Col mondo del potere… – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili:
temevo le ostriche, e alle guardie lanciavo occhiate di sottecchi;
nemmeno d’una briciola d’anima gli sono debitore
benché a lungo sulle immagini altrui mi sia accanito.

Aggrottandomi con sciocco sussiego in una mitra di castoro
non sono stato sotto il portico egizio della banca,
e sulla Neva di limone, al fruscio di cento rubli
per me mai, mai la zingara ha danzato.

Fiutando supplizi futuri, dal mugghiare di eventi sediziosi
mi rifugiavo dalle Nereidi del Mar Nero;
e le bellezze d’allora, le tenere europee,
quanta pena, dispetto e dolore m’han dato!

E allora, perché questa città continua a imporsi
ai miei pensieri e sentimenti secondo l’uso antico?
Resa sfrontata dagli incendi e i geli
è arrogante, maledetta, vacua, giovanile!

Forse perché bambino ho visto su un quadretto
Lady Godiva con la rossiccia chioma sciolta
dico ancora a me stesso sottovoce:
Lady Godiva, addio… Godiva, non ricordo.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Gennaio 1931

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Poesie”, Garzanti, 1972

«Si può rendere onore a una morta?» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Ol’ga Vaksel’ (1903-1932)

 

Si può rendere onore a una morta?
È in altro luogo e in forza –
il potere dell’amore d’altri l’ha portata
a una fine ardente e violenta…

E le salde rondini delle tonde sopracciglia
dalla tomba sono volate a dirmi
che si erano ristorate nel loro
freddo letto di Stoccolma.

E la tua famiglia s’inorgogliva del violino del bisnonno,
la sua voluta la faceva più bella,
e tu aprivi la tua bocca così rossa
sorridendo, italianeggiando, russeggiando…

Serbo di te triste memoria,
piccola selvatica, orsetto, Mignon,
ma le ruote dei mulini passano l’inverno nella neve,
e gela il corno del postiglione.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

3 giugno 1935

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Quaderni di Voronež, Primo quaderno”, Giometti & Antonello, Macerata, 2017

∗∗∗

«Возможна ли женщине мертвой хвала?»

Возможна ли женщине мертвой хвала?
Она в отчужденьи и в силе –
Ее чужелюбая власть привела
К насильственной жаркой могиле…

И твердые ласточки круглых бровей
Из гроба ко мне прилетели
Сказать, что они отлежались в своей
Холодной стокгольмской постели.

И прадеда скрипкой гордился твой род,
От шейки ее хорошея,
И ты раскрывала свой аленький рот,
Смеясь, итальянясь, русея…

Я тяжкую память твою берегу,
Дичок, медвежонок. Миньона,
Но мельниц колеса зимуют в снегу,
И стынет рожок почтальона.

Осип Эмильевич Мандельштам

3 июня луу

da “Voronežskie tetradi”, in “Polnoe sobranie sočinenij i pisem v trëch tomach”, tom I: Stichotvorenija, a cura di A. Mec, Moskva, 2009

Dare acqua alla pianta del sognare – Elisa Biagini

(dialogo con Paul Celan)
Esperimento di dialogo attivo con un poeta amato: testi costruiti intorno a singoli versi del poeta tedesco, allontanati dal contesto originario e usati come micce per scatenare una nuova deflagrazione poetica.

 

Mi si chiudono
le notti dentro
il palmo,
                ti tocco
e sei d’inchiostro.

Troppe cose già dette,
troppo già respirato,

nel palmo
solo una pietra risputata,
piccola come
una mandorla

(il dolce è troppo
nascosto e troppo
duro il guscio).

Contami tra le mandorle 1

     Zähle mich zu den Mandeln

La lingua vola ovunque, rotola,
gettala via, gettala via,
e cosí la riavrai 2:
sarà un frullare d’orecchio,
un’ala che s’apre a misurare il cielo.

     2 wirf sie weg, wirf sie weg, | dann hast du sie wieder

Quando la bocca
sputa la parola,
c’è un tempo, un
tra «me e te»,
che è una zolla
affettata dalla lama,
verme che poi
ritrova vita.

Questo torcersi di
piedi, come il cammino
in sogno, come
il racconto in
un orecchio
già di vetro.

Con gli occhi-
forbici 3 ti ritaglio
il profilo, ti fermo
con la lama di tempo
che mai fa ruggine.

     3 mit den Augen | -schere

– Quanto divelto torna di nuovo insieme –
il nome, il nome, la mano, la mano 4:

sulla mia mano
poggia la foglia
che a questa luce
non cresce:

mettile un guanto
che il vento la sbuccia,
mettila in tasca
che da qui non rinasca.

     4 was abriß, wächst wieder zusammen | … den Namen, den Namen, die Hand, die Hand

Scolami via,
scagliati fuori 5,
qui è solo specchio
che brucia, sole nero
dove rotolano lettere.

     5 Sink mir weg… wirf dich | aus

La scapola è già l’ascia
tavoletta di leggi non scritte:
affatica l’abbraccio
impiglia l’indicare
torce il crescere.

È tutto diverso, da come tu pensi, da come io penso 6,
eppure sotto la pelle c’è luce
intermittente, s’attiva alla
tua unghia-consonante, al dito
allungato della voce.

     6 Es ist alles anders, als du es dir denkst, als ich es mir denke

Piena è la borsa dell’occhio
di monete di tempo:
la tasca è cosí aperta
in queste ore che
sento il tintinnare.

Le mie, le tue
labbra, sono
le feritoie
dove cadono
monete, chiavi
di porte che
si aprono altrove.

Contaci me
tra quelli a
cui è venuta
meno la
parola, per
troppa luce,

fra quelli
che si contano
le dita
all’incontrario.

Le dita tutt’occhi
per sentirti nuotare,
annegare,
pensieri miei
tinti dal rumore d’api,

la voce tua
sale dall’acqua:
ha buccia di spillo.

Sullo spigolo del
congedo 7 mi sbuccio
il respirare.
Il fiato
rammendato col
filo piú scuro:
d’abbandono.

    7 am Abschieds- | grat

Se l’occhio
minerale t’avvicina,
ti attorcigli,
fossile nella montagna.

«Mi è, presso estranei, difficile il sonno».

qui cadono uova
di sonno, dai
bianchi che non
montano
                  (perché io
insisto le mani
in tasche di pietra?)

Io so da dove,
io dimentico, da dove 8

parliamoci
come tolte
le calze, prima che
la lingua collassi
e ci s’inciampi:
il disegno del
suono è tra le
dita.

     8 weiß ich, woher | vergeß ich, woher

Un fiammifero usato
ti solleva la palpebra,
ti cerca lo specchio di
retina, la rete coi
pesci-memorie.

Si parla buio
che appiccica il
respiro, si parla
vetro che buca
la carta:
ascolta
con la bocca 9,
guardati nel tuo specchio
con l’orecchio.

    9 hör dich ein | mit dem Mund

È la pausa dell’orologio
scarico, il cuore dentato 10
a cui il bavero
resta impigliato,

tu, bottone infilzato.

    10 Herzzähnen

Appoggio la fronte
sul vetro, guardo nella
notte delle tue parole 11,
la voce s’imbianca di
silenzio, le ombre
s’infittiscono tra i denti:
io sono te, quando io io sono 12.

     11 Nacht deiner Worte
     12 ich bin du, wenn ich ich bin

Ho le orecchie
confuse come api
per tutto il tuo
liquido silenzio, i lobi
fazzoletti annodati:
poggio il capo
sul cuscino piú nero 13.

      13 nach schwarzerem Pfühl

Ho sedie nel petto,
vuote, per ospitare
respiri piú pesi di
libri, bolle d’aria
risucchiate d’ombra,
un guscio nero
(dice il vero chi dice ombra) 14.

      14 wahr spricht, wer Schatten spricht

Respiro di mandorla,
guscio-botola alla gola:

respiro d’amaro
che tossisci,
t’ingolfi, ti lacrima
a tratti

l’ombelico.

Mettigli questa parola sulla palpebra 15:

le lettere scivoleranno nella

ruga di luce, daranno acqua

alla pianta del sognare.

     15 Leg ihm dies Wort auf die Lider

Questo tuo sbadigliare
è rumoroso alle orecchie
dei morti.

                   Vogliono
il tondo dell’ossigeno
per rimpastare il respiro,

vogliono parlarti
col rosso di labbro.

Cammino per
sottrazione
ed il respiro inciampa,
gli vengono guance
color del sale.

E la carta crepita
vicino all’osso,
segna di bianco
il dito.

La saliva non usata prima

chiude le fessure tra i
denti, poi mura la

lingua al palato.

C’è uno che ha i miei occhi 16
li strizza come spugna dopo
i piatti, li tira come lenzuoli,
li incastra a fermare le porte

e da qui ogni passaggio
è amaro, come di un vento
che ti soffia dritto in bocca.

     16 Es ist einer, der hat meine Augen

Finché c’è pietra
ci sarà materia
per un’altra di mano,
che trattenga la pagina
in questo vento di
lame annebbiate.

A questa luce
il tuo viso
è tazza dove
converge
il latte di brivido,
dove si leggono
saturno e luna.

Ci sfioriamo
le rotule, bottoni
che aprono la
tasca del piede,
vicini e inafferrabili.

E intanto
l’altro sole
scende e
per metà
è già notte.
dormi?
dormi 17.

     17 schläfst du? | schlaf

È una voce
che scricchiola
la mia, come
tavola troppo
apparecchiata,
come persiana
da lungo tempo
chiusa.

Quando ti parlo
sale la terra
in bocca:
                 muta
ma non silenziosa,
mi attraverso di
suono, faccio
cassa al
fruscio nella
testa.

Mi entri il
sonno e
scivoli come
gruccia nella
manica
              che poi
non si piega il
polmone, poi
la mano piú
non tocca il
foglio.

Ci sarà un occhio ancora,
uno 18, da cui scende
il filo d’acciaio dell’
attesa, lega per
pentole d’infinito
bollire, per orli
che sempre
s’impigliano.

     18 Es wird noch ein Aug sein, | ein fremdes

Cresce il tuo
piede che
non cede

e l’unghia
si tinge color
del rimanere.

La crepa che da te
parte, segna
il passo al
vicino.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

Susana Bombal – Jorge Luis Borges

Susana Bombal

 

Lodata e altera, alta nella sera
va nel casto giardino. È nell’esatta
luce del puro istante irreversibile
che ci dona il giardino e l’immagine
silenziosa. La vedo qui e ora,
ma posso anche vederla nell’antica
Ur dei Caldei, nel grigio di un crepuscolo,
o scendere la lenta scalinata
di un tempio, adesso polvere infinita
del pianeta e che fu superbia e pietra,
o decifrare in altre latitudini
il magico alfabeto delle stelle,
o odorare una rosa in Inghilterra.
Lei è dove c’è musica, nel lieve
azzurro, nell’esametro del greco,
in una spada, nello specchio terso
dell’acqua, è nelle nostre solitudini
che la cercano, nel marmo del tempo,
nella serenità di una terrazza
che affaccia su giardini e su tramonti.

E al di là delle maschere e dei miti,
l’anima, che è sola.

Jorge Luis Borges

Buenos Aires, 3 novembre 1970

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’oro delle tigri”, Adelphi, Milano, 2004

∗∗∗

Susana Bombal 

Alta en la tarde, altiva y alabada,
cruza el casto jardín y está en la exacta
luz del instante irreversible y puro
que nos da este jardín y la alta imagen
silenciosa. La veo aquí y ahora,
pero también la veo en un antiguo
crepúsculo de Ur de los Caldeos
o descendiendo por las lentas gradas
de un templo, que es innumerable polvo
del planeta y que fue piedra y soberbia,
o descifrando el mágico alfabeto
de las estrellas de otras latitudes
o aspirando una rosa en Inglaterra.
Está donde haya música, en el leve
azul, en el hexámetro del griego,
en nuestras soledades que la buscan,
en el espejo de agua de la fuente,
en el mármol del tiempo, en una espada,
en la serenidad de una terraza
que divisa ponientes y jardines.

Y detrás de los mitos y las máscaras,
el alma, que está sola.

Jorge Luis Borges

Buenos Aires, 3 noviembre de 1970

da “El oro de los tigres”, Vista de fragmentos, 1972

«Ti ho sempre soltanto veduta» – Cesare Pavese

Foto di Paul Apal’kin

   

       Ti ho sempre soltanto veduta,
senza parlarti mai,
nei tuoi istanti piú belli.
     Ma ho l’anima ormai tanto tesa,
schiantata dalla tua figura,
che non trovo piú pace
al suo brivido atroce.
     E non posso parlarti,
nemmeno avvicinarmi,
ché cadrebbero tutti i miei sogni.
     Oh se tale è il tremore orribile
che ho nell’anima questa notte,
e non ti conoscerò mai,
che cosa diverrebbe il mio povero cuore
sotto l’urto del sangue,
alla sublimità di te?
     Se ora mi par di morire,
che vertigine folle,
che palpiti moribondi,
che urli di voluttà e di languore
mi darebbe la tua realtà?
     Ma io non posso parlarti,
e nemmeno avvicinarmi:
nei tuoi istanti piú belli
ti ho sempre soltanto veduta,
sempre soltanto sognata.

Cesare Pavese

[27 dicembre 1927]

da “Prima di «Lavorare stanca», 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998