«Un prato in pendio, quanto ci vuole» – Pierluigi Cappello

 

Un prato in pendio, quanto ci vuole
per correre la discesa senza paura
di cadere, ma quasi andando incontro alla caduta
con il batticuore del volo.
Ruzzolare, rotolarsi e dopo rialzarsi
in uno scoppio di luce che è lì da millenni
a portare con sé paglia e steli nel maglione e fra i capelli.
Anche il razzolare delle bestie nell’aia
può essere sufficiente; farsi rincorrere
dal gallo mattutino, intenerirsi dal pulcino
scaldato dalle mani, pulcino tu stesso
farti graffiare dall’abbraccio ruvido
del padre tornato da lontano.
Oppure, con la piccola coppa delle mani,
levare sgocciolante dalla pietra
l’acqua dei torrenti di montagna.
Creature, creato adesso convocati
in un singolo nodo alla gola
che spinge in alto le lacrime, nel cuore del cielo
dove ricominciare la discesa,
ruzzolare, cadere
farsi male.

Pierluigi Cappello

Tolmezzo, luglio 2017

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

2 commenti su “«Un prato in pendio, quanto ci vuole» – Pierluigi Cappello

  1. Valeria Minciullo ha detto:

    L’ho riletta un po’ di volte.
    E sempre impazzisco per quei versi: “pulcino tu stesso farti graffiare dall’abbraccio ruvido del padre…”

    Piace a 1 persona

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