Ascolta – Else Lasker-Schüler

Foto di Nicola Bertellotti

 

Io mi prendo nelle notti
Le rose della tua bocca
Che nessun’altra ci beva.

Quella che ti abbraccia
Mi deruba dei miei brividi
Che intorno al tuo corpo io dipinsi.

Io sono il tuo ciglio di strada.
Quella che ti sfiora
Precipita.

Senti il mio vivere
Dovunque
Come orlo lontano?

Else Lasker-Schüler

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Gennaio 2005, N. 190, Crocetti Editore

∗∗∗

Höre

Ich raube in den Nächten
Die Rosen deines Mundes,
Daß keine Weibin Trinken findet.

Die dich umarmt,
Stiehlt mir von meinen Schauern,
Die ich um deine Glieder malte.

Ich bin dein Wegrand.
Die dich streift,
Stürzt ab.

Fühlst du mein Lebtum
Überall
Wie ferner Saum?

Else Lasker-Schüler

da “Gesammelte Werke”, Deutscher Taschenbuch Verlag, 1986

La poesia è una passione? – Vittorio Sereni

 

L’abbraccio che respinge e non unisce –
il mento fermo piantato sulla spalla
di lei, lo sguardo fisso e torvo:
storia d’altri e, già vecchia, di loro.
Moriva d’apprensione e gelosia
al punto di volersi morto, di volerlo
veramente, lí tra le braccia di lei.
Rabbiosamente non voleva sciogliersi.
Chi cederà per primo? La domenica
d’agosto era, fuori, al suo colmo
e tutta Italia sulle piazze
nei viali e nei bar ferma ai televisori…
Un gesto appena, – si disse – cerca d’essere uomo
e sarai fuori dalla stregata cerchia.
E, la convulsa stretta perdurando
(che lei d’istinto addoppiava),
alla cieca una mano errò sull’apparecchio, agí
sulla manopola: nella stanza
fu di colpo la gara, si frappose tra loro.

Il campione che dicono finito,
che pareva intoccabile dallo scherno del tempo
e per minimi segni da una stagione all’altra
di sé fa dire che più non ce la fa e invece
nella corsa che per lui è alla morte
ancora ce la fa, è quello il suo campione.
Lo si aspettava all’ultimo chilometro:
«se vedremo spuntare
laggiú una certa maglia…» e qualcosa l’annuncia,
un movimento di gente giú alla curva,
uno stormire di voci che si approssima
un clamore un boato, è incredibile è lui
è solo s’è rialzato ha staccato le mani
ce l’ha fatta… e dunque anch’io
posso ancora riprendermi, stravincere.
S’erano intanto gli occhi raddolciti
e di poco allentandosi la stretta
s’inteneriva, acquistava altro senso, ritornava
altrimenti violenta.
Per una voce irrotta nella stanza…

L’istinto che non la tradisce
scocca esatto sempre al momento giusto
tra i suoi pensieri semplici.
Sa capire il suo uomo: lo sa bene che piú
suppone lui di stravincere a sé meglio l’avvince
e fin che vorrà se lo tiene.
«Caro – gli dice all’orecchio – amore mio…»
E la domenica chiara è ancora in cielo,
folto di verde il viale e di uccelli
non ancora spettrali case e grattacieli,
solo un po’ piú nitidi a quest’ora
di avanzato meriggio dell’ultima domenica
di questa nostra estate. E se a lui pare
che un brivido percettibile appena
s’inoltri nel soffio ancora tiepido che approda
alla terrazza: anche agosto
– lei dice d’un tratto ricordandosi –
anche agosto andato è per sempre

Sí li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti. Ma era
il solo libro uscito dal bagaglio
d’uno di noi. Vollero che li leggessi.
Per tre per quattro
pomeriggi di seguito scendendo
dal verde bottiglia della Drina a Larissa accecante
la tradotta balcanica. Quei versi
li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo di parlare tra noi –
sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati
credendo nella guerra o non credendoci –
in quell’estate di ferro.
Forse nessuno l’ha colto cosí bene
questo momento dell’anno. Ma
– e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano
e le prime serpeggianti luci cittadine –
sono andati anche loro di là dai fiumi sereni,
è altra roba altro agosto,
non tocca quegli alberi o quei tetti,
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

A Giselheer il pagano – Else Lasker-Schüler

Edward Weston, Tina Modotti, 1921

 

Piango –
I miei sogni cadono nel mondo.

Nella mia oscurità
Nessun pastore si avventura.

I miei occhi non mostrano la via
Come le stelle.

Io mendico sempre davanti alla tua anima –
Lo sai?

Almeno fossi cieca –
Crederei d’essere nel tuo corpo.

Verserei tutti i fiori
Nel tuo sangue.

Io sono molto ricca,
Non può cogliermi chiunque;

O i miei doni portarsi
Via.

Io voglio teneramente insegnarmi a te;
Già sai dire il mio nome.

Guarda i miei colori,
Nero e stella

E non amare il freddo giorno
Che ha un occhio di vetro.

Tutto è morto,
Solo tu ed io no.

Else Lasker-Schüler

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Gennaio 2005, N. 190, Crocetti Editore

∗∗∗

Giselheer dem Heiden

Ich weine –
Meine Träume fallen in die Welt.

In meine Dunkelheit
Wagt sich kein Hirte.

Meine Augen zeigen nicht den Weg
Wie die Sterne.

Immer bettle ich vor deiner Seele;
Weißt du das?

Wär ich doch blind –
Dächte dann, ich läg in deinem Leib.

Alle Blüten täte ich
Zu deinem Blut.

Ich bin vielreich,
Niemandwer kann mich pflücken;

Oder meine Gaben tragen
Heim.

Ich will dich ganz zart mich lehren;
Schon weißt du mich zu nennen.

Sieh meine Farben,
Schwarz und stern

Und mag den kühlen Tag nicht,
Der hat ein Glasauge.

Alles ist tot,
Nur du und ich nicht.

Else Lasker-Schüler

da “Die Kuppel”, Paul Cassirer, 1920

«Terra rossa terra nera» – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

Cesare Pavese

[27 ottobre 1945]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Preghiera alla poesia – Antonia Pozzi

Foto di Emil Schildt

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il piú dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Antonia Pozzi

Pasturo, 23 agosto 1934

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964