A te, viva – Vicente Aleixandre

William-Adolphe Bouguereau, Biblis (1884)

                                               
                                             È toccare il cielo, porre il dito
                                            sopra un corpo umano.
                                                                                    NOVALIS

Quando contemplo il tuo corpo disteso
come un fiume che non cessa mai di passare
come un limpido specchio dove cantano uccelli
e dà gioia sentire il giorno come albeggia.

Quando guardo i tuoi occhi, profonda morte o vita che mi chiama
canzone da un profondo che sospetto;
o vedo la tua forma, la tua fronte serena,
pietra lucente dove i miei baci brillano,
come rocce che specchiano un sole che non cala.

Quando accosto il mio labbro a quell’incerta musica,
al suono di quanto è sempre giovane,
dell’ardore terrestre che canta in mezzo al verde,
umido corpo in perpetuo trascorrere
come amore felice che va e torna…

Sotto di me sento il mondo girare,
girare lieve con virtú eterna di stella,
con generosità lieta di astro
che non chiede neppure un mare dove riflettersi.

Tutto è sorpresa. Il mondo scintillante
sente che un mare a un tratto è là tremulo, nudo,
che è quel petto avido, febbrile,
che chiede solo il brillio della luce.

La creazione fulge. Resa quieta la gioia
passa come un piacere che non tocca il suo colmo,
come fulminea ascensione d’amore
dove il vento circonda le fronti piú cieche.

Contemplare il tuo corpo alla tua sola luce,
con la vicina musica che concerta gli uccelli,
le acque, il bosco, il palpito in catene
di questo mondo pieno che sento sulle labbra.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

A ti, viva

                                     Es tocar el cielo, poner el dedo
                                  sobre un cuerpo humano.
                                                                           NOVALIS

Cuando contemplo tu cuerpo extendido
como un río que nunca acaba de pasar,
como un claro espejo donde cantan las aves,
donde es un gozo sentir el día cómo amanece.

Cuando miro a tus ojos, profunda muerte o vida que me llama,
canción de un fondo que sólo sospecho;
cuando veo tu forma, tu frente serena,
piedra luciente en que mis besos destellan,
como esas rocas que reflejan un sol que nunca se hunde.

Cuando acerco mis labios a esa música incierta,
a ese rumor de lo siempre juvenil,
del ardor de la tierra que canta entre lo verde,
cuerpo que húmedo siempre resbalaría
como un amor feliz que escapa y vuelve…

Siento el mundo rodar bajo mis pies,
rodar ligero con siempre capacidad de estrella,
con esa alegre generosidad del lucero
que ni siquiera pide un mar en que doblarse.

Todo es sorpresa. El mundo destellando
siente que un mar de pronto está desnudo, trémulo,
que es ese pecho enfebrecido y ávido
que sólo pide el brillo de la luz.

La creación riela. La dicha sosegada
transcurre como un placer que nunca llega al colmo,
como esa rápida ascensión del amor
donde el viento se ciñe a las frentes más ciegas.

Mirar tu cuerpo sin más luz que la tuya,
que esa cercana música que concierta a las aves,
a las aguas, al bosque, a ese ligado latido
de este mundo absoluto que siento ahora en los labios.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

«Forse di questo amore ancor non detto» – Maria Luisa Spaziani

Émil Otto Hoppé, Lilian Gish, United States, 1921

 

Forse di questo amore ancor non detto
il meglio passò qui, dove rombando
come un treno nel tunnel dell’estate
un rauco vento transitava a notte
sulla cima dei pini. Ed era l’ora
del mio saluto, ché ci avviene a volte
d’inchinarci alle cose ancor non nate
con la sete indicibile che ispirano
le passioni defunte. Ardentemente
ho ritagliato in cielo, negli azzurri
turbinosi del sud la zona sacra
che l’occhio degli aruspici sceglieva
a limite d’un tempio. E sia che duri
tra noi questo silenzio immacolato,
o rapinosi dialoghi ci avvolgano
e liane c’imprigionino, votati
a ogni ambiguo trionfo, quest’immensa
invisibile cupola di sogni
sarà scolpita in questo cielo, vetro
di silice divina che attraversa
il falco inconsapevole e non piega
la bianca fronte per variar di destini.

Maria Luisa Spaziani

da “L’occhio del ciclone”, “Lo Specchio” Mondadori, 1970

Ghiannis Ritsos, Quarta dimensione – Introduzione di Ezio Savino

 

“L’ultima incarnazione di Edipo questo pomeriggio si trova all’angolo fra la Quarantaduesima e la Quinta Avenue e aspetta che il semaforo scatti”. Un credo. Un atto dolce di fede stilato da Joseph Campbell, professore americano di mitologia comparata. Chissà se il newyorkese Campbell ha letto questi versi, i cinque poemetti del greco Ritsos, il Maestro, che s’intitolano da nomi di donne eroine. Se l’ha fatto, vi ha trovato conferma quieta e ardente di quella sua visione. Del resto, il venerando favellatore Erodoto già esclamava, con ampio gesto del braccio intorno, “Tutto questo mondo è pieno di dèi”.

Chiamo Ghiannis Ritsos Maestro nel senso antico di un Chirone barbuto e fragilissimo, che ti apre gli occhi. Ha fra le mani quella sua cetra insonne e, per regalo inesplicabile di Muse, sfalda la sostanza tetra e inerte che ci avvolge, la sradica come quinte dozzinali da teatrino di periferia, e tra folate infuocate di canto, che ti striano dentro, ci profetizza in quale fermento lavico di veri segni il fato ci ha convocato a vivere.

Tracciare una mappa critica di questi monologhi poetici del Maestro è sforzo futile. Sono fatti di diamante: refrattario alla pratica accademica dell’introduzione. Sarebbe come almanaccare parole introduttive alla natura, al pulviscolo astrale che, adesso, trema nella lama di luce filtrata nella stanza, all’impasto di rumori che fumiga dalla strada, a quella bolla d’aria, al graffio che arabescano la tappezzeria sulla parete opposta.

Meglio suggerire al lettore qualche modesto segnavia, scortandolo solo all’orlo del pozzo poetico, al limitare tagliente della quarta dimensione. Quarta dimensione è il titolo autentico di una raccolta di 17 poemi brevi che Ritsos consacra a figure – femminili, maschili – del mistero ellenico. Scelte da Quarta dimensione, ecco in queste pagine cinque signore della leggenda. Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone. Incastonati nella loro cornice formale di carta stampata, sono “monologhi ritmici”. Nessuno sa dire se il Maestro li abbia vergati perché fossero letti con la mente – sussurrando, pesando le pause – o perché qualche voce recitante, d’attrice seduta all’angolo di un palco, desse loro calore di fiato, di saliva, di mano che si ravvia, di tanto in tanto, la ciocca dei capelli.

C’è un disegno, in tutto questo. Ogni confessione d’eroina è inquadrata da ragguagli narrativi, che aprono e poi siglano i diretti discorsi. E fra questi racconti spiccano somiglianze.

Crisòtemi. È pomeriggio di fine estate. Una giovane giornalista sale alla rocca devastata dove la Signora incarna la sua parte di relitto dei tempi. Fluisce il monologo. Intervista? Testamento? Profezia? Quando il racconto “oggettivo” riprende, è cronaca funebre. La Signora non è piú. Resta di lei una statua sepolcrale, un testo d’intervista, poche gocce di pioggia sulla barba di un servitore anziano, trapassato sulla sua lapide.

Ismene. Sera. Un ragazzo, figlio del giardiniere, entra nelle stanze degli incesti. Il soliloquio di Ismene è il ritratto inedito di quella sua sorella maggiore, la pulzella di Tebe, Antigone innamorata della morte. Alla fine, l’addormentarsi solitario di Ismene assomiglia troppo a un decesso.

Fedra. Sera di primavera. Irrompe il ragazzo Ippolito. Il monologo di Fedra è un’iniziazione all’amore. Quando la voce si spegne e risentiamo la voce fuori campo del narratore, Fedra è già rigida nel cappio.

Elena. Sera. Un “altro” – un ragazzo forse ancora di leva: ma chissà, uno spettro dei ricordi, uno dei fatali innamorati che imbracciavano uno scudo ornato dal viso scolpito di lei – si spinge a visitare il simbolo ancora vivente della bellezza e della perdizione. E lei regala memorie, di poeti che le hanno costruito intorno mondi, di uomini nudi, umidi nei sudori, nei suoi letti dell’amore. Gli splendori perduti a contrasto con la bruttezza d’oggi (la Signora, però, è principescamente superiore a tutto), delle ancelle gaglioffe che depredano i segni della grandezza di allora. La voce di Elena si spegne, ed ecco la luna tranquilla, ingannatrice. Scena di morte. Di Elena, trasportata all’obitorio come defunta qualunque, restano le statue del parco, sfregiate da ombre d’alberi.

Persefone. Giorno pieno. La casa sul mare. Nella stanza, una giovane amica, Ciane l’equorea. La confessione di Persefone è la storia della sua ambiguità, di vivente sepolta in quel connubio desiderato con lo “zio”, che è il sire dei morti, e di trapassata che, affranta, si ritrova nella casa paterna, immersa nell’esistenza. Silenzio. Tutto termina con il fazzoletto che si asciuga svaporando sul pavimento. Era la pezzuola fresca d’acqua con cui Ciane leniva la stanchezza dell’amica, reduce dal viaggio disumano, da sottoterra a quello sfolgorare di spiaggia greca, nel frastuono vivace dei bagnanti. La frescura umida che si dissecca è il parallelo di una morte.

Dunque le parole scorrono sempre da labbra antiche – di Signore, cioè, con quei leggendari millenni addosso – a giovani menti. Potrebbe essere il segnacolo di un passaggio, della vita che, contraddicendo a quei funebri finali ricorrenti, si aggancia caparbia a un sempre fresco oggi. Non c’è vera morte, in questi versi greci. Il Maestro ha una missione: ostinarsi a inneggiare alla vita.

Le parole delle eroine sono in ogni poemetto le “ultime”. Le piú vere. Le riassuntive. È una movenza compositiva da tragedia del passato. I maghi dell’antica scena greca sapevano bene quale emozione esploda dalla consapevole agonia monologante. Il tempo della scena s’infuoca se ritrae istanti conclusivi di una vita.
Affacciamoci al pozzo. Apriamo spiragli sulla quarta dimensione. La quarta dimensione è quella che, didascalicamente, si definisce mito. La poesia infrange le didascalie. Non il mito: la verità del tempo.

Il regista di cinema Anghelopulos firma O thíasos, “La recita”. C’è un’antica leggenda su un’insanguinata fortezza dell’Argolide. Qui regnavano gli Atridi: Agamennone era il signore dei luoghi. Mosse contro la città asiatica di Troia, per passione di prede e per certe vendette. Lasciò nella fortezza Clitennestra, sposa inquieta, e i figli, Elettra, Crisòtemi, Oreste. L’altra figlia, la gemma della casa, la primogenita, Ifigenia, era caduta sull’altare votivo, immolata dal padre al fine di ottenere, da feroci dèi, il lasciapassare per Troia. È noto. Le conquiste, le glorie dei padri costano salate: figli accantonati, rifiutati, sacrificati negli incendi rituali dei successi. Agamennone, reduce dalla campagna d’armi, è atteso al varco da Clitennestra, che ha in serbo per lui un’ascia da macelleria. Gli spacca il cranio in un momento di abbandono. Questa regina di sangue ha un’attenuante: rappresaglia per Ifigenia adorata. E un’aggravante: adulterio con Egisto, uomo delle ombre nella reggia, nel letto senza sovrano. Rimane Oreste, il giovane maschio della famiglia nella tormenta. Si fa adulto nella memoria del padre massacrato, nel tossico della vendetta, inoculato dagli dèi selvaggi. Impara a roteare una spada e si presenta alla madre. Trapassa i seni offerti al colpo e s’immortala nell’Orestea, armonioso monumento d’orrore dell’ateniese Eschilo. Per Anghelopulos, la spoglia impalcatura della leggenda è un breviario di verità. Come microcosmo, la famiglia è la nicchia perenne di quei conflitti, fra persone sotto lo stesso tetto, che per sbocco estremo hanno il sangue versato, ma che nella cadenza dei giorni si arrovellano in incomprensioni, rifiuti, estraneità, vittorie parziali dell’uno che sottomette l’altro, e quest’altro è una moglie, un figlio, un fratello. Ma allarghiamo lo sguardo e troviamo la storia, con le sue gazzarre di potere. Anghelopulos inscena la sua Orestea nella Grecia lacerata, negli anni della Seconda guerra mondiale e successivi. Nella famiglia il padre, Agamennone, è un uomo del passato. Reduce, come il suo leggendario archetipo, dalla Ionia: un profugo del l’immane esodo, quando ai giorni del disastro dell’Asia Minore (1922) la Turchia aveva espulso i greci, e milioni di disperati si erano riversati nella madrepatria troppo angusta, troppo arida. E in arco d’anni la Grecia fu sotto il nazismo. Nella famiglia, Egisto collabora con gli aggressori. Spalleggiato dal l’amante Clitennestra, denuncia Agamennone, che cade sotto il plotone d’esecuzione. Oreste è alla macchia, partigiano. Elettra lo guida al covo della coppia. Qui il ragazzo fa esplodere i colpi della vendetta, forse della giustizia. E come quell’Oreste diventa, per i suoi, un eroe, quando, fucilato come disertore, lo ritroviamo sul tavolaccio mortuario di un’anonima caserma. La sua tomba è un’ara.
C’è un’inquadratura, fra tante altre del film, che ci rivela la quarta dimensione. Agamennone è in piedi, nel fango del cortile, davanti alle bocche da fuoco naziste. Ragazzi con l’elmetto, estranei, che sbrigano l’incombenza di guerra. Prima della scarica, nella sua lingua di sillabe arcane, l’uomo grida: “Io vengo dalla Ionia. E voi?”. Il tempo si avvera nel ricalco sorprendente fra lo spettro leggendario di Agamennone che rimpatria dall’Asia con il suo trionfo di cartapesta e l’uomo della Ionia che, approdato in Grecia, aveva elemosinato calzoni e camicia per alleviare la sua miseria: il mito non è ricordo di fiaba, né ricamo d’immaginazioni poetiche, ma l’autentico, tetragono linguaggio dei fatti, la struttura sepolta sotto i dispersi cascami dell’esperienza, e l’artista ha il dovere morale, profondamente politico, di farcela splendere innanzi.

Questi poemetti trapiantano le Signore del mito nei giorni e nei territori che ci appartengono, oggi. Le strade lambiscono i loro palazzi di ruderi. Le ambulanze accorrono a ritirare le loro spoglie. Tendine fiorate schermano le loro solitudini. Scintillio di sigaretta accesa nei loro portacenere. Anelli-talismani alle loro dita. Nomi perduti nel passato – Fedra, Antigone, Demetra, Menelao – ma, all’angolo della via, inquadrata dalla finestra, la facciata screpolata della Maternità.

Restano, di loro, parole e statue.

Queste Signore di Ritsos sono altre eroine. Altre nel senso che, nei racconti solenni, si adagiano talvolta all’ombra di maggiori signore. Crisòtemi, piú che d’identità propria, esisteva come riflesso di lei, della sorella estrema, Elettra gigante dei dolori compressi in odio. Persefone, la fragile, l’esile rapita tra i fiori di Sicilia, era la proiezione del desiderio materno, di Demetra imperiale del grano dorato, della terra culla di vita: e finiva come pallida consorte del dio dominatore, Plutone della morte.

Il Maestro le riscatta. Ci svela i segreti. Che fine aveva fatto la nascosta, la remissiva Ismene? Tutti sapevano di lei, di Antigone folle di pietà. Ma l’altra sorella, uscendo dalla sala maledetta di Edipo, come terminava i suoi giorni? Ora lo sappiamo. E, non senza sgomento, apprendiamo che l’eroismo maiuscolo – quello travestito dalle gramaglie, con la sua aureola ghiacciata di sacrifici, di rinunzie, d’idolatria per la morte – può essere il risvolto dell’egoismo piú sinistro, di un culto immaturo di sé, di disastrosi ritardi nella crescita, del terrore per gli scottanti regali che solo la vita, e l’amore, sanno fare.

Nessun manuale di mitologia, neppure il piú informato, il piú ricco di note puntigliose, può sfidare l’intrinseca esattezza del Maestro. Che vanta con la mitologia “classica” un rapporto felicemente equivoco. Ne ruba i frutti, come un superbo predatore, e li snatura trapiantandoli nei suoi giardini dell’Atene, dell’Eleusi, della Diminiò, della sua Samo di oggi. In un certo senso dissacra, smitizza. Ma, insieme, compie un’opera di restauro mitologico di finezza e precisione senza eguali. Il Maestro va oltre il dato mitico. Completa il disegno.

Due esempi stupendi, da togliere il respiro. Elena. Terzo Canto dell’Iliade. La teichoskopia, “rassegna dalle mura”. Elena, piú bella di una dea, si mostra sugli spalti: vi incontra Priamo, il vecchio re di Troia, e per accontentare una sua domanda di anziano curioso gli indica, con il gesto e per nome, i guerrieri greci assedianti schierati nella pianura. Non capivamo il perché di quell’apparizione. L’Elena del Maestro confessa che sbocciò sul bastione

con un fiore tra i seni, e un altro tra le labbra per nascondere

il sorriso della libertà. Avrebbero potuto

colpirmi da entrambi i lati con le frecce. Mi offrivo a bersaglio

camminando lentamente sulle mura, stagliandomi

nel cielo porporino della sera. Tenevo gli occhi chiusi

per agevolare un gesto d’ostilità da parte loro – ben sapendo in fondo

che nessuno l’avrebbe osato. Le loro mani tremavano per il bagliore

della mia bellezza e immortalità.
 
Dopo questi versi, Elena è davvero piú immortale: donna della sfida, un sorriso impedito dal fiore, ebbrezza d’invincibilità.

Ismene, scrigno di rivelazioni, fra le quali, terribile, Antigone del non amore, lei,

mia sorella [che] regolava tutto con un si deve o non si deve…
 
Antigone che non indossò mai un gioiello, e seppellí in un baule perfino il suo anello di fidanzamento. Com’era la vita con Antigone, nella quotidianità della casa ? Nessun professore di mitologia ce lo comunica. Il Maestro ci folgora con la verità:

E se a volte

faceva tanto d’aiutare a tavola, di portare un piatto, una brocca,

avresti detto che teneva in mano un teschio

e che lo posava tra le anfore. Nessuno piú s’ubriacava.
 
Questo è un punto di non ritorno. La quarta dimensione. Il mito si estingue. Entra la vita con la sua pienezza ingombrante.

Dal 1990 Ghiannis Ritsos è quieto sotto la sua lapide di Monemvasià. Di lui non restano statue. Forse gli anelli. Di certo le parole. Dicono che le donne di Tracia decapitarono il poeta Orfeo. Ne inchiodarono la testa sulla cetra e l’abbandonarono alle onde. Il vento faceva vibrare le corde canore. Palpebre chiuse, nel volto sbiancato del poeta. Ma la lingua continuava a ritmare gli esametri sonanti.

Ezio Savino

Introduzione diGhiannis Ritsos, Quarta dimensione” (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone), Crocetti Editore, 1993

Inno primo – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Se è durare o insistere, non oso,
le miche ancora splendono, o s’oscurano,
i paesi ritornano visioni,
il falco che ha predato a lungo i cieli
su un abbaglio di messi, di deserti,
di vetri dietro cui spiano fanciulli,
è morto sulla strada impolverata.

Nella memoria quello che d’eterno
s’intorbida o si schiara, non tentarlo:
segui le tracce lievi, le piú rare,
il fil di fumo, l’allegria d’un merlo;
non puoi tenerlo, e pure ti sostiene,
l’abisso disperato per cui speri,
e se è un vuoto lo ieri, un vuoto quello
che al tuo occhio s’illumina, ma, vedi,
fiorisce, si diffonde, cretta i massi
piú densi, si dirama, esplode, è quello
che diroccia il futuro e ti fa strada:
le valli si riempiono del suono
delle valanghe, si ripete il tuono
di giogo in giogo, è il fulmine che lapida.

Dove passasti ritornare è come
non piú pensare d’essere, ma esistere:
ritrovare la strada, il vento torbido
della mattina che ritorna luce,
la rada gioia che infittisce se altra
gioia vi mesci, fine lieve gioia
d’un amore deciso, raccapriccio
d’un amore reciso: tutto, vedi,
ti abitua a distaccarti un po’ per volta
dal crudo magma che t’involge e soffoca.

Nella memoria è un che d’eterno, cedilo
cedilo alla memoria se rivedi
l’orto tornato al sole, se le labbra
ancora tormentarle riodi amore,
abbandónati a questo inconsistente
pulviscolo di cose e di pensieri,
abítuati all’inferno dell’effimero:
ieri è già eterno se altro tempo cade
dal suo cielo e vi porta visi, cose
fuggiasche nella loro lenta traccia;
questa la loro libertà: seguire
lievi il declino, dirizzarsi dentro
la loro gravità che le raccoglie
e le figge quaggiú dentro la ghiaccia
senza un grido; ma è un cielo che si semina
e si rapprende qua dove la brina
non regge, dove migrano le nuvole,
sui campi in cui la neve già s’incrina.
E già il tempo scolpisce fitto e lieve
il suo passato, l’impeto suo incupa
le forre, arrossa le orbite stellari,
strappa dai casolari qualche squilla,
e le erme se hanno un volto, è un volto ambiguo:
non volgerti di qua, la strada è quella
dove io non sono, dove tu non sei,
dove parla piú arguto il vento esiguo.

Piero Bigongiari

13 – 22 febbraio ’53

da “Il corvo bianco”, 1952-1954, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968 

«Si è sollevato un incendio azzurro» – Sergej Aleksandrovič Esenin

 

Si è sollevato un incendio azzurro,
Le lontananze natie offuscando.
Ho cantato d’amore, ho rinunciato
A far scandali: per la prima volta.

Non ero che un giardino abbandonato,
Ero avido d’alcool e di donne.
Non amo più bere, ballare e perdere,
Senza voltarmi indietro, la mia vita.

Vorrei solo guardarti, contemplando
L’oro-castano abisso dei tuoi occhi,
E, rinnegando il passato, far sì
Che con un altro tu non te ne vada.

Dolce andatura ed elegante vita:
Tu, dal cuore inflessibile, sapessi
Come è capace un teppista d’amare,
Come è capace d’esser sottomesso.

Le bettole per sempre scorderei,
Smettendo anche di scrivere versi:
Soltanto per sfiorare la tua mano
E come un fiore autunnale i capelli.

E vorrei sempre seguirti da presso,
Sia in patria che in paesi forestieri…
Ho cantato d’amore e ho rinunziato
A far scandali: per la prima volta.

Sergej Aleksandrovič Esenin

[1923]

(Traduzione di G. P. Samonà)

da “Sergej Aleksandrovič Esenin, Poesie”, Garzanti, 1981

***

«Заметался пожар голубой,»

Заметался пожар голубой,
Позабылись родимые дали.
В первый раз я запел про любовь,
В первый раз отрекаюсь скандалить.

Был я весь как запущенный сад,
Был на женщин и зелие падкий.
Разонравилось пить и плясать
И терять свою жизнь без оглядки.

Мне бы только смотреть на тебя,
Видеть глаз златокарий омут,
И чтоб, прошлое не любя,
Ты уйти не смогла к другому.

Поступь нежная, легкий стан,
Если б знала ты сердцем упорным,
Как умеет любить хулиган,
Как умеет он быть покорным.

Я б навеки забыл кабаки
И стихи бы писать забросил,
Только б тонко касаться руки
И волос твоих цветом в осень.

Я б навеки пошел за тобой
Хоть в свои, хоть в чужие дали…
В первый раз я запел про любовь,
В первый раз отрекаюсь скандалить.

Сергей Александрович Есенин

1923

da “Полное собрание сочинений в семи томах, Том 1.: Стихотворения”, Наука: Голос, 1995