Come uno buttato ubriaco sul battello postale – John Ashbery

John Ashbery

 

Ho tentato tutto, poco era immortale e libero.
Altrove è come stessimo in un luogo dove il sole
scende sfarinato, un po’ per volta,
ad aspettare che qualcuno venga. Volano parole aspre,
mentre il sole tinge in giallo il verde dell’acero…

Tutto qui, ma ermeticamente
ho avvertito il sommuoversi di un fiato nuovo nelle pagine
che tutto inverno hanno esalato l’odore di un vecchio catalogo.
Nuovi periodi si accendevano. Ma l’estate
era inoltrata, non ancora oltre il mezzo del cammino
ma piena e buia della promessa di quella pienezza,
di quel momento in cui non ci si può più sviare
e perfino i meno attenti ammutoliscono
per contemplare ciò che è pronto ad accadere.

Uno sguardo di specchio ti arresta
e tu passi oltre scosso: ero io il percepito?
Mi hanno notato, stavolta, così come sono,
o tutto è ancora rimandato? I bimbi
ancora intenti ai giochi, nuvole che salgono con agile
impazienza nel cielo pomeridiano, per dissiparsi
quando scende il limpido, denso crepuscolo.
Solo in quel colpo di clacson
là in fondo, per un attimo, ho pensato
che l’insigne evento formale stesse iniziando, orchestrato,
i colori addensati in uno sguardo, ballata
che abbraccia il mondo intero, adesso, ma con dolcezza,
ancora con dolcezza, ma con ampia autorità e tatto.

La prevalenza di quei fiocchi grigi che cadono?
È pulviscolo di sole. Hai dormito al sole
più della sfinge, ma non ne sai più di prima.
Entra. Ho pensato che un’ombra tagliasse la soglia
ma era soltanto lei venuta a chiedere ancora una volta
se intendevo entrare, e in caso contrario di prendermela calma.
La lucentezza della notte s’insedia. Una luna dal pallore cistercense
ha scalato la vetta del firmamento, vi si è installata,
socia adesso nell’affare del buio.
E un sospiro sale da ogni minuscola cosa terrena,
da libri, carte, vecchie giarrettiere, dai bottoni di sottomaglie e mutandoni
riposti in una scatola di cartone bianco chissà dove, e tutte le versioni
inferiori di città rase al suolo dalla livella della notte.
L’estate troppo esige, troppo prende,
ma la notte, schiva, reticente, dona più di ciò che sottrae.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

As one put drunk into the packet-boat

I tried each thing, only some were immortal and free.
Elsewhere we are as sitting in a place where sunlight
Filters down, a little at a time,
Waiting for someone to come. Harsh words are spoken,
As the sun yellows the green of the maple tree…

So this was all, but obscurely
I felt the stirrings of new breath in the pages
Which all winter long had smelled like an old catalogue.
New sentences were starting up. But the summer
Was well along, not yet past the mid-point
But full and dark with the promise of that fullness,
That time when one can no longer wander away
And even the least attentive fall silent
To watch the thing that is prepared to happen.

A look of glass stops you
And you walk on shaken: was I the perceived?
Did they notice me, this time, as I am,
Or is it postponed again? The children
Still at their games, clouds that arise with a swift
Impatience in the afternoon sky, then dissipate
As limpid, dense twilight comes.
Only in that tooting of a horn
Down there, for a moment, I thought
The great, formal affair was beginning, orchestrated,
Its colors concentrated in a glance, a ballade
That takes in the whole world, now, but lightly,
Still lightly, but with wide authority and tact.

The prevalence of those gray flakes falling?
They are sun motes. You have slept in the sun
Longer than the sphinx, and are none the wiser for it.
Come in. And I thought a shadow fell across the door
But it was only her come to ask once more
If I was coming in, and not to hurry in case I wasn’t.

The night sheen takes over. A moon of cistercian pallor
Has climbed to the center of heaven, installed,
Finally involved with the business of darkness.
And a sigh heaves from all the small things on earth,
The books, the papers, the old garters and union-suit buttons
Kept in a white cardboard box somewhere, and all the lower
Versions of cities flattened under the equalizing night.
The summer demands and takes away too much,
But night, the reserved, the reticent, gives more than it takes.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

«Profilo di lampioni» – Andrea Zanzotto

Masao Yamamoto, Moon phases

 

Profilo di lampioni
con una toccante consapevolezza
che salva un flash di luna

∗∗∗

Borderline of street-lamps
with a touching awareness
sparing a moon-flash

Andrea Zanzotto

da “Haiku for a season / Haiku per una stagione”, “Lo Specchio” Mondadori, 2019

Non voglio che tu salga scale… – Ghiannis Ritsos

Unbearable lightness of Being by Liudmila Wilchevskaya

Parola Carnale
 8

Non voglio che tu salga scale di marmo d’ospedali. Non voglio
che aspetti davanti alla porta socchiusa d’una sala operatoria; — carni straziate, sangue —
non quello dei tuoi 27 giorni; ma anche quello
mi allontana, mi ostacola, mi attira. Il sangue
è per scorrere non visto nelle vene; per udirlo di notte
cuore a cuore, come una musica dal piano di sotto, dove un’altra coppia
prepara con la musica un amore più profondo. Non voglio
tu vada in giro per questi corridoi che sanno
di idroformio, di canfora e di morte. Non voglio che tu faccia
l’infermiera a nessuno, neanche a me. Non voglio che tu curi
gli storpi, le statue mutilate e una tortora
colpita all’ala destra dai pallini. Non voglio che il tuo sorriso
cada sulla nudità degli uccisi, anche se sono miei compagni. A te si addice
l’immobilità nella giovinezza, o con pochi gesti
governare le onde davanti al letto, o tutt’al più pettinarmi
i capelli bagnati nei tuoi bei modi allegri, o ancora
portare al mattino il gran vassoio col tè, come portassi
un’arpa, senza intenzione di suonare, giacché l’arpa
suona da sola appena alzo gli occhi su di te. Perché, sai,
su quest’ardente pietra dell’anello che mi hai donato splende
una città illuminata con lampioni verdi. Per i suoi viali danzano
piccole ballerine con lampioncini di carta rossi e margherite
e un giovane dal balcone spruzza loro i capelli coi miei versi stracciati.
Perciò giro al contrario la pietra dell’anello, la stringo
nel mio pugno, caso mai lo sguardo invidioso o innocente d’un estraneo
getti il malocchio su questa inesausta felicità nel tempo, fuori dal tempo,
e al mattino dopo troviamo sull’ascensore i tre cerbiatti uccisi.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Erotica”, Crocetti Editore, 2002

Non dimenticare di tornare – Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari, foto di Piero Pomponi

 

Non dimenticare di tornare.

Nelle valli cantano le raganelle,
della tua attesa trema la pelle dell’aria,
ruscelli di sole scendono per i sentieri.

Se vieni per la valle di pioppi,
rinfrescati alle sorgenti tra le rocce,
non ti spaventare, lì dimorano tortore e peligorghe.

Sdraiati sull’ombra odore di pesca,
con sassolini manda via il cuculo che intristisce
sulla ginestra fiorita.

Non tardare a tornare.

A metà strada ti aspetterò
con il mio cuore rosso nel palmo
avvolto con una foglia di gelso.

Gëzim Hajdari

da “Antologia della pioggia”, Edizioni Ensemble, Roma, 2018

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Mos harro të vish

Mos harro të vish.

Në lugina këndojnë veroret,
nga pritja jote dridhet lëkura e ajrit,
rrëkeza plot diell zbresin monopatit.

Nëse vjen luginës me kavakë,
freskohu te burimi shkëmbor,
mos u tremb, atje verojnë shaptore e peligorga.

Shtrihu paksa nën hijet me aromë dardhe,
me guralecë largoje qyqen që trishton
mbi gjineshtrën luleverdhë.

Mos vono të vish.

Në gjysmën e rrugës do dal të të pres
me zemrën time të kuqe në pëllëmbë
mbështjellë me një gjethe mani.

Gëzim Hajdari

da “Antologjia e shiut”, Naim Frashëri, Tirana, 1990 

«Per favore: questo iris rosa» – Andrea Zanzotto

Katsushika Hokusai, Iris, Peonies, Sparrows and Dragonfly

 

Per favore: questo iris rosa
Per favore: queste gocce calde
“Per favore,” che tutto armonizza

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Please: this pink iris
Please: these hot drops
“Please,” that harmonizes all

Andrea Zanzotto