«A due giorni dalla precedente nota» – Jiří Orten

 

A due giorni dalla precedente nota qualcosa si è mosso, qualcosa di inarrestabile che mi spinge verso il crollo. È nevicato, per tutto il giorno è caduta la neve. Nessuno ricorda un simile diluvio di neve, una ragazza ha detto che era come una pezza fredda sulla città indolenzita. Non era lontana dal vero, ma ho capito che il sussiego non è soltanto nel tacere; se mai ho parlato in un sussiegoso silenzio, c’era un altro orizzonte, un altro sguardo, col quale mai piú guarderò. È stolto il dire a me stesso che finora sono stato un poeta e d’ora in poi sarò soltanto un sofferente, braccato ometto. Quel nucleo, succoso e sano, che la mia anima custodiva, custodisce e custodirà di fronte ai vermi, è tuttora al suo posto. Parola, bacio, angoscia, disprezzo, incomprensione, lode, malattia, amore, tutto questo serve soltanto a uno scopo: a guidare la mia mano che, di nuovo e sempre di nuovo, non capisce il miracolo. A nient’altro sono venuto a questo mondo che a testimoniare, tenendomi alla mia gravezza, al mio peso, alla mia leggerezza. A volte sono stato ubriaco e mi sentivo spinto a brusche decisioni. Spero quindi di poter essere ancora ubriaco! Ma adesso, nella tranquilla (se di tranquillità si può parlare) contemplazione delle cose, guardo lietamente al destino, all’impegno e al dovere, al quale non intendo mai piú sottrarmi. Che zoppichino pure i versi, se vogliono! Che le parole non esprimano nemmeno un granello del sentimento! Una strada procederà attraverso tutte le buche verso la massima possibile perfezione. E questa strada è la mia! Ne vedo migliaia di altre, assomigliano a tratteggi di rilievi su carte geografiche, s’incrociano con la mia strada, qualche volta la condizionano; ma le mie tracce sono visibili, benché soltanto a me stesso. Non voglio ritornare su di esse. Salgo e salgo, soltanto un folle potrebbe chiamare tutto ciò una discesa. Amo il mio esitante coraggio verso la morte, amo il pudore, che è restato in me, non restato, perdurato, amo il subitaneo e mi batto contro la necessità. Questo basta, se penso che tra un’ora sarò tutto diverso e mutato nella voce (nel colore della voce!), nel pensiero (nella superficie del pensiero!) e nelle parole (sí, soltanto nelle parole!), come il buffone della «Principessa triste».

Jiří Orten

19.3.1939

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

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