Aspettando le vesti – Leanne O’Sullivan

Foto di Roberto De Mitri

 

Il giorno che i dottori e le infermiere
hanno i loro colloqui settimanali coi pazienti,
siedo aspettando il mio turno fuori dello studio,
schiena al muro, gambe raccolte sotto il mento,

giocando con il lembo della mia camicia bianca da ospedale.
Hanno preso ogni cosa che a loro giudizio
doveva esser presa – le mie vesti, i miei libri,
la mia musica, come se venir spogliata

facesse parte della cura, come rimuovere il fodero
da una lama che ha fatto strage.
Hanno detto: aspetta qualche giorno, e se fai la brava
potrai riavere le tue cose. Avevano preso

il mio diario, la mia parola fatta carne, e penso
a questi dottori che mi conoscono nuda,
mi tengono per la spina dorsale, due dita
sotto il collo, come si tiene un bimbo,

mi cavano l’anima dalle costole,
sfogliano le pagine dei miei pensieri,
come se mi leggessero la mano,
il mio nome sotto di loro come una confessione,

che sono padroni di questa ragazza, che rivendicano
questo mondo di oscurità, leggerezza, morte
e nascita. È nelle loro mani come una sagola di salvataggio,
e io mi sento in caduta libera o a pezzi.

Sentono la mia voce mentre leggono
e pensano: Chi è questa ragazza che parla?
Io conosco la fine, a loro lo dice lei.
È l’ultima riga, sia sorgente che termine.

È ciò per cui gli oceani cantano, come si muove il sole,
un luogo per i cartografi dove cominciare.
Dietro la porta, niente è detto.
Come sogni, le mie vesti escono dalle scatole.

Leanne O’Sullivan

(Traduzione di Alessandro Gentili)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Novembre 2013, N. 287, Crocetti Editore

∗∗∗

Waiting For My Clothes 

The day the doctors and nurses are having
their weekly patient interviews, I sit waiting
my turn outside the office, my back to the wall,
legs curled up under my chin, playing

with the hem of my white hospital gown.
They have taken everything they thought
should be taken – my clothes, my books
my music, as if being stripped of these

were part of the cure, like removing the sheath
from a blade that has slaughtered.
They said, Wait a few days, and if you’re good
you can have your things back. They’d taken

my journal, my word made flesh, and I think
of those doctors knowing me naked,
holding me by my spine, two fingers
under my neck, the way you would hold a baby,

taking my soul from between my ribs
and leafing through the pages of my thoughts,
as if they were reading my palms,
and my name beneath them like a confession,

owning this girl, claiming this world
of blackness and lightness and death
and birth. It lies in their hands like a life-line,
and I feel myself fall open or apart.

They hear my voice as they read
and think, Who is this girl that is speaking?
I know the end, she tells them.
It is the last line, both source and closing.

It is what oceans sing to, how the sun moves,
a place for the map-maker to begin.
Behind the door, nothing is said.
Like dreams, my clothes come out of their boxes.

Leanne O’Sullivan

da “Waiting For My Clothes”, Bloodaxe Books Ltd, Tyne and Wear, 2004

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