«Ai miei versi scritti così presto» – Marina Ivanovna Cvetaeva 

 

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva 

Koktebel, maggio 1913

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

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«Моим стихам, написанным так рано»

Моим стихам, написанным так рано,
Что и не знала я, что я – поэт,
Сорвавшимся, как брызги из фонтана,
Как искры из ракет,

Ворвавшимся, как маленькие черти,
В святилище, где сон и фимиам,
Моим стихам о юности и смерти,
– Нечитанным стихам!

Разбросанным в пыли по магазинам,
Где их никто не брал и не берет,
Моим стихам, как драгоценным винам,
Настанет свой черед.

Марина Ивановна Цветаева

Коктебель, 13 моя 1913

da “Цветаева Марина. Собрание сочинений в семи томах. Том 1. Стихотворения 1906-1920”, Терра, 1997

La morte di Odisseo – Nikos Kazantzakis

Nikos Kazantzakis

 

Ritto sull’albero di mezzo, tra grappoli d’uva riccia,
il grande Viaggiatore ascoltava il canto del ritorno;
chiare e vuote le sue pupille, il cuore più leggero –
la vita e la morte un canto, e l’uccello è la nostra mente.
Si guarda intorno, muove le mani, stringe piano i denti,
affonda le mani tra i fichi, le melagrane e l’uva,
e intorno ai suoi lombi si rinfrescano i dodici dèi.
Il corpo intero del grande Giramondo si trasforma in bruma,
la sua goletta di neve, gli amici, i frutti e la memoria
oscillano lentamente come nebbia sul mare, svaniscono come rugiada.
Si dissolve la carne, si offusca lo sguardo, più non batte il cuore;
e la grande mente balza sulla vetta del suo sacro riscatto,
un palpito di ali vuote, e Odisseo, eretto nel vento,
si leva in volo, libero dall’ultima gabbia: la sua libertà.
Come nebbia ogni cosa si dissolve, e solamente un grido
sulle acque calme color notte sta sospeso per un istante:
«Orza, ragazzi, a prora soffia la dolce brezza della morte!»

Nikos Kazantzakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Odissea, 1938: libro XXIV, vv.1380-1396)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Tu non saprai giammai… – Marguerite Yourcenar

Foto di Édouard Boubat

VII.

Tu non saprai giammai che la tua anima viaggia
come in fondo al mio cuore un dolce cuore eletto;
e che niente, né il tempo, né altri amori, né l’età,
mai offuscheranno il fatto che tu sia stata.

Che la bellezza del mondo ha preso il tuo volto,
vive della tua dolcezza, splende della tua chiarità,
e che quel lago pensieroso in fondo al paesaggio
mi ridice soltanto la tua serenità.

Tu non saprai giammai ch’io reggo la tua anima
come una lampada d’oro che mi fa luce mentre cammino;
che un poco della tua voce è passata nel mio canto.

Dolce fiaccola, i tuoi sprazzi, dolce braciere, la tua fiamma
mi insegnano i sentieri che tu hai percorso,
e tu vivrai un poco, perché ti sopravvivo.

Marguerite Yourcenar

1929

(Traduzione di Manrico Murzi)

da “I doni di Alcippe”, Bompiani, 1987

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VII.

Vous ne saurez jamais…

Vous ne saurez jamais que votre âme voyage
Comme au fond de mon coeur un doux coeur adopté;
Et que rien, ni le temps, d’autres amours, ni l’âge,
N’empêcheront jamais que vous ayez été.

Que la beauté du monde a pris votre visage,
Vit de votre douceur, luit de votre clarté,
Et que ce lac pensif au fond du paysage
Me redid seulement votre sérénité.

Vous ne saurez jamais que j’emporte votre âme
Comme une lampe d’or qui m’éclaire en marchant;
Qu’un peu de votre voix est passé dans mon chant.

Doux flambeau, vos rayons, doux brasier, votre flamme,
M’instruisent des sentiers que vous avez suivis,
Et vous vivez un peu puisque je vous survis.

Marguerite Yourcenar

1929

da “Les Charités d’Alcippe”, Paris: Éditions Gallimard, 1984

L’antica pazienza – Maria Luisa Spaziani

Foto di David Hamilton

a mia madre

Tu che conosci l’antica pazienza
di sciogliere ogni nodo della corda
e allevi un pioppo zingaro venuto
a crescere nel coccio dei garofani,
lascia ch’io senta in te, come la sorda
nenia del mare dentro la conchiglia,
la voce della casa che il perduto
tempo ha ridotto in cenere.
Ma è cenere di pane scuro, sacro,
– quello che alimentavi col tuo soffio
nel forno buio della guerra – e reca
imperitura in sé la filigrana
dei tuoi ciliegi dilaniati.
L’allegria rialza la sua cresta
di galletto sui borghi desolati,
come il lillà che ti cresce alle spalle
passo a passo, baluardo sul massacro.
Raccogli ancora e sempre il pigolante
nido abbattuto dal vento di marzo
e ripara le falle della chiglia.
Nessuno è senza casa se l’attende
a sera la tua voce di conchiglia.

Maria Luisa Spaziani

da “Utilità della memoria”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

VI – Titos Patrikios

Foto di Izis Bidermanas

 

Io non sono quello che vedi, quello che conosci
non sono solo quello che dovresti imparare.
Devo a qualcuno ogni brandello della mia carne,
se ti tocco con la punta del dito
ti toccano milioni di persone,
se ti parla una mia parola
ti parlano milioni di persone –
riconoscerai gli altri corpi che danno forma al mio?
ritroverai le mie orme tra miriadi di altre impronte?
distinguerai i miei gesti nella marea della folla?
Io sono anche quello che fui e che piú non sono –
le mie cellule morte, le mie azioni
morte, i pensieri morti
di notte tornano a dissetarsi nel mio sangue.
Io sono quello che non sono ancora –
dentro di me martella l’impalcatura del futuro.
Sono quello che devo diventare –
intorno a me gli amici esigono, i nemici vietano.
Non cercarmi altrove
cercami soltanto qui
soltanto in me.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Fine dell’estate”, 1953 -1954, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007