Ottave – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla.

novembre 1933 – luglio 1935
2

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

Benessere e tortura nell’attesa
dell’attimo sempre più vicino,
e nei miei borbottii di colpo risuona
l’espansione ad arco.

novembre 1933
3

Farfalla, donna musulmana,
avvolta in un lacero sudario,
creatura di vita e di morte,
così grande – tu, vera!

Enormi baffi mordieri
e capo nascosto nel burnus.
Sudario svolto come vessillo,
ripiega le ali, ho paura!

novembre 1933
4

La minima appendice del sesto senso
o l’occhio parietale della lucertola,
i monasteri di lumache e conchiglie,
il parlottio di piccole ciglia scintillanti.

L’inaccessibile, com’è vicino!
E non puoi sciogliere il nodo, né guardare,
come un biglietto che ti infilano in mano
e devi rispondere all’istante…

maggio 1932
5

Superando la fissità della natura
il durazzurro occhio ne penetra la legge:
nella crosta terrestre impazzano le rocce,
dal petto sgorga un lamento-minerale.

E il sordo animalcolo si tende
come per una strada a corno ritorta,
per capire l’eccesso interno dello spazio,
del petalo pegno, e della cupola.

gennaio 1934
6

Quando, distrutto l’abbozzo, 
ti sforzi di trattenere nella mente 
il periodo senza pesanti glosse, 
unito e uno nella notte interiore, 

e, gli occhi socchiusi, la frase si regge 
unicamente sul suo slancio – 
sta, quel periodo, alla carta 
come la cupola ai cieli vuoti.

novembre 1933
7

E Schubert sull’acqua, e Mozart nel chiasso degli uccelli,
e Goethe che fischiettava lungo il sentiero serpeggiante,
e Amleto che pensava a timorosi passi – tutti
tastavano il polso della folla, in lei credendo.

Forse il sussurro nacque prima delle labbra,
e senza alberi mulinavano le foglie,
e coloro ai quali consacriamo l’esperienza
prima dell’esperienza avevano già i tratti.

1933
8

E la zampa dentata dell’acero
sguazza negli angoli tondi,
e con le ali delle farfalle
si possono decorare muri.

Esistono vive moschee,
e solo adesso ho capito:
siamo forse una Hagia Sophia
con occhi innumerevoli.

novembre 1933
9

Dimmi, disegnatore del deserto, 
geometra delle sabbie arabiche, 
la furia sfrenata delle linee 
ha davvero ragione del vento? 

– Non mi tocca la trepidazione 
dei suoi giudaici affanni;  
dal balbettio lui modella l’esperienza, 
dall’esperienza beve il balbettio.

novembre 1933
10

Da aghiformi calici appestati
beviamo l’ossessione delle cause,
con uncini tocchiamo grandezze
infime, quasi leggera morte.

E di fronte al groviglio delle asticelle
il bambino resta in silenzio –
dorme, l’universo, nella culla
della piccola eternità.

novembre 1933
11

E dallo spazio esco nel giardino
incolto delle grandezze,
strappo l’immaginaria costanza,
l’autoconsenso delle cause.

E il tuo manuale, infinità, io leggo
da solo, lontano dagli uomini:
selvaggio erbario senza foglie,
libro di problemi delle radici enormi.

novembre 1933

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

(Traduzione di Serena Vitale)

“Quasi leggera morte, Ottave”, “Piccola Biblioteca” Adelphi , 2017

∗∗∗

ВОСЬМИСТИШИЯ
1

Люблю появление ткани,
Когда после двух или трех,
А то – четырех задыханий
Придет выпрямительный вздох.

И дугами парусных гонок
Зелeные формы чертя,
Играет пространство спросонок –
Не знавшее люльки дитя.

Ноябрь 1933- июль 1935
2

Люблю появление ткани,
Когда после двух или трех,
А то – четырех задыханий
Придет выпрямительный вздох.

И так хорошо мне и тяжко,
Когда приближается миг,
И вдруг дуговая растяжка
Звучит в бормотаньях моих.

Ноябрь 1933
3

О бабочка, о мусульманка,
В разрезанном саване вся –
Жизняночка и умиранка,
Такая большая – сия!

С большими усами кусава
Ушла с головою в бурнус.
О флагом развернутый саван, –
Сложи свои крылья – боюсь!

Ноябрь 1933
4

Шестого чувства крошечный придаток
Иль ящерицы теменной глазок,
Монастыри улиток и створчаток,
Мерцающих ресничек говорок.

Недостижимое, как это близко:
Ни развязать нельзя, ни посмотреть, –
Как будто в руку вложена записка
И на нее немедленно ответь…

Май 1932
5

Преодолев затверженность природы,
Голуботвердый глаз проник в ее закон,
В земной коре юродствуют породы,
И как руда из груди рвется стон.

И тянется глухой недоразвиток,
Как бы дорогой, согнутою в рог, –
Понять пространства внутренний избыток
И лепестка, и купола залог.

Январь 1934
6

Когда, уничтожив набросок,
Ты держишь прилежно в уме
Период без тягостных сносок,
Единый во внутренней тьме,

И он лишь на собственной тяге,
Зажмурившись, держится сам,
Он так же отнесся к бумаге,
Как купол к пустым небесам.

Ноябрь 1933
7

И Шуберт на воде, и Моцарт в птичьем гаме,
И Гете, свищущий на вьющейся тропе,
И Гамлет, мысливший пугливыми шагами,
Считали пульс толпы и верили толпе.

Быть может, прежде губ уже родился шопот
И в бездревесности кружилися листы,
И те, кому мы посвящаем опыт,
До опыта приобрели черты.

1933
8

И клена зубчатая лапа
Купается в круглых углах,
И можно из бабочек крапа
Рисунки слагать на стенах.

Бывают мечети живые –
И я догадался сейчас:
Быть может, мы – Айя-София
С бесчисленным множеством глаз.

Ноябрь 1933
9

Скажи мне, чертежник пустыни,
Арабских песков геометр,
Ужели безудержность линий
Сильнее, чем дующий ветр?

– Меня не касается трепет
Его иудейских забот –
Он опыт из лепета лепит
И лепет из опыта пьет.

Ноябрь 1933
10

В игольчатых чумных бокалах
Мы пьем наважденье причин,
Касаемся крючьями малых,
Как легкая смерть, величин.

И там, где сцепились бирюльки,
Ребенок молчанье хранит –
Большая вселенная в люльке
У маленькой вечности спит.

Ноябрь 1933
11

И я выхожу из пространства
В запущенный сад величин
И мнимое рву постоянство
И самосознанье причин.

И твой, бесконечность, учебник
Читаю один, без людей –
Безлиственный дикий лечебник,
Задачник огромных корней.

Ноябрь 1933

Осип Эмильевич Мандельштам

da “Sobranie sočinenij v 3 tomach”, a cura di Aleksandr Mec, Progress-Plejada, Moskva, 2003

A coloro che verranno – Bertolt Brecht

Pedro Luis Raota, War and Peace, 1960’s

I.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha ancora ricevuta.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai piú potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’angoscia?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri, sono perduto).

«Mangia e bevi, –mi dicono: –E sii contento di averne».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

II.

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano piú sicuri senza di me; o lo speravo.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

III.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, piú spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertolt Brecht

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Poesie di Svendborg seguite dalla Raccolta Steffin”, “Gli Struzzi” Einaudi, 1976

∗∗∗

An die nachgeborenen

I.

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
Das arglose Wort ist töricht. Eine glatte Stirn
Deutet auf Unempfindlichkeit hin. Der Lachende
Hat die furchtbare Nachricht
Nur noch nicht empfangen.

Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschliesst!
Der dort ruhig über die Strasse geht
Ist wohl nicht mehr erreichbar für seine Freunde
Die in Not sind?

Es ist wahr: ich verdiene noch meinen Unterhalt.
Aber glaubt mir: das ist nur ein Zufall. Nichts
Von dem, was ich tue, berechtigt mich dazu, mich sattzuessen.
Zufällig bin ich verschont. (Wenn mein Glück aussetzt bin ich verloren).

Man sagt mir: Iss und trink du! Sei froh, dass du hast!
Aber wie kann ich essen und trinken, wenn
Ich dem Hungernden entreisse, was ich esse, und
Mein Glas Wasser einem Verdurstenden fehlt?
Und doch esse und trinke ich.

Ich wäre gerne auch weise.
In den alten Büchern steht, was weise ist:
Sich aus dem Streit der Welt halten und die kurze Zeit
Ohne Furcht verbringen.
Auch ohne Gewalt auskommen
Böses mit Gutem vergelten
Seine Wünsche nicht erfüllen, sondern vergessen
Gilt für weise.
Alles das kann ich nicht:
Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!

II.

In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung
Als da Hunger herrschte.
Unter die Menschen kam ich zur Zeit des Aufruhrs
Und ich empörte mich mit ihnen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Mein Essen ass ich zwischen den Schlachten.
Schlafen legte ich mich unter die Mörder.
Der Liebe pflegte ich achtlos
Und die Natur sah ich ohne Geduld.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Strassen führten in den Sumpf zu meiner Zeit.
Die Sprache verriet mich dem Schlächter.
Ich vermochte nur wenig. Aber die Herrschenden
Sassen ohne mich sicherer, das hoffte ich.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Kräfte waren gering. Das Ziel
Lag in grosser Ferne.
Es war deutlich sichtbar, wenn auch für mich
Kaum zu erreichen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

III.

Ihr, die ihr auftauchen werdet aus der Flut
In der wir untergegangen sind
Gedenkt
Wenn ihr von unseren Schwächen sprecht
Auch der finsteren Zeit
Der ihr entronnen seid.

Gingen wir doch, öfter als die Schuhe die Länder wechselnd
Durch die Kriege der Klassen, verzweifelt
Wenn da nur Unrecht war und keine Empörung.

Dabei wissen wir doch:
Auch der Hass gegen die Niedrigkeit
Verzerrt die Züge.
Auch der Zorn über das Unrecht
Macht die Stimme heiser. Ach, wir
Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit
Konnten selber nicht freundlich sein.

Ihr aber, wenn es soweit sein wird
Dass der Mensch dem Menschen ein Helfer ist
Gedenkt unsrer
Mit Nachsicht.

Bertolt Brecht

da “Svendborger Gedichte”, Malik Verlag, London, 1939

Sulla nave – Costantino Kavafis

Annelise Kretschmer, Portrait au soleil, vers 1930

 

In questo segno grafico lieve
Tracciato in fretta a bordo della nave
Ritrovo, sì, i suoi tratti.

Noi cinti dal mare ionico,
Stregato il pomeriggio.

I suoi tratti. Ma bello
Molto più di così mi appare
Ora, nel rievocarlo.

Una morbosità nel sentimento
Tale, la sua, da renderne
Abbagliante lo sguardo.

                                             Così riemerge
Dentro di me – dal Tempo.

Dal Tempo… Eventi tanto
Remoti… Quel ritratto,
La nave, il pomeriggio…

Costantino Kavafis

[1919]

(Traduzione di Guido Ceronetti)

da “Un’ombra fuggitiva di piacere”, Adelphi Edizioni, 2004

∗∗∗

Τοῦ Πλοίου

Τόν μοιάζει βέβαια ἡ μικρή αυτή,
μέ τό μολύβι ἀπεικόνισίς του.

Γρήγορα καμωμένη, στό κατάστρωμα τοῦ πλοίου·
ἕνα μαγευτικὸ ἀπόγευμα.
Τό ’Ιόνιον πέλαγος ὁλόγυρά μας.

Τόν μοιάζει. Ὅμως τόν θυμοῦμαι σάν πιό ἔμορφο.
Μέχρι παθήσεως ἦταν αἰσθητικός,
κι αὐτό εφώτιζε την ἔκφρασί του.
Πιο ἔμορφος με φανερώνεται
τώρα που η ψυχή μου τον ἀνακαλεί, ἀπ’ τον Καιρό.

Ἀπ’ τòν Καιρό. Εἴν’ ὄλ’ αὐτά τά πράγματα πολύ παληά —
τò σκίτσο, καì τò πλοῖο, καì τò απόγευμα.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Mangiare poesia – Mark Strand

Foto di Chris Felver

 

Mi cola inchiostro dagli angoli della bocca.
Non c’è contentezza come la mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria pensa di avere le traveggole.
Ha gli occhi afflitti
e cammina con le mani tra le pieghe del vestito.

Le poesie sono svanite.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale della scantina e salgono.

Roteano gli occhi,
le zampe bionde bruciano come stoppie.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e piange.

Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio contro e abbaio.
Faccio le feste felice nel buio libresco.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Motivi per muoverci”, 1968, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

∗∗∗

Eating Poetry

 Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

Mark Strand

da “Reasons for Moving”, 1968, Atheneum, 1977

Paesaggio [VI] – Cesare Pavese

Foto di Tina Fersino

 

Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.

                                                            Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca piú dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi piú lievi.

Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può
                                              abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.

O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.

Cesare Pavese

[1935]

da “Lavorare stanca”, (1936 – 1943), in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998