La poesia è una passione? – Vittorio Sereni

 

L’abbraccio che respinge e non unisce –
il mento fermo piantato sulla spalla
di lei, lo sguardo fisso e torvo:
storia d’altri e, già vecchia, di loro.
Moriva d’apprensione e gelosia
al punto di volersi morto, di volerlo
veramente, lí tra le braccia di lei.
Rabbiosamente non voleva sciogliersi.
Chi cederà per primo? La domenica
d’agosto era, fuori, al suo colmo
e tutta Italia sulle piazze
nei viali e nei bar ferma ai televisori…
Un gesto appena, – si disse – cerca d’essere uomo
e sarai fuori dalla stregata cerchia.
E, la convulsa stretta perdurando
(che lei d’istinto addoppiava),
alla cieca una mano errò sull’apparecchio, agí
sulla manopola: nella stanza
fu di colpo la gara, si frappose tra loro.

Il campione che dicono finito,
che pareva intoccabile dallo scherno del tempo
e per minimi segni da una stagione all’altra
di sé fa dire che più non ce la fa e invece
nella corsa che per lui è alla morte
ancora ce la fa, è quello il suo campione.
Lo si aspettava all’ultimo chilometro:
«se vedremo spuntare
laggiú una certa maglia…» e qualcosa l’annuncia,
un movimento di gente giú alla curva,
uno stormire di voci che si approssima
un clamore un boato, è incredibile è lui
è solo s’è rialzato ha staccato le mani
ce l’ha fatta… e dunque anch’io
posso ancora riprendermi, stravincere.
S’erano intanto gli occhi raddolciti
e di poco allentandosi la stretta
s’inteneriva, acquistava altro senso, ritornava
altrimenti violenta.
Per una voce irrotta nella stanza…

L’istinto che non la tradisce
scocca esatto sempre al momento giusto
tra i suoi pensieri semplici.
Sa capire il suo uomo: lo sa bene che piú
suppone lui di stravincere a sé meglio l’avvince
e fin che vorrà se lo tiene.
«Caro – gli dice all’orecchio – amore mio…»
E la domenica chiara è ancora in cielo,
folto di verde il viale e di uccelli
non ancora spettrali case e grattacieli,
solo un po’ piú nitidi a quest’ora
di avanzato meriggio dell’ultima domenica
di questa nostra estate. E se a lui pare
che un brivido percettibile appena
s’inoltri nel soffio ancora tiepido che approda
alla terrazza: anche agosto
– lei dice d’un tratto ricordandosi –
anche agosto andato è per sempre

Sí li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti. Ma era
il solo libro uscito dal bagaglio
d’uno di noi. Vollero che li leggessi.
Per tre per quattro
pomeriggi di seguito scendendo
dal verde bottiglia della Drina a Larissa accecante
la tradotta balcanica. Quei versi
li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo di parlare tra noi –
sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati
credendo nella guerra o non credendoci –
in quell’estate di ferro.
Forse nessuno l’ha colto cosí bene
questo momento dell’anno. Ma
– e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano
e le prime serpeggianti luci cittadine –
sono andati anche loro di là dai fiumi sereni,
è altra roba altro agosto,
non tocca quegli alberi o quei tetti,
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

«Terra rossa terra nera» – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

Cesare Pavese

[27 ottobre 1945]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Preghiera alla poesia – Antonia Pozzi

Foto di Emil Schildt

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il piú dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Antonia Pozzi

Pasturo, 23 agosto 1934

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Trovare la vena – Milo De Angelis

Foto di Jeanloup Sieff

 

Cresce l’ansia nei bicchieri
dal tuo turbine segreto alla luce
verde del reparto, ai corridoi,
al vetro sbarrato, all’addio
con le ciglia asciutte, questa morte
che non ha più tempo.

*

È follia di tutti, l’estate, traffico
di cantieri nella città lasciata. Ognuno
è lo stadio terminale, ognuno è l’estate, questa
estate vissuta in una sillaba, in un tremito
della sostanza, in una scala mobile,
in un filo di mani. Ognuno chiede dov’è
la vena, presto, la vena.

*

Nessuna gloria in excelsis, ma un groviglio
nervoso, un raschiare di suoni e occhi
fissi all’ingiù, quel niente
che tiene freddo il pensiero, quel tremito
di lampadine e aghi, qualcosa
che s’incarcera dove grida. Il viso
toccava già la sua terra, vedeva lo scorrere
pallido dei fenomeni
                                       oh dormi, dissi, dormi
eppure io ero con te
e tu non eri con me.

*

Poi ci fu l’esplorazione atterrita del tuo
seno, il rifiuto delle cose consegnate
al tempo, la richiesta di antiche
concordanze: ogni istante della mano
sulla pelle, ogni respiro, era quell’assoluto
fragile, quello scandalo
che una frazione imprime al tutto
e la tavolozza delle cellule si spargeva
sui vestiti, sulle lenzuola, sulle lampadine
e sul quaderno, sulle dita
di chi ha già varcato la sua immagine.

*

Sei un lontano passo di danza
mentre saluti tra i corridoi,
un ventaglio di grazia che il male
non ha ucciso, diagonale
tra i quattro cantoni, silenzio
di fate e di foglie, finché il giallo
si fa scuro, si fa minaccia nel cielo,
il sorriso fragile e la gola
resta lì, sospesa e selvaggia.

*

Un suono di ninna nanna chiama la morte
per sentirla più viva, chiama il seno
che si spezzò in un agosto, l’intero creato
di una poesia. In ogni stanza un appello.
L’ora non è paga di se stessa, domanda l’età vera,
un altro sangue che morbido si accese, una parola
una parola che fu intera assedia la testa,
fruga tra le macerie, fissa incredula
quella luce sovrumana.

*

Potenza del minuto contato, culmine
della sete nelle visite serali:
ogni parola era battuta dal vento, ogni
gesto sulle rive di un oceano, tutto
era immenso e smarrito tra i corridoi, tutto
cedeva di schianto, centimetro
in cui non si entra, preciso mistero
della febbre alta.

*

I battiti carnali si stringono a una doccia,
chiedono una tregua, una posizione
per il sangue, a strappi, a morsi, gli aghi
entrano in te che cerchi
di stare con le cose.
                                    Ci dev’essere un’alba
terrena, dicevi, un seme intatto,
una fiammella, un preludio che esce
dagli ospedali, suonato da una piccola mano,
una corona di spighe regalata al guaritore.

*

Come un fiore che non ha prodigio, come un passo
che si arresta nel suo globulo,
ossa che il male restringe, nodi
che strozzano l’anima, finché una creazione
comincia e le finestre di Roserio
cantano l’assoluto stretto a un momento
solo, a un’alba di tram e di ciminiere.
Non andartene, abisso, dal mio fianco.

*

Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra
nel buio dell’ora smarrita parlavi
senza domani e senza libri, parlavi
alla presenza assoluta di una lacrima,
una rapida memoria di ulivi e di luce,
una gloria dell’uno e di ogni altro, ma
non si trova la via per la sorgente, ma
non si trova la vena, dio mio, non si trova.

Milo De Angelis

da “Tema dell’addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

Gente sul ponte – Wisława Szymborska

 

Strano pianeta e strana la gente che lo abita.
Sottostanno al tempo, ma non vogliono accettarlo.
Hanno modi per esprimere la loro protesta.
Fanno quadretti, ad esempio questo:

A un primo sguardo nulla di particolare.
Si vede uno specchio d’acqua.
Si vede una delle sue sponde.
Si vede una barchetta che s’affatica.
Si vede un ponte sull’acqua e gente sul ponte.
La gente affretta visibilmente il passo
perché da una nuvola scura la pioggia
ha appena cominciato a scrosciare.

Il fatto è che poi non accade nulla.
La nuvola non muta colore né forma.
La pioggia né aumenta né smette.
La barchetta naviga immobile.
La gente sul ponte corre proprio
là dov’era un attimo prima.

È difficile esimersi qui da un commento.
Il quadretto non è affatto innocente.
Qui il tempo è stato fermato.
Non si è più tenuto conto delle sue leggi.
Lo si è privato dell’influsso sul corso degli eventi.
Lo si è ignorato e offeso.

A causa d’un ribelle,
un tale Hiroshige Utagawa
(un essere che del resto
da un pezzo, e come è giusto, è scomparso),
il tempo è inciampato e caduto.

Forse non è che una burla innocua,
uno scherzo della portata di solo qualche galassia,
tuttavia a ogni buon conto
aggiungiamo quanto segue:

Qui è bon ton
apprezzare molto questo quadretto,
ammirarlo e commuoversene da generazioni.

Per alcuni non basta neanche questo.
Sentono perfino il fruscio della pioggia,
sentono il freddo delle gocce sul collo e sul dorso,
guardano il ponte e la gente
come se là vedessero se stessi,
in quella stessa corsa che non finisce mai
per una strada senza fine, sempre da percorrere,
e credono nella loro arroganza
che sia davvero così.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Gente sul ponte”, Libri Scheiwiller, 1996

∗∗∗

Ludzie na moście

Dziwna planeta i dziwni na niej ci ludzie.
Ulegają czasowi, ale nie chcą go uznać.
Mają sposoby, żeby swój sprzeciw wyrazić.
Robią obrazki jak na przykład ten:

Nic szczególnego na pierwszy rzut oka.
Widać wodę.
Widać jeden z jej brzegów.
Widać czółno mozolnie płynące pod prąd.
Widać nad wodą most i widać ludzi na moście.
Ludzie wyraźnie przyspieszają kroku,
bo właśnie z ciemnej chmury
zaczął deszcz ostro zacinać.

Cała rzecz w tym, że nic nie dzieje się dalej.
Chmura nie zmienia barwy ani kształtu.
Deszcz ani się nie wzmaga, ani nie ustaje.
Czółno płynie bez ruchu.
Ludzie na moście biegną
ściśle tam, co przed chwilą.

Trudno tu obejść się bez komentarza:
To nie jest wcale obrazek niewinny.
Zatrzymano tu czas.
Przestano liczyć się z prawami jego.
Pozbawiono go wpływu na rozwój wypadków.
Zlekceważono go i znieważono.

Za sprawą buntownika,
jakiegoś Hiroshige Utagawy,
(istoty, która zresztą
dawno i jak należy minęła),
czas potknął się i upadł.

Może to tylko psota bez znaczenia,
wybryk na skalę paru zaledwie galaktyk,
na wszelki jednak wypadek
dodajmy, co następuje:

Bywa tu w dobrym tonie
wysoko sobie cenić ten obrazek,
zachwycać się nim i wzruszać od pokoleń.

Są tacy, którym i to nie wystarcza.
Słyszą nawet szum deszczu,
czują chłód kropel na karkach i plecach,
patrzą na most i ludzi,
jakby widzieli tam siebie,
w tym samym biegu nigdy nie dobiegającym
drogą bez końca, wiecznie do odbycia
i wierzą w swoim zuchwalstwie,
że tak jest rzeczywiście.

Wisława Szymborska

da “Ludzie na moście”, Czytelnik, Warszawa, 1986