Persefone – Ghiannis Ritsos

Dante Gabriel Rossetti, Ottava versione della Persefone (1882), galleria d’arte di Birmingham

(È tornata, come ogni estate, dal paese straniero e oscuro alla grande casa paterna di campagna, – molto pallida, come stanca per il viaggio, come malata per la grande differenza di clima, di luce, di temperatura. Come se uno strato d’ombra protettrice le coprisse ancora il volto e le mani. Se ne sta sdraiata sul vecchio divano, in una stanza spaziosa e dipinta di fresco, al piano di sopra, con le imposte delle tre finestre e la porta del balcone chiuse. Tuttavia un riflesso rischiara intensamente i muri con striature tremule di luce. Per terra, un mucchio di cesti colmi di fiori di campo, simili a quelli che non aveva fatto in tempo a portare con sé all’epoca del suo primo, repentino viaggio. Evidentemente glieli avevano portati poco prima le amiche in segno di benvenuto. Ora, accanto a lei, resta solo una giovane con una leggera veste azzurra, con un nastro azzurro nei capelli, come fosse la sua amica piú devota e fedele, l’equorea Ciane. Accanto al divano, su una sedia, un piatto con acqua fresca. Ogni tanto l’amica vi bagna un fazzoletto di batista ricamato, lo strizza e lo depone in basso sulla fronte della viaggiatrice, nascondendole le sopracciglia. Di quando in quando qualche goccia le cola di traverso sulla guancia, bagnando il largo cuscino colorato, – quasi piangesse con lacrime non sue. Anche i capelli sono un po’ bagnati. Fuori s’ode appena il mare – calmo, un olio – e talora la voce di un bagnante. Ora il riflesso si fa piú intenso nella stanza. La viaggiatrice parla):

Te l’assicuro, – stavo bene laggiú. Mi ci sono abituata. Qui non resisto;
c’è troppa luce – mi fa ammalare – una luce denudante, inaccessibile;
rivela ogni cosa e la nasconde; ogni tanto cambia – non fai in tempo; cambi;
avverti il tempo che passa – un andirivieni incessante, spossante;
si rompono i bicchieri nel trasloco, restano sulla strada, brillano;
qualcuno salta sulla terraferma, qualcun altro s’imbarca sulle navi; – come allora
venivano, andavano i nostri visitatori, ne arrivavano altri;
restavano per un po’ nei corridoi le loro grandi valigie –
un odore estraneo, paesi stranieri, nomi stranieri, – la casa
non ci apparteneva; – era anch’essa una valigia con la biancheria nuova, sconosciuta –
uno poteva prenderla per il manico di pelle e andarsene.

A quei tempi ne eravamo felici, ovviamente. Allora un gesto
pareva una sorta d’elevazione; – arrivava sempre qualcosa;
e benché anche allora temessimo che se ne sarebbe andata, non conoscevamo ancora
il balzo furtivo della nave dall’altra parte dell’orizzonte,
o della rondine e dell’oca selvatica dall’altra parte della collina.

Sul tavolo rilucevano i bicchieri, i piatti, le forchette
dorati e azzurri per il riflesso del mare. La tovaglia
bianca, ben stirata, era un chiarore piatto; non aveva
nessuna piega che offrisse riparo ad altri significati, ad altre supposizioni. Ora
è insopportabile questa luce, – deforma ogni cosa, la rivela
nella sua deformazione; e la voce del mare
estenuante, con quel suo infinito instabile, i suoi colori fugaci,
i suoi umori alterni. E quegli stupidi barcaioli
coi calzoni sbottonati, fradici, ti fanno andare in bestia;
per non dire dei bagnanti, simili a carbonai, tutti sporchi di sabbia,
che ridono, schiamazzano (quasi fossero contenti) solo per farsi sentire
come se non bastassero a se stessi.

                                                             Laggiú
nessuno si tuffa in acqua; nessuno grida. I tre fiumi,
grigi, sprezzanti, mentre confluiscono attorno al grande scoglio,
fanno un rumore ben diverso – possente, uniforme –
quel rumore immoto del flusso eterno; – ti ci abitui;
quasi non lo senti.

                                Quando il fratello di mia madre venne a casa la prima volta
aveva un che di grigio, come questi fiumi. D’improvviso s’era ammalato.
Lo misero nel grande letto; gli fecero le ventose (credo si fosse raffreddato
per la grande luce e il caldo); – ricordo le sue spalle
brune, larghe, forti, come un prato erboso. Temevo
che gli si incendiassero i peli, tanto era vicina la candela,
la candela bianca nella bugia d’argento. Dopo la posero
sul marmo del lavabo. La stanza sentiva di cotone bruciato.
I suoi abiti, ancora caldi, gettati sulla sedia. Guardavo
la candela spandere grosse gocce sul marmo.

                                                                                     Lo zio
colse il mio sguardo. Provai vergogna. Me ne volevo andare. Non potevo.
S’era messo supino; s’era tirato giú la maglia;
e benché il suo petto fosse scuro e la maglia bianchissima,
avevi nondimeno l’impressione che una tenda nerissima
avesse coperto qualcosa di molto lucente e pericoloso. Cosí, allora,
lo zio, col lenzuolo tirato fin sul mento,
sorrideva bellamente dalla sua febbre. Sotto il lenzuolo
si distinguevano le sue gambe forti fino al pube. Uscii dalla stanza.
Non lo rividi piú finché rimase; gironzolavo nei campi.

                                                                                                    Tre mesi dopo
inviò a mia madre, da un paese straniero, un mucchio di suoi abiti vecchi
per i poveri. Riconobbi subito il suo corpo. Un paio di pantaloni
restò per diversi giorni sull’attaccapanni del corridoio. Li guardavo
per ore e ore, li toccavo con le mani; pensavo di rubarli,
di nasconderli sotto il materasso, di indossarli. Avevo paura. Un giorno,
misi una sedia; vi salii; infilai il viso e li annusai.
Caddi dalla sedia. Mi spaventai. Non mi feci male. Accorsero al rumore.
Non dissi niente. Non sentivo male. Solo un sapore profondo di peccato.

Quei pantaloni li diedero a uno dei nostri domestici.
Gli andavano a pennello. I domestici (l’avrai notato)
hanno un loro modo di fare tutto strano, una loro vita a parte,
chiusa e insidiosa, a dispetto della muta devozione che mostrano,
del loro stesso rispetto; una sorta di ostilità e voracità
negli occhi, sulle labbra e, soprattutto, nelle mani:
robuste, austere, abili, confidenti,
gravi, tozze come orsi,
lente per quanto cosí svelte, quando strigliavano i cavalli,
attaccavano la carrozza o squartavano un bue,
o inchiodavano un tavolo o zappavano il giardino –
Dio mio, come sono stupidi e sciocchi, – né sanno quanto sono belli
nella loro pelle consistente e sudata, mentre sono dediti al lavoro
tra martelli, chiodi, seghe, – un cumulo di attrezzi
dai nomi sconosciuti, – spaventosi nella loro utilità,
spaventosi nella loro aria di mistero, o piuttosto di congiura,
legni e ferri intricati, lame affilate, bagliori –

E tutti hanno un odore grave d’acqua stagnante e pino,
o di latte di fico. Davanti a noi non si sbottonano mai
neanche un bottone della camicia. Non ridono mai. Però lo sai
che tra di loro stanno nudi, scherzano, lottano
i pomeriggi estivi, nelle stanze giú in basso.
                                                                                  Un giorno li vidi
dal buco della serratura. Uno dormiva sul materasso in terra;
gli altri lo denudarono senza far rumore, gli dipinsero il sesso con la fuliggine
tutto a strisce, come un serpente eretto. Lui si svegliò; prese a rincorrerli;
correvano sotto le arcate, intorno alle colonne, ridevano
grandi risate omeriche.
                                           Ebbi paura. Me la diedi a gambe. Dio mio,
tutto a strisce, una di luce, una d’ombra, in un tunnel verticale senza fine,
un che di chiuso, di traditore. Soffocavo. Volevo urlare. Non gridai.
Salii i gradini a due a due; – rombava la tromba delle scale, fresca, ombrosa,
fuori s’udivano la calura d’oro e le voci dei barcaioli
lontane lontane, oscure, come peli d’ascella d’uomo. Soffocavo.
Corsi di sopra, nella stanza grande, aprii la porta del balcone;
entrò un odore di catrame e carrube, un odore di rosso;
il cane di mia madre dormiva all’ombra del grande nespolo
col muso sulle due zampe. Richiusi la porta.

Forse perciò alla fine scegliamo l’ombra. L’oscurità è nera –
nera, liscia, inalterabile, senza sfumature. Ti evita
lo sforzo di distinguere, – a che scopo?
Quel domestico
sembrava fatto d’ombra. Ricordi? – Quando mi afferrò
raccoglievamo fiori nel grande prato. I canestri pieni
di crochi, viole, gigli, rose, amaranti, giacinti; – io m’ero chinata
su un fiore strano – somigliava a un narciso, – un narciso
mai visto, con cento colori, cento steli;
gli scintillavano sopra le gocce di rugiada. E io lí, abbagliata,
china, come ripiegata su me stessa, come sporta su un pozzo,
vedevo la mia figura (quasi autonoma), innamorata
con l’ombra rosa agli angoli delle labbra,
con l’incavo pulsante, eburneo, tra i seni.

Sulla mia schiena sventolava come una bandiera la calura;
mi bruciava i capelli; migliaia di stelle sottilissime lampeggiavano,
una per ogni capello, con colori a cinque raggi. Le vedevo
nell’acqua fresca (o in quel narciso? – non so), innumerevoli,
brillavano intorno al mio viso, come avessi preso fuoco, come se volessi
gettarmi sulla mia liquida immagine per spegnerlo.

                                                                                                E all’improvviso
vidi ergersi dinanzi ai miei occhi i suoi due cavalli neri
come abbagliati dalla luce (li vidi nell’acqua anch’essi). Gridai,
non di paura ma per l’abbagliamento, come se mi avesse inghiottito quel fiore,
come fossi caduta nel pozzo, come avessi disceso d’un balzo tutta la scala
fino alle stanze dei domestici; e avvertii sotto i piedi nudi
lo stupendo scivolio dell’emisfero inferiore. Feci appena in tempo
a veder cadere in quella crepa i vostri canestri con i fiori,
la fontana del giardino, il leone di pietra, la tartaruga di bronzo.

Ricordo quell’austera, interiore densità, e sopra di essa
vi sentivo gridare il mio nome;
e il mio nome era estraneo; estranee le mie amiche;
estranea la luce di sopra con le case bianchissime, quadrate,
coi frutti carnosi, variopinti, simulatori e impertinenti,
con quella bocca fragile e vorace dei cereali. Non ebbi affatto paura.

Avvertii appena il senso della perdita agli angoli delle labbra
che d’improvviso si seccarono; non articolavano suono, non ne avevano alcuna voglia,
nient’altro che la lontana, oscura libertà, affrontata
corpo a corpo – io e lei – l’una dentro l’altra – un corpo incredibile.

Sentii allora il suo braccio circondarmi la vita,
ruvido, peloso, muscoloso, domare la mia resistenza; – ma quale resistenza? –
io non ero piú io; – nessun timore, dunque, d’essere umiliata; ogni cosa
s’era immobilizzata nell’infinita trasparenza
d’una compiutezza impossibile.
                                                          “Hai paura?”, mi domandò
(come sono deboli i molto forti; – temono sempre
che non li temiamo abbastanza, – belli, privi di sospetto
nella loro puerile arroganza). “Sí, – risposi, – ho paura”,
e lui mi strinse a sé piú forte, tanto che sentii i peli del suo braccio
penetrare nei miei pori come fossi legata al suo corpo
da migliaia di sottilissime radici – per niente vincolata, giacché ero in stato d’abbandono.

Laggiú le case sono sotterranee, i fiumi sotterranei, il cielo sotterraneo;
qualche raro pioppo cinereo nel campo sotterraneo,
i cipressi neri, i salici sterili, la menta selvatica
e alcuni melograni.
                                     Mi sbucciava le melagrane con le sue mani.
Le sue dita diventavano ancora piú nere. I chicchi rilucevano fiocamente
come fialettine di vetro colme di sangue. Mi dava da mangiare sulla sua mano
tra le grosse giare e i sedili di pietra, perché non mi scordassi
di tornare ancora da lui. – Come non tornare? Questo mare
ti getta la sua luce, polvere di vetro, negli occhi, in bocca,
nella camicia, nei sandali.
                                                 “Tienimi, – gli dicevo; – lascia
ch’io sia solo l’uno – o anche la metà; – l’intera metà (quale che sia),
non i due, non le parti separate e incongiungibili, giacché non mi rimane altro
ch’essere l’incisione – cioè non essere –
una pugnalata verticale e il dolore radicato –”;
e il pugnale, neppure quello tuo. “Non resisto, – gli dicevo; tienimi”.

Lui è la grande certezza oscura – l’unica. L’espressione sempre tetra,
gli occhi nascosti dalle sopracciglia folte,
cosí eretto, e tuttavia quasi curvo,
chiuso in se stesso, nei suoi peli, come invisibile,
mentre morde una foglia o fuma la sua pipa di coccio
e la piccola fiamma gli illumina dal basso le narici
come se lontano lampeggiasse, in un paesaggio deserto, carnale,
in un paesaggio assorbente; – mi assorbiva.
                                                                                  Sul muro cieco del sotterraneo
erano appesi due anelli di bronzo. Brillavano
di una luce segreta, verdenera; – forse vi faceva ginnastica qualcuno
o vi s’impiccò un bel giovane. Mi piaceva guardarli –
due fori aperti sul nulla – li riempivo con quello che volevo.

                                                                                                             Ricordo
quella statua che contemplavamo al Ginnasio un pomeriggio,
una statua d’oro, d’argento, di piombo, di bronzo, di stagno
dipinta d’un colore oscuro (ora capisco quanto gli somigliasse) –
credo che fosse di Serapide – opera di Briasside l’ateniese –
oh, qualcosa doveva sapere anche lui. Ci piaceva molto, con la fronte cinta d’alloro,
bello, con la stupenda stanchezza sparsa in tutto il corpo
come un campione di pentathlon che fa la sua comparsa dopo i giochi,
nudo, poco prima di entrare nel bagno, tra la ristretta cerchia degli amici
(i vincitori hanno sempre pochi amici o nessuno).
                                                                                            Se ne stava
un po’ imbarazzato nella sua vittoria, non sapendo come rispondere,
condiscendente e inaccessibile. Allora una nube (rosa, credo)
oscurava tutto l’anfiteatro. L’unghia del suo pollice, lunga,
a poco a poco s’allargava (questo lo notai in modo particolare; non te lo dissi)
come una spiaggia disabitata, che esalava
l’infinita malinconia degli eroi. E lí, su una gradinata,
restava una bottiglia vuota di limonata, riflettendo
con falsa familiarità qualcosa di austero e di compiuto.
Strano, adesso, ch’io parli e ascolti la mia voce. Un tempo
avevo paura di tradirmi. Solo dentro di me dicevo, ripetevo
lentamente, gravemente il suo nome. Lo chiamavo muta, di notte,
“Tenebroso, Tenebroso”, voltata verso il muro.
                                                                                      Com’è accaduto
che si è confuso tutto, laggiú, nel cielo basso, traforato a volte
dal canto di un uccello? – il domestico, la statua, lo zio –
tutto senza suono, tutto carne e ombra.
                                                                         Qui ti persegue
un odore di resina calda e d’orzo bruciato. Le isole, sparse
nel fulgore del mare, esigono sempre qualcosa da te,
ti prendono o ti vietano qualcosa. Qui i meriggi,
rappresi nella luce, somigliano a una stazione termale morta. Una malata di mente
vi corre nuda, gridando tra case calcinate chiuse,
nell’aria gialla; e il mare splende pietrificato
con alberature e bandiere immobili. E quella donna corre
folle; – a tratti s’ode il suo grido mobile sul colle
o il suo ansimare qui, sotto le persiane.
                                                                         Laggiú
nulla turba il silenzio. Solo un cane (e anche lui non abbaia),
un brutto cane, il suo, sinistro, coi denti storti,
con due grandi occhi vaghi, fedeli e estranei,
oscuri come pozzi, – nei quali non distingui
il tuo viso, le tue mani o il suo viso.
                                                                 E tuttavia
distingui l’oscurità intera, compatta e trasparente,
completa, consolante, priva di peccato. Finge di non vederti
ma annusa tutto.
                                Nell’istante in cui sogno,
sento d’improvviso il suo respiro alitarmi sotto il mento
o passarmi sulle tempie come se controllasse i miei pensieri,
i miei brividi, il desiderio (e anch’io li vedo). Tutti i miei gesti,
perfino i piú calmi e semplici, quando mi pettino, quando mi lavo,
sento che si ripercuotono nel lago del suo respiro,
descrivono interminabili cerchi fino a quel grande fondo
impenetrabile come l’inesistenza. Ogni parola taciuta,
ogni gesto differito, resta nel suo spazio,
in suo potere, – lui li aspira.
                                                     A volte,
quando passeggio in giardino smemorata, sotto i pioppi,
o lavo una camicia nella bacinella di pietra,
o mi poso la mano sul seno,
o tengo un fiore, con una tenerezza tutta mia,

mi sento improvvisamente nuda, inchiodata al muro,
o al tronco di un albero, o nello specchio di metallo del corridoio,
soprattutto lí, nello specchio, doppiamente inchiodata,
doppiamente visibile, senza un nascondiglio, senza una foglia,
in una densa trasparenza, illuminata dentro e fuori
dai due riflettori del suo respiro che erompono
dalle sue narici strette, sornione,
le sue divinatorie, sensuali, ieratiche narici.
                                                                                 “Caccialo, caccialo”,
gli gridavo a volte, seduta lí, adirata,
con un vago senso di colpa e d’innocenza, non avendo
piú nulla da nascondere – libera nella mia impotenza. Solo i miei capelli
sventolavano qua e là, dentro e fuori
le sue narici, come radici in continuo movimento, rifulgevano
attorno a me come ali o come onde. Li vedevo. Essi mi davano
un’altra fierezza – la mia – un’indipendenza
nei confronti del cane e del suo padrone.
                                                                           Del resto,
da chi e per chi mi custodisce? Per il suo padrone, forse? Per me stessa? Una sera in giardino
fece un balzo e mi abbracciò con le zampe anteriori la vita. Sulla coscia destra
mi rimase qualcosa di umido, di tiepido. Allora ebbi paura. E invero
dinanzi a me si ergeva il grande serpente, con la lingua fuori. Forse
mi custodiva da quello? Da chi e per chi mi custodisce?

Ho ancora il segno sulla coscia, liscio, lattiginoso,
come la pelle nuova di una ferita cicatrizzata. Un’eiaculazione, forse,
o non invece una lacrima? Piangono anche i cani; – lo so; – tanto che a volte
mi è perfino simpatico, – quando specchia nel fiume la sua bruttezza
le sere con la luna; quando consente docilmente che gli infili tra i peli ruvidi
asfodeli, margherite, fiori di menta; – cosí ridicolo
nella sua grossolana sottomissione, – assume tratti
di debolezza umana.
                                      Ma forse che anche lui un giorno
non fu vinto da un uomo? Lo trascinarono fuori in piena luce, lo schernirono;
una moltitudine di bambini e di vecchi malvagi osservarono nel meriggio,
in mezzo alla strada, il suo grugno oscuro, le sue zanne storte,
il suo pelo nero impolverato, dove c’era ancora
una mia margherita.
                                       Non voglio che lo scacci.
È una compagnia anche lui; – sta continuamente in agguato,
costringendomi a sorvegliare me stessa, a trovarmi.

Quaggiú, un’infinità di voci e di riflessi, da direzioni opposte, ti chiamano, ti spartiscono,
come quando entravamo nello Stadio – ricordi? – torridi meriggi,
il marmo caldo – ci scottava i piedi; le gradinate esalavano vapori; non sapevamo
quale isolare di quei corpi nudi; – una tensione senza fine;
i nostri occhi si moltiplicavano, ci accerchiavano il viso
tentando di avere una visione circolare di quei corpi. I giavellotti si libravano;
un piede si slanciava in aria; il disco scintillava;
migliaia di piedi splendevano volando; un petto sudato
toccava ansimante il nastro; – non sapevi da che parte guardare.

Non bastiamo mai ai nostri desideri. E il desiderio non ci basta. Rimane
la stanchezza, la rinuncia, – un’abulia quasi felice,
il sudore, il distacco, il caldo. Finché infine arriva la notte
a spegnere ogni cosa, a confondere tutto in un corpo solido e immateriale, tuo,
a portare un alito di vento dalla pineta o giú dal mare,
a sprofondare le luci, a sprofondarci.
                                                                     Fuori delle finestre
senti passare il violinista ambulante, il lampionaio zoppo,
e quei viandanti taciturni e lenti che tengono in mano
cofanetti di quercia legati con nastri rossi, e gli altri,
prosternati a terra, che battono il suolo con le mani.

Senti anche i cavalli nella stalla, e l’acqua che cade
mentre i pellegrini sollevano due vasi di coccio,
uno verso oriente, l’altro verso occidente, versando idromele
o sciroppo d’orzo mescolato con mentuccia
sopra la fossa con gli allori, mormorando
parole ambigue, suppliche ed esorcismi. E la voce di mia madre
che dice qualcosa sulla “spiga d’oro, mietuta nel silenzio”. Ma neppure la notte
dà riposo; – un corridoio senza fine, impenetrabile,
con statue enormi, con tende dipinte, maschere, specchi,
illusioni ottiche, oggetti di metallo, cristalli, porte, pietre,
ora nel buio, ora nella luce, – quella stessa scala,
un gradino d’oro e uno nero.
                                                    “Rompila”, gli dicevo.
E le tre donne sempre lí, voltate di spalle,
coi visi coperti, chine sul pozzo secco,
gridando parole incomprensibili; e gli echi che moltiplicano
le loro voci inspiegabili dal pozzo. Non ne posso piú qui.

Questa luce di resurrezione è la morte. Chiudi le tende.
Estate lunga, inesorabile, ostile. Il sole
ti afferra dai capelli, ti sospende sul precipizio. Chi dispone di me?
Lui? Il suo cane? Mia madre? Ciascuno
per un suo intento che mi riguarda e che io ignoro.

Giorni interminabili. Tarda a far notte. E la notte è come il giorno – non ti nasconde.
Il mare scintilla anche a mezzanotte, rosa o verde-oro.
Il sale scricchia rapprendendosi sugli scogli. Un barcaiolo
piscia in mare dalla sua barca. Si sente il rumore
tra gemiti muti; – sono gli ormeggi
fissati con ganci di metallo – un tiro alla fune
tra acqua e terra, – la stessa scala. Sopra la spiaggia
la strada prosegue tra due file di oleandri impolverati. Una pianta spinosa
vacilla in fondo al campo come un capitello pericolante.
Il ronzio di una zanzara si sposta nella stanza
inviando segnali fuorvianti, descrivendo losanghe fugaci,
spossando la tua attenzione con angoli acuti e ottusi. Il vento
ha un forte odore di resina e di sperma. Non riesci a respirare.

S’odono passi dopo mezzanotte, – forse sono i domestici;
gettano le ferraglie in fondo al giardino. A poco a poco
le soffocano le ortiche, – un piatto d’alluminio, un cucchiaio,
una statuetta rotta, un tavolo di zinco. Con l’arrivo dell’autunno
si scoprono di nuovo, – la ruota, un remo, il timone,
l’assale di quella vecchissima carrozza – oggetti del ricordo,
cose nostre, inservibili, tormentate, arrugginite
e nondimeno quasi sferiche, come le giare in cantina o come le stelle.

Allora si fa una grande quiete morbida, gentile, umida,
fin oltre il giardino, fino al limite del ricordo, come fosse arrivato l’autunno all’improvviso.
Da qualche parte, in fondo, s’odono colpi freschi, in falegnamerie lontane
come se inchiodassero lunghe assi piallate. La biancheria
stesa sulla corda in cortile tarda a asciugare.

È l’ora in cui le lepri scendono sulla strada. I loro occhi lampeggiano
ai fari delle ultime vetture. Una grande calma,
piatta, distesa, – non la puoi avvolgere;
un suo angolo si bagna nel fiume,
il secondo s’innalza verso sud, lontano, sul mare,
il terzo si perde sull’isola di fronte, nel bosco,
il quarto sulla luna con l’erba gialla.

È bello d’autunno. Respiro. Il sole perde
il suo dispotismo, la sua terribile alterigia. Tutto s’ammansisce;
tutto torna se stesso, tanto che dico:
che non sia la morte il nostro piú autentico “me stesso”? La stella della sera
sorge molto piú in alto, cristallina, diafana; scintilla
beneaugurante sopra il bosco nero, come una goccia
minuscola d’acqua limpidissima, sfavillando
molto vicina, come incollata al vetro della finestra, e al tempo stesso
infinitamente lontana, – un bagliore bianco, una lacrima
distillata, tutta limpidezza, indipendenza e gioiosa inutilità –
una silenziosa, profonda certezza della fine e del sempre.

È quella l’ora di tornare a lui, quasi redenta,
o piuttosto per redimermi alla sua ombra. Tira le tende. Guarda:
un’ape s’è posata immobile sul mio anello,
ronza di già – la senti? – una pietra preziosa sonora.

Chiudi le tende, dunque. Non resisto quassú.
Questa luce mi trafigge con migliaia di aghi,
m’acceca. Non la sopporto. Tirale, ti dico, quelle tende.

(La sua amica si alzò per tirare le tende. Ma lei si levò di scatto dal divano. Il fazzoletto bagnato cadde sul pavimento. Con due passi raggiunse la finestra. Afferrò il cordone. Si fermò lí, con la mano levata. Poi, di botto, spalancò le persiane. Restò cosí, nella luce abbagliante, come una statua che a poco a poco si rianima. Muove la mano. Fa cenno di fuori. Passa una barca carica di giovani bagnanti. Gridano. Salutano. Sulla litoranea, che esala vapori per il caldo, passa un grosso cane nero (che sia quello?) tenendo tra le fauci un cesto colmo di frutti variopinti. Guarda vagamente, come fosse cieco, verso la finestra. Un bel bagnante abbronzato, nel passargli accanto, gli dà un calcio nel ventre col piede nudo. La ragazza alla finestra scoppiò a ridere. Il cane proseguí per la sua strada. La giovane rientrò. Suonò il campanello. Un domestico, coi pantaloni a righe grigie e nere, molto attillati (forse quelli di suo zio), comparve sulla porta. “Si apparecchi la tavola”, gli disse. Quello se ne andò. Le due amiche aprirono la porta del balcone e le altre due finestre. La stanza s’inondò di luce. Profumano i fiori nei cesti. S’odono piú forti le grida dal mare, confuse con il rumore dei piatti e delle posate giú nella sala da pranzo. Il fazzoletto fradicio resta sul pavimento come un uccellino bianco, furbo, domestico quasi e sottomesso. A poco a poco s’asciuga svaporando.)

Ghiannis Ritsos

Atene, Eleusi, Diminiò, Samo, dicembre 1965-dicembre 1970

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione” (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone)Crocetti Editore, 1993

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