Una donna parla della sua vita – Anna Swirszczynska

Foto di Katia Chausheva

 

Un vento mi spinge per le strade,
vento, divinità del mutamento
dalle guance gonfie che soffiano.
Amo quel vento,
mi rallegro
ai mutamenti.

Vado per il mondo
in due o sola
e grati mi sono al tempo stesso
il desiderio e la sua morte
che si chiama appagamento.

C’è qualcosa di troppo in me.
Trabocco dalle mie sponde
come un lievito. Il lievito ha
un suo genere specifico di felicità.

Vado, sempre vado,
a volte si unisce a me un uomo.
Andiamo insieme,
lui dice che è fino alla morte,
poi si perde in un crepuscolo
come cosa senza importanza.

Vado sola,
poi nuovamente a una svolta
appare un nuovo compagno.

Vado, continuamente vado,
un vento mi spinge per le strade.
Sulle mie strade
soffia sempre il vento.

Anna Swirszczynska

(Traduzione di Giorgio Origlia)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXXI, Gennaio 2019, N. 344, Crocetti Editore

«Se dalle tue lunghe agonie e dai miei brevi respiri» – Amelia Rosselli

Foto di Natalia Drepina

 

Se dalle tue lunghe agonie e dai miei brevi respiri
sorgesse un fiore; allora io correrei a ringraziarti
rimboccherei la strada della bellezza. Ma tu non
respiri e mollemente non tiri il tuo arco della sapienza;
tu non respiri e non vuoi ritrovare l’arca di Noè: io
qua respiro e tu tremi e tu cadi forse, e io sicuramente
brillo e cado ai tuoi piedi fatti di cristallo.

Ma tu non vuoi morire, e io stendo ancora la mia mano amichevole.

Amelia Rosselli

da “Variazioni Belliche”, 1960-1961, in “Amelia Rosselli, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2002

Non c’è paradiso – André Frénaud

Dylan Thomas

 A Dylan Thomas

Io non riesco a udirla la musica dell’essere.
Non ebbi in sorte, io, il potere d’immaginarla.
S’alimenta il mio amore a un non amore.
Avanzo sol se m’attizza il suo rifiuto.
Con sé mi porta sulle sue ampie braccia di nulla.
Il suo silenzio mi separa dalla mia vita.

Essere che serenamente arde e ch’io assedio.
Quando sto per attingerlo finalmente negli occhi
già la sua fiamma i miei ha scavato, e io son cenere.
Che importa, poi, il bisbiglío del poema.
È il nulla, quello, mica il paradiso.

André Frénaud

(Traduzione di Giorgio Caproni)

da “Giorgio Caproni, Quaderno di traduzioni”, Einaudi, Torino, 1998

Avevo appena appreso da persona amica di Dylan Thomas che questi, preso nel gioco delle sue immagini e dei suoi sogni, nel corso d’una conversazione aveva esclamato: «È la musica del Paradiso, che vorrei far sentire». (André Frénaud)

∗∗∗

Il n’y a pas de paradis

A Dylan Thomas

Je ne peux entendre la musique de l’être.
Je n’ai reçu le pouvoir de l’imaginer.
Mon amour s’alimente à un non-amour.
Je n’avance qu’attisé par son refus.
Il m’emporte dans ses grands bras de rien.
Son silence me sépare de ma vie.

Être sereinement brûlant que j’assiège.
Quand enfin je vais l’atteindre dans les yeux,
sa flamme a déjà creusé les miens, m’a fait cendres.
Qu’importe après, le murmure du poème.
C’est néant cela, non le paradis.

André Frénaud

da “Il n’y a pas de paradis : Poèmes (1943-1960)”, Gallimard, 1964

Je venais d’apprendre par une personne amie de Dylan Thomas qu’au cours d’une conversation celui-ci, imaginant et rêvant, s’était écrié: «Je voudrais faire entendre la musique du Paradis». (André Frénaud)

La risposta del poeta ad Harun al Rashid – Roberto Mussapi

Foto di Patty Maher

 

Una notte in cui l’azzurro era più intenso
tra lo stormire delle fronde Harun decise
e guardando lontano, oltre le dune, gli chiese direttamente,
«Perché piangi, Omar? quando siamo in viaggio,
perché intoni le tue rime a un lamento di passero
quando guardi l’alone della luna e brillano le torce,
ed è ancora lontana la data del ritorno,
a Bassora, dove lei ti attende?
Io posso piangere, perché lei lontana mi è assente
e la sua immagine sfuma nel calore del deserto
scivolando dalle mie dita come sabbia,
e con l’immagine si dilegua la sua anima,
viva solo nel desiderio e nella distanza,
ma tu che fai vivere la tua donna nel canto,
che in questo istante la evochi nella voce e nel volto
oltre la finestra da cui guarda e ti aspetta,
oltre il succedersi delle notti nel deserto,
in una luce chiara e costante?
Tu puoi rendere presente adesso il suo respiro e il suo volto,
molto più del mago col genio della lampada,
perché tu evochi una persona vivente,
e non annulli la realtà ma la distanza,
e amore, non meraviglia genera il tuo miracolo».
«Come sbagli, mio signore,
a non sospettare che sia lo stesso
per te e per me, la separazione, intendo.
La separazione e basta, perché per il resto io sto peggio:
lei assente da te, muta, non ti frequenta,
ma solo attende il tempo del tuo ritorno.
Non è così per me, perché io ho in me la sua forma,
e la parola e le forze suscitanti,
e la tecnica di quello che tu chiami il mio miracolo,
ma anche il segreto di tutto questo,
incluso nella sua voce, materia prima,
la luce, la fonte,
così la mia arte è uno spasimo senza oggetto
una preghiera disertata dalla grazia,
forze in tensione che attendono un cenno.
A te, lontano da lei, manca una donna,
a me, se lei non c’è, manca me stesso.»

Roberto Mussapi

da “La polvere e il fuoco”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997 

Il 16 maggio 1973 – Wisława Szymborska

 

Una delle tante date
che non mi dicono più nulla.

Dove sono andata quel giorno,
che cosa ho fatto – non lo so.

Se lì vicino fosse stato commesso un delitto
– non avrei un alibi.

Il sole sfolgorò e si spense
senza che ci facessi caso.
La terra ruotò
e non ne presi nota.

Mi sarebbe più lieve pensare
di essere morta per poco,
piuttosto che ammettere di non ricordare nulla
benché sia vissuta senza interruzioni.

Non ero un fantasma, dopotutto,
respiravo, mangiavo,
si sentiva
il rumore dei miei passi,
e le impronte delle mie dita
dovevano restare sulle maniglie.

Lo specchio rifletteva la mia immagine.
Indossavo qualcosa d’un qualche colore.
Certamente più d’uno mi vide.

Forse quel giorno
trovai una cosa andata perduta.
Forse ne persi una trovata poi.

Ero colma di emozioni e impressioni.
Adesso tutto questo è come
dei puntini fra parentesi.

Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata –
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.

Scuoto la mia memoria –
forse tra i suoi rami qualcosa
addormentato da anni
si leverà con un frullo.

No.
Evidentemente chiedo troppo,
addirittura un intero secondo.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009 

∗∗∗

Dnia 16 maja 1973 roku

Jedna z tych wielu dat,
które nie mówią mi już nic.

Dokąd w tym dniu chodziłam,
co robiłam – nie wiem.

Gdyby w pobliżu popełniono zbrodnię
– nie miałabym alibi.

Słońce błysło i zgasło
poza moją uwagą.
Ziemia się obróciła
bez wzmianki w notesie.

Lżej by mi było myśleć,
że umarłam na krótko,
niż że nic nie pamiętam,
choć żyłam bez przerwy.

Nie byłam przecież duchem,
oddychałam, jadłam,
stawiałam kroki,
które było słychać,
a ślady moich palców
musiały zostać na klamkach.

Odbijałam się w lustrze.
Miałam na sobie coś w jakimś kolorze.
Na pewno kilku ludzi mnie widziało.

Może w tym dniu
znalazłam rzecz zgubioną wcześniej.
Może zgubiłam znalezioną później.

Wypełniały mnie uczucia i wrażenia.
Teraz to wszystko
jak kropki w nawiasie.

Gdzie się zaszyłam,
gdzie się pochowałam –
to nawet niezła sztuczka
tak samej sobie zejść ż oczu.

Potrząsam pamięcią –
może coś w jej gałęziach
uśpione od lat
poderwie się z furkotem.

Nie.
Najwyraźniej za dużo wymagam, 
bo aż jednej sekundy.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a5, Poznań 1993