Io sono al fondo – Innokentij Fëdorovič Annenskij

Foto di Dorota Gorecka

 

Io sono al fondo, sono un triste frantume,
sopra di me l’acqua verdeggia.
Ma non vi sono strade per uscire
dalle pesanti tenebre di vetro.

Rammento il cielo, i zigzag del volo,
il bianco marmo con la sua vasca,
rammento il fumo degli zampilli,
tempestato di azzurro fuoco…

Se debbo credere ai bisbigli di delirio
che angosciano la mia detestabile quiete,
lassú per me si strugge Andromeda
dal bianco braccio mutilato.

Innokentij Fëdorovič Annenskij

20 maggio 1906

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

∗∗∗

Я на дне

Я на дне, я печальный обломок,
Надо мной зеленеет вода.
Из тяжёлых стеклянных потёмок
Нет путей никому, никуда…

Помню небо, зигзаги полёта,
Белый мрамор, под ним водоём,
Помню дым от струи водомёта
Весь изнизанный синим огнём…

Если ж верить тем шёпотам бреда,
Что томят мой постылый покой,
Там тоскует по мне Андромеда
С искалеченной белой рукой.

Иннокентий Фёдорович Анненский

Вологда, 20 мая 1906

da “И. Ф. Анненский Избранные произведения, Л.: Художественная литература, 1988”, В. Кривича, 1910

Tu resta, danzatrice – Piero Bigongiari

Foto di René Groebli

 

L’astro che ti corruppe nel silenzio
il grido, dal ciglio delle pensées,
delirante attentato fece eterno
un canto d’usignoli. E dal perduto
nostro muro notturno empí un nitrito
di cavalle.

                   Perdesti a un gesto calle
d’avorio che la notte aveva chieste.
Calpestavi i tuoi sandali. Finestre
di fuoco arderono sui tuoi capelli
dilatati le parole piú vere.

(Tu resta, danzatrice,
a commentare in segreto.)

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Dopo la pioggia – Lars Gustafsson

Josef Hoflehner, Chestnut Trees, France

 

Il cielo della pioggia estiva come una radiografia
dove luci e vaghe ombre s’intravedono.
Il bosco silenzioso e neanche un uccello.
Il tuo occhio come una goccia versata sotto le nuvole
ha il riflesso del mondo: luci e ombre vaghe.
E all’improvviso tu vedi chi sei veramente:
estraneo confuso tra l’anima e le nuvole.
Dalla sola sottile membrana di un’immagine
il profondo universo e la tenebra dell’occhio sono scissi.

Lars Gustafsson

(Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

da “Sulla ricchezza dei mondi abitati”, Crocetti Editore, 2010

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Efter regn

Sommarregnets himmel som en röntgenplåt
där ljus och vaga skuggor skymtar.
Skogen tyst och inte ens en fågel.
Ditt eget öga som en utspilld droppe under molnen,
med speglingen av världen: ljus och vaga skuggor.
Och plötsligt ser du vem du är:
förvirrad främling mellan själ och molnen,
blott av den tunna hinnan av en bild
hålls världens djup och ögats mörker skilda.

Lars Gustafsson

da “Ballongfararna”, Norstedt, 1962 

«Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente» – Franco Loi

Foto di Tina Fersino

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio dell’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

Franco Loi

da “Liber”, Garzanti, Milano, 1988

***

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

Breviario II – Zbigniew Herbert

Michael Kenna, Abbey Reflection, Mont St. Michel, France, 2004

 

Signore,

donami l’abilità di comporre lunghe frasi, la cui linea è la linea del respiro, sospesa come i ponti, come l’arcobaleno, come l’alfa e l’omega dell’oceano

Signore, donami la forza e la destrezza di quelli che costruiscono lunghe frasi, ramificate come una quercia, spaziose come un’ampia valle, perché vi entrino mondi, ossature di mondi, mondi di sogno

e anche perché le frasi principali dominino sicure sulle subordinate, e controllino la loro corsa complicata, ma espressiva, che persistano impassibili come un basso continuo sugli elementi in moto, che li attirino, come attira gli elementi la forza delle invisibili leggi gravitazionali

prego allora per frasi lunghe, frasi modellate con fatica, estese così che in ognuna si trovi il riflesso speculare di una cattedrale, un grande oratorio, un trittico

e anche animali poderosi e piccoli, stazioni ferroviarie, un cuore pieno di rimpianto, abissi rocciosi e il solco dei destini nella mano

Zbigniew Herbert

(Traduzione di Francesca Fornari)

da “L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti”, Adelphi Edizioni, 2016

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Brewiarz II

Panie,

obdarz mnie zdolnością układania zdań długich, których linia
jak zwykle od oddechu do oddechu wydaje się linią rozpiętą jak
wiszące mosty, jak tęcza, alfa i omega oceanu

Panie, obdarz mnie siłą i zręcznością tych, którzy budują zdania długie, rozłożyste jak dąb, pojemne jak wielka dolina, aby mie ściły się w nich światy, cienie światów, światy z marzenia

a także aby zdanie główne panowało pewnie nad, podrzędnymi kontrolowało ich bieg zawiły, ale wyrazisty, jak basso continuo trwało niewzruszenie nad ruchem elementów, aby przyciągało je, jak jądro przyciąga elektrony siłą niewidoczny praw grawitacji

o zdanie długie tedy modlę się, zdanie lepione w mozole, rozległe tak, by w każdym z nich znalazło się lustrzane odbicie katedry, wielkie oratorium, tryptyk

a także zwierzęta potężne i małe, dworce kolejowe, serce przepełnione żalem, przepaście skalne i bruzdę losów w dłoni

Zbigniew Herbert

da “Epilog burzy”, Wydawn, Dolnośląskie, 1998

«Scrivevo poesie serie, tragiche» ha detto nel 1991 Zbigniew Herbert in un’intervista, paradossalmente deplorando l’abolizione della censura seguita alla caduta del Muro. «Adesso scrivo sul mio corpo, sulla malattia, sulla perdita del pudore». In questa nuova atmosfera lirica, infatti, il poeta i cui versi Iosif Brodskij aveva definito come «una nitida figura geometrica … incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale» (versi, aggiungeva, che il lettore si ritrova «marchiati a fuoco nella mente con la loro glaciale lucidità») – ebbene, quello stesso poeta che era stato così discreto, così poco incline a parlare di sé, lascia spazio alle confessioni intime di un io che abita ormai «sull’orlo del nulla» e ci consegna una sorta di testamento spirituale. Rimane, certo, il suo tono, quella «miscela di ironia, disperazione ed equilibrio» che già incantava Brodskij; e rimangono i temi che sempre sono stati al centro della sua ricerca espressiva: la memoria come vicinanza al passato e alla tradizione, l’azione corrosiva del tempo, il viaggio come fonte di ispirazione: ma accanto a questi c’è ora la stoica accettazione della sofferenza fisica e psicologica, accompagnata dalla gratitudine (così si legge nelle estreme composizioni di Breviario) per tutta «questa cianfrusaglia della vita» (e soprattutto, scrive, «per le pasticche di sonnifero dai melodiosi nomi di ninfe romane») – una vita che si lascia, tuttavia, con il «cuore pieno di rimpianto».