Tiara – Piero Bigongiari

Vojtěch Hynais, Anka, 1913

 

Muore nel ghiaccio bianca la tua voce
che dal sangue luceva sopra i vepri: 
tu nascosta che giri o è la luna
questo triste richiamo spento d’elitre?

Piú fedele di me, piú del tuo battito
è quest’orma di miele, un soffio, l’alluce
che preme un po’ piú triste. Dove insiste
il passo oltre la cerchia, oltre la vita

il gesto che disfiora la magnolia
fumida. La tiara raggia ancora:
sono sguardi? lo scatto delle dita?
l’unghie gemmate coprono la morte?

Non ha sorte l’evento che sostiene
sopra il vento celeste un altro blu,
le rideste parvenze dove tu
rifiorisci sul vento che ti ara.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Albero di Diana – Alejandra Pizarnik

Foto di Lillian Bassman

1

Ho dato il salto di me all’alba.
Ho lasciato il mio corpo accanto alla luce
e ho cantato la tristezza di ciò che nasce.

2

Queste sono le versioni che ci propone:
uno spiraglio, una parete che trema…

3

solo la sete
il silenzio
nessun incontro

attento a me amore mio
attento alla silenziosa nel deserto
alla viaggiatrice col bicchiere vuoto
e all’ombra della sua ombra

4

EBBENE:
Chi smetterà di affondare la mano in cerca del tributo  per la piccola dimenticata. Il freddo pagherà. Pagherà il  vento. La pioggia pagherà. Pagherà il tuono.

   ad Aurora e Julio Cortázar
5

per un minuto di vita breve
unica a occhi aperti
per un minuto vedere
nel cervello piccoli fiori
che danzano come parole sulla bocca di un muto

6

lei si spoglia nel paradiso
della sua memoria
lei non conosce il destino feroce
delle sue visioni
lei ha paura di non saper nominare
ciò che non esiste

7

Salta con la camicia in fiamme
da stella a stella,
da ombra in ombra.
Muore di morte lontana
quella che ama il vento.

8

Memoria illuminata, galleria dove vaga l’ombra di quel che aspetto. Non è vero che verrà. Non è vero che non verrà.

9

Queste ossa che brillano di notte,
queste parole come pietre preziose
nella gola viva di un uccello pietrificato,
questo verde amatissimo,
questo caldo lilla,
questo cuore solo misterioso.

10

un vento debole
pieno di volti piegati
che ritaglio come oggetti da amare

11

ora
       in quest’ora innocente
io e colei che fui ci sediamo
sulla soglia del mio sguardo

12

non piú le dolci metamorfosi di una bimba di seta
sonnambula ora nella cornice di nebbia

il suo risveglio di mano che respira
di fiore che si apre al vento

13

spiegare con parole di questo mondo
che partí da me una nave portandomi

14

La poesia che non dico,
quella che non merito.
Paura di essere due
sulla via dello specchio:
qualcuno che dorme in me
mi mangia e mi beve.

15

Rimpiango di avere smarrito
l’ora in cui sono nata.
Rimpiango di non poter officiare
da ultima arrivata.

16

hai costruito la tua casa
hai impiumato i tuoi uccelli
hai colpito il vento
con le tue ossa

hai finito da sola
quello che nessuno aveva cominciato

17

Giorni in cui una parola lontana si impossessa di me. Vado per quei giorni sonnambula e trasparente. L’automa grazioso si canta, si incanta, si racconta casi e cose: nido di fili rigidi dove mi danzo e mi piango ai miei numerosi funerali. (Lei è il suo specchio incendiato, la sua attesa in roghi freddi, il suo elemento mistico, la sua fornicazione di nomi che crescono soli nella notte pallida.)

18

come una poesia che ha saputo
il silenzio delle cose
parli per non vedermi

19

quando vedrò gli occhi
che ho nei miei tatuati

20

dice che non sa della paura della morte dell’amore
dice che ha paura della morte dell’amore
dice che l’amore è morte è paura
dice che la morte è paura è amore
dice che non sa

  a Laure Bataillon
21

sono nata tanto
e ho doppiamente sofferto
nella memoria di qui e di là

22

nella notte

uno specchio per la piccola morta

uno specchio di ceneri

23

uno sguardo dalle chiaviche
può essere una visione del mondo

la ribellione consiste nel guardare una rosa
fino a polverizzarsi gli occhi

24
     (un disegno di Wols)

questi fili imprigionano le ombre
e le obbligano a render conto del silenzio
questi fili uniscono lo sguardo al singhiozzo

25
   (esposizione di Goya)

uno spiraglio nella notte
prontamente invaso da un angelo

26
       (un disegno di Klee)

quando il palazzo della notte
accenderà la sua bellezza
                                               tasteremo gli specchi
finché i nostri volti canteranno come idoli

27

un colpo dell’alba sui fiori
mi abbandona ebbra di nulla e di luce lilla
ebbra d’immobilità e di certezza

28

ti allontani dai nomi
che filano il silenzio delle cose

29

Qui viviamo con una mano alla gola. Che nulla è possibile già lo sapevano gli inventori di piogge e i tessitori di parole tormentati dall’assenza. Perciò nelle loro orazioni c’era un suono di mani innamorate della nebbia.

ad André Pieyre de Mandiargues
30

nell’inverno favoloso
la trenodia delle ali nella pioggia
nella memoria dell’acqua dita di nebbia

31

È un chiudere gli occhi e giurare di non aprirli. Che fuori intanto si nutrano di orologi e di fiori nati dall’astuzia.
Ma con gli occhi chiusi e una sofferenza davvero troppo grande tastiamo gli specchi finché le parole dimenticate suonino magicamente.

32

Zona di piaghe dove l’addormentata mangia lentamente
il suo cuore di mezzanotte

33

un giorno
                   forse un giorno forse
me ne andrò senza restare
                   me ne andrò come chi se ne va

         a Ester Singer
34

la piccola viaggiatrice
moriva spiegando la sua morte

saggi animali nostalgici
visitavano il suo corpo caldo

35

Vita, mia vita, lasciati cadere, lasciati dolere, mia vita, lasciati cingere di fuoco, di silenzio ingenuo, di pietre verdi nella casa della notte, lasciati cadere e dolere, mia vita.

36

nella gabbia del tempo
l’addormentata guarda i suoi occhi soli

il vento le trae
la tenue risposta delle foglie

         ad Alain Glass
37

al di là di qualunque zona proibita
c’è uno specchio per la nostra triste trasparenza

38

Questo canto pentito, vedetta dietro le mie poesie:

questo canto mi smentisce, mi imbavaglia.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Árbol de Diana

1

He dado el salto de mí al alba.
He dejado mi cuerpo junto a la luz
y he cantado la tristeza de lo que nace.

2

Éstas son las versiones que nos propone:
un agujero, una pared que tiembla…

3

sólo la sed
el silencio
ningún encuentro

cuídate de mí amor mío
cuídate de la silenciosa en el desierto
de la viajera con el vaso vacío
y de la sombra de su sombra

4

AHORA BIEN:
Quién dejará de hundir su mano en busca del tributo para la pequeña olvidada. El frío pagará. Pagará el viento. La lluvia pagará. Pagará el trueno.

    A Aurora y Julio Cortázar
5

por un minuto de vida breve
única de ojos abiertos
por un minuto de ver
en el cerebro flores pequeñas
danzando como palabras en la boca de un mudo

6

ella se desnuda en el paraíso
de su memoria
ella desconoce el feroz destino
de sus visiones
ella tiene miedo de no saber nombrar
lo que no existe

7

Salta con la camisa en llamas
de estrella a estrella.
de sombra en sombra.
Muere de muerte lejana
la que ama al viento.

8

Memoria iluminada, galería donde vaga la sombra de lo que espero.
No es verdad que vendrá. No es verdad que no vendrá.

9

Estos huesos brillando en la noche,
estas palabras como piedras preciosas
en la garganta viva de un pájaro petrificado,
este verde muy amado,
este lila caliente,
este corazón sólo misterioso.

10

un viento débil
lleno de rostros doblados
que recorto en forma de objetos que amar

11

ahora
           en esta hora inocente
yo y la que fui nos sentamos
en el umbral de mi mirada

12

no más las dulces metamorfosis de una niña de seda
sonámbula ahora en la cornisa de niebla

su despertar de mano respirando
de flor que se abre al viento

13

explicar con palabras de este mundo
que partió de mí un barco llevándome

14

El poema que no digo,
el que no merezco.
Miedo de ser dos
camino del espejo:
alguien en mí dormido
me come y me bebe.

15

Extraño desacostumbrarme
de la hora en que nací.
Extraño no ejercer más
oficio de recién llegada.

16

has construido tu casa
has emplumado tus pájaros
has golpeado al viento
con tus propios huesos

has terminado sola
lo que nadie comenzó

17

Días en que una palabra lejana se apodera de mí. Voy por esos días sonámbula y transparente. La hermosa autómata se canta, se encanta, se cuenta casos y cosas: nido de hilos rígidos donde me danzo y me lloro en mis numerosos funerales. (Ella es su espejo incendiado, su espera en hogueras frías, su elemento místico, su fornicación de nombres creciendo solos en la noche pálida.)

18

como un poema enterado
del silencio de las cosas
hablas para no verme

19

cuando vea los ojos
que tengo en los míos tatuados

20

dice que no sabe del miedo de la muerte del amor
dice que tiene miedo de la muerte del amor
dice que el amor es muerte es miedo
dice que la muerte es miedo es amor
dice que no sabe

A Laure Bataillon
21

he nacido tanto
y doblemente sufrido
en la memoria de aquí y de allá

22

en la noche

un espejo para la pequeña muerta

un espejo de cenizas

23

una mirada desde la alcantarilla
puede ser una visión del mundo

la rebelión consiste en mirar una rosa
hasta pulverizarse los ojos

24
     (un dibujo de Wols)

estos hilos aprisionan a las sombras
y las obligan a rendir cuentas del silencio
estos hilos unen la mirada al sollozo

25
(exposición Goya)

un agujero en la noche
súbitamente invadido por un ángel

26
(un dibujo de Klee)

cuando el palacio de la noche
encienda su hermosura
                                            pulsaremos los espejos
hasta que nuestros rostros canten como ídolos

27

un golpe del alba en las flores
me abandona ebria de nada y de luz lila
ebria de inmovilidad y de certeza

28

te alejas de los nombres
que hilan el silencio de las cosas

29

Aquí vivimos con una mano en la garganta. Que nada es posible ya lo sabían los que inventaban lluvias y tejían palabras con el tormento de la ausencia. Por eso en sus plegarias había un sonido de manos enamoradas de la niebla.

A André Pieyre de Mandiargues
30

en el invierno fabuloso
la endecha de las alas en la lluvia
en la memoria del agua dedos de niebla

31

Es un cerrar los ojos y jurar no abrirlos. En tanto afuera se alimenten de relojes y de flores nacidas de la astucia. Pero con los ojos cerrados y un sufrimiento en verdad demasiado grande pulsamos los espejos hasta que las palabras olvidadas suenan mágicamente.

32

Zona de plagas donde la dormida come
lentamente
su corazón de medianoche.

33

alguna vez
                     alguna vez tal vez
me iré sin quedarme
                     me iré como quien se va

A Ester Singer
34

la pequeña viajera
moría explicando su muerte

sabios animales nostálgicos
visitaban su cuerpo caliente

35

Vida, mi vida, déjate caer, déjate doler, mi vida, déjate enlazar de fuego, de silencio ingenuo, de piedras verdes en la casa de la noche, déjate caer y doler, mi vida.

36

en la jaula del tiempo
la dormida mira sus ojos solos

el viento le trae
la tenue respuesta de las hojas

A Alain Glass
37

más allá de cualquier zona prohibida
hay un espejo para nuestra triste transparencia

38

Este canto arrepentido, vigía detrás de mis poemas:

este canto me desmiente, me amordaza.

Alejandra Pizarnik

“Árbol de Diana”, Buenos Aires, Sur, 1962

Egrette bianche – Derek Walcott

Foto di Chris Felver

I

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permetterà
alle ombre del mattino di allungarsi sul prato
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferanti di lanciare la loro flotta all’alba
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo tambureggiante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’alba, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa;
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.

II

L’eleganza di quelle egrette bianche dal becco arancione,
ognuna una brocca che incede, gli olivi fitti,
i cedri che consolano la furia di un ruscello torrenziale
nella stagione delle piogge; in quella pace
di là dai desideri e di là dai rimpianti,
alla quale infine potrò forse arrivare,
con le palme che si afflosciano al sole come portantine
con sotto ombre tigresche. Saranno lì
dopo che la mia ombra con tutti i suoi peccati
sarà entrata in una verde boscaglia di oblio,
con lo spuntare e il calare di cento soli
sopra la Valle di Santa Cruz quando amavo invano.

III

Guardo gli alberi enormi agitarsi sul bordo del prato
come un mare gonfio senza creste, i bambù scuotono il collo
come cavalli presi al lazo mentre le foglie gialle, strappate
dai rami scudiscianti, diventano una valanga;
tutto questo prima che una pioggia si riversi allarmante dal telo
zuppo, a brandelli del cielo come una vela irreparabile,
rovesciandosi in scrosci e offuscando del tutto le colline
come se l’intera valle fosse uno scafo che resiste alla burrasca
e i boschi non fossero alberi ma onde di un mare in tempesta.
Quando la luce s’incrina e il tuono geme come fosse afflitto
e tu sei al sicuro in una casa buia nell’interno di Santa
Cruz, senza luci, la corrente saltata all’improvviso,
pensi: «Chi offrirà riparo al falco tremante
e all’impeccabile egretta e all’airone color nube
e ai pappagalli in panico per il finto incendio dell’alba? ».

IV

Questi uccelli che continuano a posare per Audubon,
la Garzetta nivea o l’Airone bianco in un libro
che, quand’ero ragazzo, si apriva come un prato
nella smeraldina Santa Cruz, sanno di essere belli,
perfezione che incede. Punteggiano le isole
lungo i fiumi, nelle paludi di mangrovie o nei pascoli,
planano sugli stagni, poi si equilibrano sul dorso
setoso di una giovenca, o sfuggono al disastro
durante gli uragani, e beccano le zecche
con colpetti elettrici come fosse un puro privilegio
studiarli nella loro mitica pretesa
di aver attraversato il mare in volo dall’Egitto
col faraonico ibis, le sue zampe e il becco arancioni
profilati nella quiete per adornare una cripta,
poi si lanciano con ali che, sbattendo più rapide,
sono sicure come quelle di un serafino quando sbattono.

V

L’ideale perpetuo è lo stupore.
Il prato verde e fresco, gli alberi tranquilli, la foresta
laggiù sulla collina, poi, il bianco ansito di un’egretta
che irrompe nella cornice poi atterra e si assesta
coi suoi passi impacciati fino a fermarsi, eretta,
un emblema! Un altro pensiero ti sorprende:
uno sparviero sul polso di un ramo, silenzioso, come un falcone,
schizza in cielo, volteggiando sopra l’elogio o la colpa,
con la tua stessa altera indifferenza, poi scende
in picchiata per ghermire un topo con gli artigli.
La pagina del prato e questa pagina sono un’unica cosa,
un’egretta stupisce la pagina, lo sparviero alto stride
sopra una cosa morta, un amore che era pura punizione.

VI

Per metà settimana a Natale non le avevo più viste,
le egrette, e nessuno mi diceva perché se n’erano andate,
ma ora sono tornate con la pioggia, becco arancione,
stinchi rosa e testa picchiettante, tornate sul prato
dove stavano prima sotto la pioggia chiara e illimitata
della Valle di Santa Cruz, che, quando piove, cade
ininterrotta sui cedri finché non annebbia la pianura.
Le egrette hanno il colore delle cascate
e delle nuvole. Alcuni amici, i pochi rimasti,
stanno morendo, ma le egrette incedono nella pioggia
come se nulla di mortale potesse toccarle, o prendono il volo
come angeli bruschi, si librano, poi atterrano ancora.
A volte le colline stesse scompaiono
come gli amici, lentamente, ma sono più felice
adesso che sono tornate, come i ricordi, come le preghiere.

VII

Con l’agio di una foglia che cade nella foresta,
un giallo pallido che rotea sul verde – la mia fine.
Presto verrà la stagione secca, le colline arrugginiranno,
le egrette affondano i colli ondulanti, chinandosi,
becchettando vermi e larve dopo la pioggia;
a volte erette come birilli da bowling, stanno lì
mentre strisce di ovatta si staccano dai monti,
poi quando si muovono, impacciate, muovono questa mano
con le dita allargate delle loro zampe, i colli rapidi.
Condividiamo lo stesso istinto, il vorace cibarsi
del becco della mia penna, quel raccogliere insetti
che si dimenano come nomi e ingoiarli, col pennino che legge
mentre scrive e scrolla via quello che il becco rigetta.
La selezione è ciò che insegnano le egrette
sul prato ampio e aperto, la testa che annuisce mentre leggono
in risoluto silenzio, una lingua al di là delle parole.

VIII

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix
e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,
durante questa visita che speravo si godesse,
per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento
ma fissa nel grande albero da frutta, una visione che lo scosse,
«sembra uscito da Bosch» disse. Quell’enorme uccello
era lì all’improvviso, forse lo stesso che lo prese,
un’egretta o un airone sepolcrale; la parola impronunciabile
era sempre con noi, come Eumeo, un terzo compagno,
e ciò che lo colpì, lui che amava la neve, ciò che lo fece arrestare
fu che l’uccello era di un tale biancore spettrale.
Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato
le egrette si levano insieme in un volo silenzioso
o virano, come una regata, sull’erba verde mare,
sono anime serafiche, com’era Joseph.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

White Egrets

I

Cautious of time’s light and how often it will allow
the morning shadows to lengthen across the lawn
the stalking egrets to wriggle their beaks and swallow
when you, not they, or you and they, are gone;
for clattering parrots to launch their fleet at sunrise
for April to ignite the African violet
in the drumming world that dampens your tired eyes
behind two clouding lenses, sunrise, sunset,
the quiet ravages of diabetes.
Accept it all with level sentences
with sculpted settlement that sets each stanza,
learn how the bright lawn puts up no defenses
against the egret’s stabbing questions and the night’s answer.

II

The elegance of those white, orange-billed egrets,
each like a stalking ewer, the thick olive trees,
cedars consoling a stream that roars torrentially
in the wet season; into that peace
beyond desires and beyond regrets,
at which I may arrive eventually,
whose palms droop in the sun like palanquins
with tigerish shadows under them. They shall
be there after my shadow passes with all its sins
into a green thicket of oblivion,
with the rising and setting of a hundred suns
over Santa Cruz Valley when I loved in vain.

III

I watch the huge trees tossing at the edge of the lawn
like a heaving sea without crests, the bamboos plunge
their necks like roped horses as yellow leaves, torn
from the whipping branches, turn to an avalanche;
all this before the rain scarily pours from the burst,
sodden canvas of the sky like a hopeless sail,
gusting in sheets and hazing the hills completely
as if the whole valley were a hull outriding the gale
and the woods were not trees but waves of a running sea.
When light cracks and thunder groans as if cursed
and you are safe in a dark house deep in Santa
Cruz, with the lights out, the current suddenly gone,
you think: “Who’ll house the shivering hawk, and the
impeccable egret and the cloud-colored heron,
and the parrots who panic at the false fire of dawn?”

IV

These birds keep modeling for Audubon,
the Snowy Egret or White Heron in a book
that, in my youth, would open like a lawn
in emerald Santa Cruz, knowing how well they look,
strutting perfection. They speckle the islands
on river-bank, in mangrove marsh or cattle pasture,
gliding over ponds, then balancing on the ridge
of a silken heifer, or fleeing disaster
in hurricane weather, and picking ticks
with their electric stab as if it were sheer privilege
to study them in their mythical conceit
that they have beat across the sea from Egypt
with the pharaonic ibis, its orange beak and feet
profiled in quiet to adorn a crypt,
then launch themselves with wings that, beating faster
are certain as a seraph’s when they beat.

V

The perpetual ideal is astonishment.
The cool green lawn, the quiet trees, the forest
on the hill there, then, the white gasp of an egret sent
sailing into the frame then teetering to rest
with its gawky stride, erect, an egret-emblem!
Another thought surprises: a hawk on the wrist
of a branch, soundlessly, like a falcon,
shoots into heaven, circling above praise or blame,
with the same high indifference as yours,
now dropping to tear a field mouse with its claws.
The page of the lawn and this open page are the same,
an egret astonishes the page, the high hawk caws
over a dead thing, a love that was pure punishment.

VI

I hadn’t seen them for half of the Christmas week,
the egrets, and no one told me why they had gone,
but they are back with the rain now, orange beak,
pink shanks and stabbing head, back on the lawn
where they used to be in the clear, limitless rain
of the Santa Cruz Valley, which, when it rains, falls
steadily against the cedars till it mists the plain.
The egrets are the color of waterfalls,
and of clouds. Some friends, the few I have left,
are dying, but the egrets stalk through the rain
as if nothing mortal can affect them, or they lift
like abrupt angels, sail, then settle again.
Sometimes the hills themselves disappear
like friends, slowly, but I am happier
that they have come back now, like memory, like prayer.

VII

With the leisure of a leaf falling in the forest,
pale yellow spinning against green—my ending.
Soon it will be the dry season, the hills will rust,
the egrets dip their necks undulant, bending,
stabbing at worms and grubs after the rain,
sometimes erect as bowling pins, they stand
as strips of cotton-wool peel from the mountain,
then when they move, gawkily, they move this hand
with their feet’s splayed fingers, their darting necks.
We share one instinct, that ravenous feeding
my pen’s beak, plucking up wriggling insects
like nouns and gulping them, the nib reading
as it writes, shaking off angrily what its beak rejects,
selection is what the egrets teach
on the wide-open lawn, heads nodding as they read
in purposeful silence, a language beyond speech.

VIII

We were by the pool of a friend’s house in St. Croix
and Joseph and I were talking; he stopped the talk,
on this visit I had hoped that he would enjoy
to point out, with a gasp, not still or stalking
but fixed in the great fruit tree, a sight that shook him
“like something out of Bosch,” he said. The huge bird was
suddenly there, perhaps the same one that took him,
a sepulchral egret or heron; the unutterable word was
always with us, like Eumaeus, a third companion
and what got him, who loved snow, what brought it on
was that the bird was such a spectral white.
Now when at noon or evening on the lawn
the egrets soar together in noiseless flight
or tack, like a regatta, the sea-green grass,
they are seraphic souls, as Joseph was.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

«In questa notte nuda di parole» – Roberto Carifi

Trude Fleischmann, Tilly Losch-James, 1932

 

In questa notte nuda di parole
come un angelo cancelli il mio dolore
nella grazia tremante del tuo sguardo.
Anche se questo esilio mi apparterrà per sempre
la tua dolcezza è un’anima,
un lampo acceso nel destino,
una carezza deposta nel mio cuore
più forte del vento solitario
che vi respira dentro.
Lo so che un’ombra ci separa,
che questa luce è fragile
come certi lucignoli che scuote
la brezza leggera d’autunno,
ma il tuo sorriso forse l’ha scritto Dio
nel mio destino.

Roberto Carifi

da “Amore d’autunno”, Guanda, Milano, 1998

Sole il Primo – Odisseas Elitis

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932

SPESSO, QUANDO PARLO DEL SOLE, MI S’IMPIGLIA NELLA LINGUA UNA GRANDE ROSA TUTTA ROSSA. EPPURE MI È IMPOSSIBILE TACERE.
I

Non la so più la notte, tremenda anonimia di morte
Una flotta di stelle approda al porto del mio cuore.
Espero, sentinella, risplendi accanto alla celeste
Brezza di un’isola che mi sogna
Mentre annuncio dall’alto dei suoi scogli l’alba
I miei occhi ti fan solcare il mare abbracciato
Alla stella del mio cuore più vero: Non la so più la notte.

Non li so più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Leggo conchiglie foglie e stelle chiaramente
Per le vie del cielo superflua m’è l’inimicizia
A meno che sia il sogno a guardarmi ancora
Percorrere lacrimando il mare dell’immortalità
Espero, sotto la curva del tuo fuoco d’oro
Non la so più la notte che sia solo notte.

 II
CORPO DELL’ESTATE

N’è trascorso di tempo dacché s’udì l’ultima pioggia 
Sulle formiche e le lucertole
Adesso brucia il cielo senza fine 
I frutti si tingono la bocca
I pori della terra si aprono lentamente
E accanto all’acqua che goccia sillabando
Una pianta immensa fissa negli occhi il sole!

Chi è colui che giace sulle spiagge lassù
Fumando supino foglie d’ulivo argento
Le cicale si scaldano nelle sue orecchie
Le formiche lavorano sul suo petto
Lucertole gli guizzano dall’erba delle ascelle
E dalle alghe dei piedi passa leggera un’onda
Mandata dalla piccola sirena che cantò:

O corpo nudo e riarso dell’estate
Che l’olio e la salsedine han corroso
O corpo dello scoglio e fremito del cuore
Gran sventolio di chiome di vincastro
Alito di basilico sul pube riccioluto
Cosparso di aghi di pino e stelle piccoline
Corpo profondo, galleggiante del giorno!

Vengono piogge chete, violente grandinate
Passano coste sferzate dalle unghie del vento gelido
Che illividisce al largo con onde inferocite
Le colline sprofondano nelle mammelle dense delle nubi
Ma dietro a tutto ciò tu sorridi spensierato
E ritrovi la tua ora immortale
Come sugli arenili ti ritrova il sole
Come nella tua salute nuda il cielo.

III

Giorno lucente, conchiglia della voce che mi plasmò
Nudo, per camminare nelle mie domeniche quotidiane
Tra i benvenuto delle spiagge
Soffia nel vento mai prima conosciuto
Stendi un’aiuola di tenerezza
Perché il sole vi rotoli la testa
E i papaveri accenda con le labbra
I papaveri che uomini fieri coglieranno
Perché non resti altro segno sui loro petti nudi
Che il loro sangue sprezza-pericoli che cancellò il dolore
Giungendo fino al ricordo della libertà.

Dissi l’amore, la salute della rosa, il raggio
Che solo e dritto riesce a trovare il cuore
La Grecia che con passo sicuro entra nel mare
La Grecia che sempre mi reca in viaggio
Su monti nudi gloriosi di neve.

Porgo la mano alla giustizia
Diafana fonte, sorgente della vetta
Profondo e immutabile è il mio cielo
Ciò ch’io amo nasce incessantemente
Ciò ch’io amo è sempre al suo principio.

IV

Bevendo sole di Corinto
Leggendo i marmi
Scavalcando mari vigne
Mirando con l’arpione
Un pesce votivo tutto guizzi
Trovai le foglie che il salmo del sole manda a memoria
La terra viva che il desiderio saluta
Per farla schiudere.

Bevo acqua, taglio frutta
Affondo la mano nel fogliame del vento
Gli alberi di limone irrigano il polline dell’estate
I verdi uccelli fendono i miei sogni
E parto con uno sguardo
Uno sguardo esteso dove il mondo ridiventa
Daccapo bello alla misura del cuore.

V

Quale boccio non ancora amato minaccia l’ape
Il vento trova una compagnia di foglie ondeggianti
La terra beccheggia
Sulla schiuma dell’erba i gelsi spiegano le vele
L’ultimo viaggio è simile al primo primo.

Oh, si spezzino le pietre, si pieghino i ferri incolleriti
La schiuma giunga fino al cuore stordendo gli occhi inferociti
Il ricordo diventi un ramoscello di menta sempreverde
E vènti di festa si avventino dalle sue radici
Là pieghiamo la fronte
Che i nostri sfolgoranti averi siano alla portata
Del primo ardore generoso
E ogni lingua ridica la bontà del giorno
E calmo s’avverta nelle vene il pulsare della terra.

VI

La cominciarono bene la giornata
L’acqua si ridestò dentro la terra
Voce fredda neonata
Che incontra i quartieri dei muschi di lontano.

Con la carezza del girasole il campo
Non teme di cadere nell’abisso
Mano nella mano van gl’innamorati
Quando suonano le campane del sole.

Salute, eco, giumenta
Ferro di cavallo e ala del versante
Nuvola ed erba non mietuta
Bracciature glauche di vento.

Gli uccelli adolescenti obliquamente vanno
A sonare la primavera sulle nubi
E ciò che la gioia non chiamò mai per nome
Ora ha sete della felicità del mondo.

Sete del mondo, l’uniforme virile ti si addice
Andrai a trovare il tuo alveo femminile
Capovolgendo un pascolo stellato
Da cui fuggirono gli anemoni.

VII

Giù nell’aia minuscola della margherita
Hanno allestito un ballo sfrenato le api adolescenti
Il sole suda, l’acqua è tutta un tremore
Semi di sesamo infuocati cadono lentamente
Alte spighe di grano piegano il cielo bruno.

Con labbra di bronzo, corpi nudi
Bruciacchiati sull’acciarino dell’estro
Déeh! Déeh! I vetturini passano sbalzando
Nell’olio del declivio affondano i cavalli
E sognano i cavalli
Una città fresca con abbeveratoi di marmo
Una nuvola di trifoglio pronta a rovesciarsi
Sulle colline dagli alberi snelli cui scottano gli orecchi
Sui tamburelli dei vasti campi che fan ballare lo sterco di cavallo.

Laggiù tra il miglio d’oro dormicchiano maschiette
Ha un odore d’incendio il loro sonno
Il sole guizza tra i loro denti
La noce moscata stilla dolcemente dalle loro ascelle
E il vapore ubriaco inciampa pesantemente
Sull’azalea, sul semprevivo e sul salice odoroso.

VIII

Ho vissuto il nome amato
All’ombra del vecchio ulivo
Nello sciabordio del mare eterno.

Quelli che mi lapidarono non vivono più
Ho costruito una fonte con le loro pietre
Al suo limitare vengono ragazze acerbe
Le loro labbra discendono dall’alba
I loro capelli si sciolgono profondi nel futuro.

Vengono rondini, le neonate del vento
Bevono, volano, perché la vita vada avanti
Lo spauracchio del sogno si fa sogno
La sofferenza doppia il buon promontorio
Nessuna voce si perde in grembo al cielo.

O imperituro pelago, cosa sussurri dimmi
Di buonora mi trovo sulla tua bocca d’alba
Sulla sommità dove appare il tuo amore
Vedo la volontà della notte trasfondere le stelle
La volontà del giorno carezzare la terra teneramente.

Nei campi della vita semino mille piccoli turchesi
Mille ragazzi nell’onesto vento
Ragazzi belli e forti esalanti benevolenza
Che sanno guardar fissi gli orizzonti profondi
Quando la musica solleva le isole.

Ho inciso il nome amato
All’ombra del vecchio ulivo
Nello sciabordio del mare eterno.

IX

Il giardino entrava nel mare
Garofano profondo promontorio
Se ne andava con l’acqua la tua mano
A rifare letto di nozze il mare
Schiudeva il cielo la tua mano.

Angeli con undici spade
Veleggiavano accanto al tuo nome
Solcando le onde fiorite
In basso battevano le vele bianche
Alle incessanti raffiche del greco.

Con bianche spine di rose
Cucivi i fiocchi dell’attesa
Per i capelli dei poggi del tuo amore
Dicevi: il pettine della luce
È una sorgente nella terra che si svaga.

Saetta ladra, scandalo del riso
O nipotina della vecchia luce del sole
Dentro gli alberi scherzavi con le radici
Aprivi i piccoli imbuti d’acqua
Sferzando le giuggiole dell’oblio.

Ovvero ancora notte dai prodighi violini
Dentro i mulini semidiroccati
Parlavi in segreto con una maga
Nel seno nascondevi una grazia
Ch’era la stessa luna.

La luna qui, laggiù la luna
Enigma letto dal mare
Per compiacere te
Il giardino entrava nel mare
Garofano profondo promontorio.

X

Bambino dal ginocchio graffiato
Testa rasata, sogno intonso
Grembiule con àncore incrociate
Braccio di pino, lingua di pesce
Fratello minore della nuvola!

Vedesti imbiancarti accanto un ciottolo bagnato
Udisti il fischio di una canna
I paesaggi più nudi che hai conosciuto
I più ricchi di colori
In fondo in fondo il passeggiare buffo del sarago
In cima in cima il cappello della chiesetta
E laggiù laggiù una nave dai fumaioli rossi

Vedesti l’onda delle piante dove la brina
Faceva il bagno mattutino, la foglia del ficodindia
Il ponticello alla curva della strada
Ma anche il sorriso selvatico
Nei grandi colpi d’alberi
Nei grandi solstizi delle nozze
Là dove stillano lacrime dai giacinti
Là dove il riccio scioglie gl’indovinelli dell’acqua
Là dove le stelle preannunciano la tempesta.

Bambino dal ginocchio graffiato
Amuleto pazzo, mascella ostinata
Pantaloncini d’aria
Petto di scoglio, giglio d’acqua
Monello della bianca nuvola!

XI
MARINARETTO DEL GIARDINO

Con cuore orziero, il salso sulle labbra
Vestito alla marinara coi sandaletti rossi
S’inerpica dentro le nubi
Calpesta le alghe del cielo.
Zufola l’alba nella sua conchiglia
Giunge una prora spumeggiando
Angeli! Ai remi
Che attracchi qui la Vergine Annunciata!

Come li ammira giù in terra i signorotti dei giardini!
Quando il lagano gira la testa spettinata
Le cisterne traboccano
E la Vergine Annunciata approda
Nuda e stillante spuma con una stella marina in fronte
Col vento chiodo di garofano tra i capelli sciolti
E un gambero ancora vacillante sulle spalle arse dal sole!

— Madrina dei miei bianchi uccelli
Mia Gorgone Evangelista!
Che sfere di garofani blu sparan sul molo i tuoi cannoni
Quante armate di conchiglie affondano i tuoi fuochi
E come pieghi le palme quando il libeccio impazza
E trascina i ciottoli e la rena!

Negli occhi di lei passano speranze
Con barche d’ossi di seppia,
Sui tre delfini che le saltellan dietro
Gonfie bandiere sventolano!

— Ah, con che viole, con che lillà
Appunterei, di grazia, un auspicio sul tuo seno:
Che tu disponga per me un altro destino!
Non la tollero più la terraferma
Non mi trattengon più i cedrangoli
Lascia ch’io vada al largo con campane e proiettili!

Presto, Vergine mia, presto
Alta sui merli odo già aspra una voce
Batte e ribatte sulle sbarre di bronzo
Batte e ribatte e si fa più ardita
Brillano come soli le sue borchie argento
Ah, ci ordina — non l’odi? —
Ah, ci ordina: Bubulina!

Si rallegra la Vergine, la Vergine sorride
Come le somiglia il mare nel suo profondo scorrere!
— Sì, piccolo testardo
Sì, marinaretto del giardino
Tre velieri a tre alberi ti attendono nel sonno!

Ora, paglietta sulle ventitré e sandaletti rossi
Un temperino in mano
Il marinaretto del  giardino se ne va
Taglia le sartie gialle
Allasca le bianche nubi
Zufola l’alba nella sua conchiglia
Nei sogni esplode polvere
Nelle alghe del cielo è Pasqua!

XII

Barche semisommerse
Legni che si gonfiano con voluttà
Vènti scalzi vènti
Nei vicoli divenuti sordi
Discese di pietra
Il muto il pazzo
La speranza eretta a metà.

Grandi novità, campane
Bucati bianchi nei cortili
Gli scheletri sulle spiagge
Tinte, catrame, nafta
Preparativi per la Vergine
Che per festeggiare spera
In bianche vele e bandierine azzurre.

E tu negli orti superiori
Bestiolina del pero selvatico
Ragazzo acerbo, scarno
Il sole tra le tue cosce
S’impregna dell’odore
La ragazzina sull’opposta sponda
Arde lentamente per le ortensie.

XIII

Questo vento che ozieggia tra i cotogni
Quest’insetto che succhia le viti
La pietra che lo scorpione indossa sulla pelle
E queste biche sulle aie
Che giocano ai giganti coi bambinelli scalzi.

I disegni del Cristo risorto
Sul muro graffiato dai pini con le dita
La calce che sopporta i meriggi sulle spalle
E le cicale, le cicale negli orecchi degli alberi.

Grande estate di gesso
Grande estate di sughero
Le vele rosse di sghimbescio nel turbine
Sul fondale animali biondissimi, spugne
Fisarmoniche degli scogli
Persici con le ditate fresche del cattivo pescatore
Secche fiere alle lenze del sole.

Uno, due: la nostra sorte non la dirà nessuno
Uno, due: il destino del sole lo diremo noi.

XIV

Camminammo nei campi tutto il giorno
Con le nostre donne, i nostri soli, i cani
Giocammo, cantammo, bevemmo l’acqua
Fresca mentre zampillava dai secoli.

Nel pomeriggio ci sedemmo un attimo
Guardandoci in fondo agli occhi
Una farfalla volò dai nostri petti
Era più bianca
Del ramoscello bianco in cima al nostro sogno
Sapevamo che mai si sarebbe estinto
Che non ricordava affatto che vermi si portava dietro.

La sera accendemmo il fuoco
Cantando intorno intorno:

Fuoco bel fuocherello dei ceppi non darti pena
Fuoco bel fuocherello non ti ridurre in cenere
Fuoco bel fuocherello brucia anche noi
                                                                       raccontaci la vita.

La vita l’affrontiamo, noi, prendendola per mano
La guardiamo negli occhi che guardano nei nostri
E se è questo magnete che ci ubriaca, ormai lo conosciamo
E se a dolerci è questa malasorte, ormai l’abbiam capito
La vita raffrontiamo, noi, e intanto andiamo avanti
E i suoi uccelli che migrano salutiamo.

Siamo di buona stirpe, noi.

XV

Getta fuoco sull’olio
E fuoco in petto
Non è un angolo prudente la palestra dell’anima
La sorte assume una strana espressione da eliomante
Danza per la primavera
E la vertigine di maggio in un mare di camomille
Fende il tempo, spalanca le foglie delle querce
Tanto che il mendicante ha una stretta al cuore
Le sue rose mettono spine per i sazi
Le sue rose profumano d’eternità
Le sue rose nascondono nelle fibre
Sangue onesto che reclama vendetta.

Getta fuoco sull’olio
Trapassa con la lancia la greve nube incinta
Dove s’acquieta il travaglio della pioggia
Il mandorlo lavato si schiude risplendendo
I ragazzi si riversano nei campi
Non sono più stracci le loro voci
Sono vele multicolori su cui l’aquila gonfia la sua vittoria.

XVI

Di che pietre, di che sangue e ferro
Di che fuoco siam fatti
E sembriamo di pura nuvola
E ci lapidano, ci chiamano
Illusi
Come campiamo giorno e notte
Dio solo sa.

Quando la notte, amico, accende la tua elettrica sofferenza
Vedo distendersi l’albero del cuore
Le tue mani aperte sotto un’idea bianchissima
Che continuamente scongiuri
E mai non scende
Per anni e anni
Quella là in alto e tu quaggiù.

Ma la visione del desiderio si desta carne un giorno
E dove prima non risplendeva che un deserto nudo
Adesso ride una città, bella come tu l’hai voluta
La vedi quasi, ti attende
Dammi la mano e andiamoci prima che l’Aurora
La bagni tutt’intorno con grida di trionfo.

Dammi la mano — prima che gli uccelli s’adunino
Sulle spalle degli uomini a cantarlo
Che finalmente s’è vista giungere di lontano
La Vergine Speranza contemplata sempre dal mare!

Andiamo insieme e che ci lapidino
Ci chiamino pure illusi,
Amico, quanti non compresero mai
Con che ferro, che pietre e sangue e fuoco
Sogniamo, cantiamo, edifichiamo!

XVII

Giocai con la neve del monte Chelmo
Mi abbronzai tra gli uliveti di Lesbo
Gettai ciottoli bianchi nel mar Mirtoo
Intrecciai chiome verdi sul dorso dell’Etolia.

Luoghi che dell’inobliabile fiore della luna
E dei succhi del sole mi nutriste
Oggi sono per voi
Occhi che vi accompagnino con una più buona luce.

Occhi per una più buona passeggiata
Le notti incidono nelle vostre viscere
Disegni erculei.
Colui che oserà dire: determino la vita
E non lo fulminerò al morte
Colui che dirà: da un pugno d’aria pura
Nasca una rosa nuda
Ed essa nascerà
Quello avrà cento secoli nel petto
Ma sarà giovane
Giovane come la vocina dell’acqua nuova alle fatiche
Che dal fianco del giorno si riversa
Giovane come il germoglio d’un ramo intatto
Giovane senza ruga di terra, senz’ombra di cielo
Né letizia, gioia del peccatore.

XVIII

In alto, con una torcia di spighe l’ardimento
Avanza tra le onde e canta:

Ragazzi che mi conoscete — piccoli patrioti del sole
Con verghe e strani uccelli nelle mani
Con cuori erbosi e occhi sinceri
Che dalle spiagge udite il rombo del levante
Scaldando una luce infinita nel vostro abbraccio
Dall’estremità del cielo fino in fondo al cuore
Con ostinazione purpurea — piccoli patrioti del sole
Che dite: la sola via è il levante!

La terra dell’ulivo e del fico e del cipresso
Delle vigne, dei fiumi in secca e delle grandi cupole
Poggia da un lato sulla riva dei nostri sogni
Ascoltatemi, sono dei vostri, porgetemi una mano
Cui piaccia tagliare d’un colpo i sogni interi
Che nuoti liberamente nella giovinezza delle nubi.

Parla la terra, s’ode dal fremito degli occhi.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Odisseas Elitis, Sole il Primo”, “Quaderni della Fenice” Guanda, 1979