«Preferisco venire dal silenzio» – Valerio Magrelli

Foto di Gerard Laurenceau

 

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

Valerio Magrelli

da “Rima palpebralis”, in “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980

«Nella casa di fronte a me e ai miei sogni» – Fernando Pessoa

Florence Henri, Untitled, 1928–30

 

Nella casa di fronte a me e ai miei sogni,
che felicità c’è sempre!

Vi abitano persone sconosciute che ho già visto ma non ho visto.

Sono felici, perché loro non sono io.

I bambini, che giocano sugli alti terrazzini,
vivono tra vasi di fiori,
eternamente, senza dubbio.

Le voci che salgono dall’intimità domestica
cantano sempre, senza dubbio.
Sì, devono cantare.

Quando è festa qua fuori, è festa là dentro.
E così deve essere laddove tutto si adatta –
l’uomo alla Natura, perché la città è Natura.

Che grande felicità non essere io!

Ma non penseranno così anche gli altri?
Quali altri? Non ci sono altri.
Quanto pensano gli altri è una casa con la finestra chiusa,
o se si apre,
è perché i bambini possano giocare sul terrazzo inferriato,
tra i vasi di fiori che non ho mai visto quali fossero.

Gli altri non sentono mai.
Chi sente siamo noi,
sì, tutti noi,
perfino io, che ora non sento più nulla.

Nulla? Non so…
Un nulla che fa male…

Fernando Pessoa

16 giugno 1934

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Álvaro de Campos”, Adelphi Edizioni, 1993

***

«Na casa defronte de mim e dos meus sonhos»

Na casa defronte de mim e dos meus sonhos,
Que felicidade há sempre!

Moram ali pessoas que desconheço, que já vi mas não vi.
São felizes, porque não são eu.

As crianças, que brincam às sacadas altas,
Vivem entre vasos de flores,
Sem dúvida, eternamente.

As vozes, que sobem do interior do doméstico,
Cantam sempre, sem dúvida.
Sim, devem cantar.

Quando há festa cá fora, há festa lá dentro.
Assim tem que ser onde tudo se ajusta —
O homem à Natureza, porque a cidade é Natureza.

Que grande felicidade não ser eu!

Mas os outros não sentirão assim também?
Quais outros? Não há outros.
O que os outros sentem é uma casa com a janela fechada,
Ou, quando se abre,
É para as crianças brincarem na varanda de grades,
Entre os vasos de flores que nunca vi quais eram.

Os outros nunca sentem.
Quem sente somos nós,
Sim, todos nós,
Até eu, que neste momento já não estou sentindo nada.

Nada? Não sei…
Um nada que dói…

Fernando Pessoa

da “Álvaro de Campos, Poesia”, Assírio & Alvim, Lisboa, 2002

«Quanta mitezza inconsapevole» – Maurizio Cucchi

Lillian Bassman, New York, 1950

 

Quanta mitezza inconsapevole
nutriamo sempre in noi.
La rassegnazione e la semplicità
la mancanza di ansia.

Solo bruciando bruciando
tutto il superfluo sarà possibile
un passo a ritroso.

Non pettinarti senza che un ricciolo
ti scappi via. Ne avrei paura.

Maurizio Cucchi

da “Paradossalmente e con affanno”, Einaudi, Torino, 2017

«Si scrive perché la morte, si scrive come sera» – Franco Loi

Foto di Robert Doisneau

 

Si scrive perché la morte, si scrive come sera
quando l’uomo cerca niente nel cielo piovuto,
si scrive perché siamo ragazzi o chi dispera,
o che il miracolo venga, forse venuto,
si scrive perché la vita sia piú vera,
qualcosa che c’era, c’è, forse non c’è piú.

Franco Loi

da “L’Aria”, Einaudi, Torino, 1981

***
Se scriv perchè la mort, se scriv ‘me sera
quan’ l’òm el cerca nient nel ciel piuü,
se scriv perchè sèm fjö o chi despera,
o che ‘l miracul vegn, forsi vegnü,
se scriv perchè la vita la sia vera,
quajcòss che gh’era, gh’è, forsi ch’è pü.

«Quando l’occhio si oscura» – Elisa Biagini

Ralph Gibson, Christine, 1981

 

Quando l’occhio si oscura
non cercare il calore della
mano che la palpebra abbassa,
scappa la melodia della parola,
la voce che ti sorride coi denti rifatti.

Se la lingua è mondo, è
specchio, trovatici con la pupilla
spalancata, pescaci da quel nero
quell’inchiostro che dica la parola
verticale. Alla sua ombra crescono
domande, si fa spazio
al respiro del pensare.

Non parola orizzontale che sommerge,
ma il bianco dei margini, la pausa che
copre l’assenza tra te e me.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014