da «Ogni giorno, dal cielo alla notte» – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

Cassacco, anno zero

[…]

Certi giorni sono dei nodi. Capaci di contenere forze lanciate in direzioni opposte. Pariglie di cavalli in corsa l’una verso la luce, l’altra verso le tenebre. Dentro il loro scorrere lungo le ore c’è la violenza del fulmine e la ferita del tronco fulminato, aperto in due metà. Il 17 novembre dell’anno scorso è stato uno di quei giorni. Eppure tutto si era aperto in un modo quasi sereno, nonostante il profilo obliquo della montagna fosse scuro di pioggia, il risveglio brusco come sempre e dall’asta di alluminio pendesse il tubicino diretto in vena a nutrirmi di antibiotici. Sì, nonostante la testa opaca, il 17 novembre avrebbe dovuto essere una data da cerchiare sul calendario. Dopo sei anni di caccia, in tutte le librerie era in uscita la mia ultima raccolta di versi. Un libro appena nato ha i piedini di un rosa quasi trasparente, le dita delle mani sono lance che segnano il futuro, portano le fossette al posto delle nocche. Ogni parola trova concretezza nel suo nascere inerme e senza riparo, perché la poesia è il silenzio che si fa lettera e precipita sulle pagine, è la lettera che coglie la sfuggente occasione di dare un ordine, fosse pure precario, a una parte, fosse pure minuscola, dell’universo. E, dentro questo ordine, uomini come me, che, con tutta l’ingenuità a loro disposizione, rincorrono la corsa di quei suoni, possono dire: ho fatto quel che sono, per un istante ho fatto quel che sono. Un uomo. Allora, momenti così fragili andrebbero festeggiati puntando i calici dritti contro il cielo, magari anche con un po’ di solennità e un ben custodito sussulto di commozione. Il mio brindisi l’ho celebrato chiudendo gli occhi, malgrado il gracchiare dei campanelli attivati in corsia, lo scorrere cavo di un letto trasportato chissà dove al piano superiore e la controllata agitazione del reparto in piena attività, ho immaginato le parole inseguite per anni farsi figura concreta nei corrieri bagnati dalla pioggia che entravano, forse in quel momento, nelle librerie. E uno dei corrieri avrebbe aperto una porta, lasciando dietro di sé lo zuppo e la congestione della città, avrebbe armeggiato con il carrello, tenendo a bada il bilico del carico salvato dalla pioggia e poi avrebbe incontrato, senza farsene toccare, la quiete e la soffusa sicurezza che danno, a chi le ama, pareti e scaffalature gremite di libri. Avrebbe fatto firmare delle bolle di accompagnamento, preso nuovi accordi; uscendo si sarebbe riunito al maltempo e fra gli schizzi degli pneumatici avrebbe raggiunto l’umidità del suo furgoncino, ma dentro quella quiete appena lasciata, dentro quella libreria, dentro quegli scatoloni, il mio libro avrebbe levato i suoi primi vagiti, avrebbe aperto gli occhi per la prima volta, liberato dal buio. E allora, per sopramercato e perché fantasticare dicono non costi niente, ho pensato anche che non ero io ad avere compiuto qualcosa, ma che ero stato portato a compimento. Il brindisi si era da poco concluso su queste note, quando due infermiere in uniforme azzurrina vennero a prelevarmi e mi portarono in radiologia.

[…]

Pierluigi Cappello

da “Ogni giorno, dal cielo alla notte”, in “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

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