cuore, come il grosso peso di questo faro
legato al cavo d’acciaio, senti che si abbassa
in modo solenne, austero, muto, molto lento,
con quella sensazione dell’altezza e della caduta
che assicura la rotazione della lampada, sopra di te,
per una segreta necessità del tuo oscuro sprofondamento.

Allora ti sembra che l’odore del petrolio si mescoli a un profumo celestiale;
il bagliore del mare fluttua nella stanza; il mare
sale al di sopra del silenzio, al di sopra del sonno; e il tuo sesso
resta l’ultima alberatura sopra un’indefinita inondazione.

Ah sì, è bello. Dunque, puoi restare.
Il rumore dell’acqua nelle grotte degli scogli
è un tuo ripetuto grazie a tutti e a tutto,
è un grazie a te ripetuto da tutti e tutto. Nell’aria
si riversa uno scampanìo infinito, come se nella notte passassero
grossi autocarri che trasportano
migliaia di bottiglie di limonata per certi locali fuori mano,
da qualche parte sotto gli alberi, dove si baciano
coppie di giovani dietro grandi bicchieri appannati luccicanti.

Ma a un certo punto, quando annotta e viene l’ora
di risalire ad accendere la lampada del faro, una stanchezza
ti paralizza le membra; – e resti immobile
come dentro un pozzo, interamente immerso nell’oscurità, invisibile,
senza che tu dia un cenno di vita al mondo, indifferente
alle navi che passano, ai loro pericoli, e senti
che ti coprono i vari strati delle ombre,
come in un torpore che di lì a poco diventa ebbrezza, e l’ombra si dirada,
e qui scintilla una stella acquatica,
là salta un delfino luccicante,
e un’intera foresta di vetro trema per lo sfavillìo delle fronde.

Una musica silenziosa, un vorticare immobile; – la sedia su cui stai seduto
è una nuvola; questo tavolo ondeggia da solo come fosse
l’impeto irrealizzato di un tavolo; e ogni cosa si prepara
a nascere in una felicità esitante,
nel timore erotico di essere smentita dalla propria forma e dal nome.

Una brocca si plasma, perde forma come una luce liquida, mettendo alla prova
se stessa, non ha ancora deciso di esistere,
e senti la danza semicircolare dell’impugnatura
incurvarsi ora più ora meno,
sfiorare un attimo il corpo della brocca, allontanarsi di nuovo
indipendente, guardando altrove, sottintendendo altro,
fluttuando nell’ebbrezza della sua flessibilità
come un rettile alato, come un fiore d’argento rosa di per sé potente.

E ogni cosa nella sua bella oscillazione aspetta
che ti assuma tu la sua responsabilità e agisca,
che dia tu a ciascuna il suo senso, la sua forma,
la sua collocazione e il nome. Ma tu
indugi, ammaliato dall’inutile e dall’indefinito. Allora,
proprio nell’attimo dell’oblio estremo, nel momento
in cui devi accendere il faro, risuona
come una sveglia lo scampanìo tremendo,
preciso, al punto giusto nel tuo sonno, che interrompe il sonno,
come lo spasmo dell’amore, che interrompe l’amore. Fai un balzo –
e i raggi della lampada che stai per accendere
ti si sono già legati come corde al collo, alle mani
e ti tirano verso l’alto, in fuori. Nella luce che accendi
perché le navi vedano, vedi tu stesso,
vedi le navi che vedono la tua lampada,
vedi le tue mani d’oro, prodigiose e utili.

E così come a volte stai in mezzo alla camera di vetro
accanto alla lampada, illuminato dalla lampada che hai acceso,
credi di essere la sua stessa fiamma, che mai si consuma.

Avvengono spesso simili allucinazioni; – forse sono dovute
alla grande solitudine; forse al fragore del mare che ti frastorna
come se si fossero rotti a un tratto i tubi dell’impianto idrico,
e all’inizio tenti di aggiustarne uno
ma l’acqua zampilla da ogni parte, inonda la casa,
e tu alla fine rinunci, tenendo in mano una tenaglia
come uno che regge un timone spezzato su una nave invisibile.

Può darsi che tutto ciò sia colpa dell’eccessiva insonnia –
perché per essere al lavoro in tempo, all’ora del tuo turno,
immagini sempre che qualcuno sia in pericolo e tu debba salvarlo,
o che tu sia in pericolo e ti debba salvare. Davvero,
non sarà che siamo tutti in pericolo, in ogni istante? Perciò parlo di allucinazioni.
Eppure credo che, anche così, ciò che costruiamo significa qualcosa,
dura più a lungo di noi, ci anticipa, procede
quasi indipendente da noi, e spesso ci tiene per mano
come un robusto adolescente sostiene il vecchio padre cieco,
e quello avanza sorridendo tranquillo, oltre la propria cecità.

Sì, allucinazioni, come dicevo; – chi potrai salvare?
Come potrai salvare te stesso? Ognuno procede
per la sua strada; non vede che gli fai segno; non vediamo. La nostra lampada
è una stella vana, – quanto vana. Appena l’altro svolta
dietro il suo angolo, la stella non si vede più; dimenticata.

Forse perciò scegliamo sempre di illuminare strade
senza curve né angoli – strade molto larghe,
grandi spazi aperti, come il mare per esempio. Perciò, ancora,
se dobbiamo illuminare strade labirintiche, appendiamo
molto in alto la nostra lampada, su un palo alto, su un faro,
perché illumini dall’alto tutti gli angoli, sopra le onde, fin là
dove il mare piega il ginocchio per scavalcare l’orizzonte.

Perché allucinazioni, dunque? Un altro faro più lontano
si occuperà tra poco delle navi. La lampada esiste,
noi esistiamo. E siamo noi
che costruiamo la lampada; noi che l’accendiamo
nel cuore della notte. E possiamo dire di essere noi
la fiamma della lampada – sia pure la fiamma anonima; che importa
se non conosciamo chi l’ha accesa? Comunque le navi
si orientano con la nostra stella; navigano
verso Idra, Samo, il Pireo, Monemvasià, Citera.
Non ci basta, forse, sapere che sono arrivate o arriveranno?

Spesse volte immagino le mani dei viaggiatori illuminate
dalla mia lampada, come se fossero un po’ indorate
dal fiato di un’amicizia lontana. Immagino ancora
(quando saltano sulla banchina, e i loro cari gli stringono le mani)
che alcuni amici sconosciuti stringano le mie mani; e ancora
che le piccole serrature delle loro valigie abbiano conservato
la luce di questo faro come minuscole iconcine
finemente dorate dalla mia cura e insonnia.

Esiste sempre, dunque, il modo di donare qualcosa
e forse di restare anche noi con quello che doniamo. Ogni mattina
ci sarà un colore adatto al nostro sguardo. E questo
volevo esprimere, pronunciare e sottoscrivere
come una lettera senza data per qualsiasi destinatario.

Ora posso tacere di nuovo e accendere la nostra lampada.
Aspettami. Due minuti. Non farò tardi. Aspetta.

(Il Guardiano del faro prende il bidone con il petrolio e i fiammiferi. Sale la scala interna, forse più in fretta delle altre volte. Si sente il suo passo giovanile perdersi in alto, come se salisse in cielo. L’Altro guarda un istante perplesso i muri, la finestra che dà sul mare, l’armadio di legno, la carta geografica, la sveglia sul tavolo – il tutto offuscato dal crepuscolo –, prende la valigia e se ne va in fretta come un ladro, come se avesse usurpato una responsabilità troppo grande, anzi, quasi adirato, come se l’avessero costretto ad assumersi una responsabilità sconosciuta e senza scopo. Quando il Guardiano ridiscende, non trova nessuno. Annotta. Una volta di più comprende. Il silenzio pare più denso, quasi irrevocabile. Esce in cortile e guarda dal basso e dall’esterno la sua luce – che ha appena acceso –, cioè la luce del faro. Poi si guarda le mani rischiarate dal faro; e le sue mani sono quasi d’oro, simili alle mani miracolose delle vecchie icone, flessuose e ingannevoli come le mani dei prestigiatori. Ma in quella posa, con le mani alzate, sembra che preghi – non si sa chi – il mare, il vento, la sua luce? A un tratto si accorge che la sua posa è un po’ teatrale, e cerca un gesto più consueto. Quindi batte le mani, come se applaudisse qualcosa d’invisibile o come se scrollasse via le briciole di pane della cena – anche se non ha ancora cenato. Proprio in quell’istante un gallo canta da qualche parte in lontananza. Chi lo ha nuovamente tradito? E lui, chi ha tradito? No, no. Niente. Eppure il rumore del mare dà la sensazione di un tradimento generale. Il gallo canta di nuovo. Segnala semplicemente il cambiamento del tempo. Sta arrivando la primavera. E le stelle sembrano molto più numerose, più limpide.)

Ghiannis Ritsos

Diminiò, dicembre 1958

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia, Nuova serie”,  Anno I – N. 1, Maggio/Giugno 2020, Crocetti Editore

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