Il compianto di Menone per Diotíma – Friedrich Hölderlin

Francesco Jerace, Myriam o Mistica, 1894

I.

     Sotto l’aperto cielo, in ogni giorno,
vo cercando una diversa cosa.
Tutti i sentieri, interrogai da tempo;
il refrigerio delle fresche cime,
tutto lassú percorsi: e tutti i fonti;
e le foreste tutte… Implora pace,
errando fra le cuspidi ed il piano,
questo spirito mio. Cosí, la fiera
entro il folto del bosco, ove, protetta,
di solito posava in sul meriggio,
ripara a medicar le sue ferite.
Ma non trova ristoro, essa, in quel verde
fido giaciglio. Ché la scaccia intorno,
in un insonne gemito di pena,
il tormentoso assillo. Non le giova
il calore del sole; né la placida
frescura della notte. E le sue piaghe,
dentro l’onde del fiume invano bagna.
E come inutilmente le riporge
la terra le sue mediche verzure,
e la vampa del sangue non le placa
alcuna brezza, ecco, cosí si atteggia,
diletti, la mia vita… E dalla fronte
non mi strappa nessuno i tristi sogni?

2.

     O dèspoti dell’Ade! A nulla vale,
quando ghermiste un’anima, e costretta
la possedete inabissata al fondo
dell’orribile Notte, il ricercarla
invocando o adirandosi con voi.
Né pazienti sopportar l’esilio
pauroso quaggiú; né, sorridendo,
porgere ascolto al vostro canto gelido.
Se questo avvenga, 0 dèspoti dell’Ade,
meglio dimenticarsi d’ogni scampo,
meglio è muti dormire un muto sonno…
… Pure, una voce di speranza sgorga
su dal mio cuore… No, non puoi piegarti
per sempre, anima mia! Tu sogni ancóra,
anche costretta in plumbeo sopore.
Tempo non è di festa. E pur vorrei
ghirlandare i miei riccioli di fronde.
Anche cinto di cupa solitudine,
sento incontro venirmi un soffio, quasi
di beata letizia… E risorrido,
stupito di sentirmi, in tanto lutto,
tanta felicità dentro nel cuore.

3.

     Luce d’amore! In raggi d’oro brilli,
anche ai defunti. Immagini terrestri
di piú sereni giorni! Entro la notte,
mi rifulgete?… Amabili giardini,
e voi monti che imporpora il crepuscolo,
vi risaluto. E voi saluto, taciti
sentieri in fra le selve, testimoni
della mia gioia: e voi, vigili stelle
alte nel cielo, che largiste allora
i vostri a me benedicenti sguardi.
Ed anche voi, figlie del Maggio, rose,
tacite rose, e voi gigli, sovente
ancóra invoco. — Labili dileguano
le primavere; ed in vicenda e in zuffa,
si discacciano gli anni. Il Tempo mugghia
sovra il capo ai mortali, e via precipita.
Ma non fugge cosí, per le pupille
degli Amanti beate; ché concessa
a loro in dono è una diversa vita.
I giorni e gli anni delle stelle tutte
s’adunaron raccolti intorno a noi,
Diotíma, in perenne eternità.

4.

     Ma noi, congiunti come va congiunta
beatamente innamorata coppia
di cigni che riposano sul lido
o si cullan sull’onde, e giú riguardano
dentro l’acque ove specchiansi le nuvole
tutte d’argento, — ed un azzurro etereo
palpita al fondo sotto i remiganti, —
sulla terra, cosí, beatamente
andavamo anche noi. Se pur soffiasse
vento di minacciosa tramontana,
agli amanti nemico aspro tormento,
mulinando le foglie via dai rami
e scagliando la pioggia in volo sghembo,
n’era sul labbro un placido sorriso:
e nel parlarci teneri e sommessi,
sentivamo ciascuno il proprio Iddio
spirar benigno entro un concorde elisio
canto beato d’anime fanciulle.
Ora, deserta è la mia casa. Tolta
m’han la luce degli occhi; ed ho perduto,
con la luce, me stesso. E per ciò, vago
perennemente intorno; e viver debbo,
come vivono l’ombre; e tutto il resto,
già da tempo m’appar vuoto di senso.

5.

     Pure, tra gli altri celebrar vorrei,
quasi un rito, la Gioia. E unir nel coro
alle voci degli altri la mia voce.
Ma che mi giova? Abbandonato e solo,
dentro m’è spento del Divino il senso.
Lo so che il morbo in cui mi struggo, è questo.
Un malefido stronca le mie membra,
se intono il canto: e giú mi prostra, a terra.
Allora, seggo quanto lungo è il giorno
siccome un bimbo: inerti i sensi, muto.
Solo, dagli occhi, uno sgorgar frequente
di lagrime gelate… E mi rattrista
il verdeggiar dei campi: e mi rattrista
il canto degli uccelli, ché gli araldi
sono pur essi della elisia Gioia.
Ma nel trepido petto il sole d’oro
che rianima il mondo, mi si oscura
in un raggiar di tenebra notturna,
sterile intorno in brividi di freddo.
E vuoto il cielo inutile m’incombe,
quasi volta di carcere, sul capo:
e oppresso sotto il peso, me lo curva.

6.

     O Giovinezza, che cosí diversa
conobbi allora! Per quanto io t’invochi,
piú non ritornerai? Né a te mi guida
alcun sentiero piú? La sorte, dunque,
m’è riservata di color che, ignari
un giorno degli Dei, con vividi occhi
presero posto alla beata mensa:
ma, presto sazii, ne sciamaron via,
ed ora, muti, se ne stan sepolti
sotto il canto dell’aure e sotto i floridi
giardini della terra, in sino a quando
l’impeto d’un prodigio non costringa
quei sommersi al ritorno, e non li adduca
novamente ad errar sui verdi prati.
Ecco: un divino afflato le splendenti
forme trascorre, non appena s’anima
l’ora del Rito. Un amoroso fluido
palpita intorno. Un torrente di vita
scende da scaturigini di cielo,
e scroscia in corsa. Gli risponde un’eco
dal grembo della terra. I suoi tesori
offre, schiusa, la Notte: e su dai rivi,
l’oro sepolto luccica in barbagli.

7.

     Ma tu che al bivio già, quando ti caddi
smarritamente innanzi, a confortarmi,
una piú pura luce di Bellezza
indicando a’ miei sguardi, anche li apristi
ad ammirar tutto ch’è grande al mondo;
tu che, silente come i Numi, un giorno
m’insegnasti, ispirandomi, a cantarli
con piú gioioso canto, — ancor mi appari,
creatura divina? E mi saluti
siccome allora? E la tua voce, adesso,
toma a parlarmi di sublimi cose?
… Ma guarda ! Al tuo cospetto, io debbo in gemiti
sciogliermi e in pianto, se ricordo i giorni
belli che piú non sono: e ne arrossisce
l’anima, rammentando… A lungo, a lungo
t’ho ricercato, pei sentieri squallidi
della terra ramingo, o tutelare
spirito benedetto! Inutilmente.
Anni su anni inutilmente scorsero,
da quando intorno guardavam, presaghi,
splendere il lume delle sere belle.

8.

     In un nimbo di raggi ancor ti serba,
Spirto divino, l’intima tua luce.
Ed ami ancóra. Il paziente muto
essere dove sei, nuova t’infonde
capacità d’amare… E non stai sola.
Ché s’accompagnan anime fraterne
alla tua sorte là, dove tu posi
tra i cespi in fiore, risbocciando ogni anno:
e soavi ti cullano, in un canto
di ninnenanne tenere, spirando
intorno effluvii, l’aure che ti manda
l’Etere, il padre tuo, benignamente.
Oh, ti ravviso, sí! La stessa sempre
dal capo ai piedi ellenica fanciulla,
or librandosi in volo mi discende
tacita incontro. E come dalla pura
fronte serena agli uomini s’irradia,
benedicente, o Spirito d’amore,
una luce tranquilla, ecco, cosí
tu mi provi e mi dici, a che lo annunzi
la mia voce agli increduli pel mondo:
« Piú d’ogni affanno e piú d’ogni corruccio,
immortale è la Gioia. È un aureo giorno,
che giornalmente splende e si rinnova ».

9.

     Ed io per ciò, diletti Numi, voglio
rendervi grazie! Novamente sgorga
dal liberato petto dell’aedo
un canto di preghiera. E come quando
con Lei mi stetti sulla cima arrisa
tutta di raggi, ora cosí dall’intimo
tempio del cuore, ad animarmi, un Dio,
ecco, mi parla. Vivere m’è gioia!
Vivere voglio ! Già la terra vèrzica
d’erbe e di fronde. E come da divina
arpa che vibri, dalle argentee vette
d’Apollo, intorno, una voce mi chiama.
Dice: «Vieni! Fu sogno. Piú non grondano
l’ali tue sangue. Le speranze vivono,
risorte, una novella gioventú.
Restano ancóra innumeri Bellezze
da discoprire. E chi conobbe tanta
luce d’amore, va — forza è che vada! —
incontro ai Numi, per diritta via».

     E adesso voi, tempi che sacri al rito
foste d’amore, o eternamente giovani,
fateci scorta! Siateci vicini,
santi presagi ed estasi e preghiere,
e tutte voi, Divinità benigne,
cui dolce è l’indugiar presso gli amanti!
Fateci scorta, in sino a quando entrambi
non ci s’incontri per l’eterea landa,
dove i Beati attendono, raccolti,
di tornar fra i mortali; e dove incrociano
l’aquile e gli astri al padre Etere araldi;
e soggiornan le Muse; ed han dimora,
con gli Amanti, gli Eroi… Ché, se non ivi,
quaggiú c’incontreremo: in su di un’isola
rorida tutta di rugiade, dove
risbocceranno uniti i nostri spiriti,
per floridi giardini; dove echeggiano
canti veraci; e assai piú a lungo durano
le primavere belle; e un anno nuovo,
d’incanto, albeggerà pei nostri cuori.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche per Diotíma lontana”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

Menons Klagen um Diotima

        1.

Täglich geh’ ich heraus, und such’ ein Anderes immer,
        Habe längst sie befragt alle die Pfade des Lands;
Droben die kühlenden Höhn, die Schatten alle besuch’ ich,
        Und die Quellen; hinauf irret der Geist und hinab,
Ruh’ erbittend; so flieht das getroffene Wild in die Wälder,
        Wo es um Mittag sonst sicher im Dunkel geruht;
Aber nimmer erquikt sein grünes Lager das Herz ihm,
        Jammernd und schlummerlos treibt es der Stachel umher.
Nicht die Wärme des Lichts, und nicht die Kühle der Nacht hilft,
        Und in Woogen des Stroms taucht es die Wunden umsonst.
Und wie ihm vergebens die Erd’ ihr fröhliches Heilkraut
        Reicht, und das gährende Blut keiner der Zephyre stillt,
So, ihr Lieben! auch mir, so will es scheinen, und niemand
        Kann von der Stirne mir nehmen den traurigen Traum?

          2.

Ja! es frommet auch nicht, ihr Todesgötter! wenn einmal
        Ihr ihn haltet, und fest habt den bezwungenen Mann,
Wenn ihr Bösen hinab in die schaurige Nacht ihn genommen,
        Dann zu suchen, zu flehn, oder zu zürnen mit euch,
Oder geduldig auch wohl im furchtsamen Banne zu wohnen,
        Und mit Lächeln von euch hören das nüchterne Lied.
Soll es seyn, so vergiß dein Heil, und schlummere klanglos!
        Aber doch quillt ein Laut hoffend im Busen dir auf,
Immer kannst du noch nicht, o meine Seele! noch kannst du’s
        Nicht gewohnen, und träumst mitten im eisernen Schlaf!
Festzeit hab’ ich nicht, doch möcht’ ich die Loke bekränzen;
        Bin ich allein denn nicht? aber ein Freundliches muß
Fernher nahe mir seyn, und lächeln muß ich und staunen,
        Wie so seelig doch auch mitten im Leide mir ist.

          3.

Licht der Liebe! scheinest du denn auch Todten, du goldnes!
        Bilder aus hellerer Zeit leuchtet ihr mir in die Nacht?
Liebliche Gärten seid, ihr abendröthlichen Berge,
        Seid willkommen und ihr, schweigende Pfade des Hains,
Zeugen himmlischen Glüks, und ihr, hochschauende Sterne,
        Die mir damals so oft seegnende Blike gegönnt!
Euch, ihr Liebenden auch, ihr schönen Kinder des Maitags,
        Stille Rosen und euch, Lilien, nenn’ ich noch oft!
Wohl gehn Frühlinge fort, ein Jahr verdränget das andre,
        Wechselnd und streitend, so tost droben vorüber die Zeit
Über sterblichem Haupt, doch nicht vor seeligen Augen,
        Und den Liebenden ist anderes Leben geschenkt.
Denn sie alle die Tag’ und Jahre der Sterne, sie waren
        Diotima! um uns innig und ewig vereint;

          4.

Aber wir, zufrieden gesellt, wie die liebenden Schwäne,
        Wenn sie ruhen am See, oder, auf Wellen gewiegt,
Niedersehn in die Wasser, wo silberne Wolken sich spiegeln,
Und ätherisches Blau unter den Schiffenden wallt,
So auf Erden wandelten wir. Und drohte der Nord auch,

        Er, der Liebenden Feind, klagenbereitend, und fiel
Von den Ästen das Laub, und flog im Winde der Reegen,

Ruhig lächelten wir, fühlten den eigenen Gott
        Unter trautem Gespräch; in Einem Seelengesange,
Ganz in Frieden mit uns kindlich und freudig allein.
        Aber das Haus ist öde mir nun, und sie haben mein Auge
Mir genommen, auch mich hab’ ich verloren mit ihr.
        Darum irr’ ich umher, und wohl, wie die Schatten, so muß ich
Leben, und sinnlos dünkt lange das Übrige mir.

          5.

Feiern möcht’ ich; aber wofür? und singen mit Andern,
        Aber so einsam fehlt jegliches Göttliche mir.
Diß ist’s, diß mein Gebrechen, ich weiß, es lähmet ein Fluch mir
        Darum die Sehnen, und wirft, wo ich beginne, mich hin,
Daß ich fühllos size den Tag, und stumm wie die Kinder,
        Nur vom Auge mir kalt öfters die Thräne noch schleicht,
Und die Pflanze des Felds, und der Vögel Singen mich trüb macht,
        Weil mit Freuden auch sie Boten des Himmlischen sind,
Aber mir in schaudernder Brust die beseelende Sonne,
        Kühl und fruchtlos mir dämmert, wie Stralen der Nacht,
Ach! und nichtig und leer, wie Gefängnißwände, der Himmel
        Eine beugende Last über dem Haupte mir hängt!

          6.

Sonst mir anders bekannt! o Jugend, und bringen Gebete
        Dich nicht wieder, dich nie? führet kein Pfad mich zurük?
Soll es werden auch mir, wie den Götterlosen, die vormals
        Glänzenden Auges doch auch saßen an seeligem Tisch’,
Aber übersättiget bald, die schwärmenden Gäste,
        Nun verstummet, und nun, unter der Lüfte Gesang,
Unter blühender Erd’ entschlafen sind, bis dereinst sie
        Eines Wunders Gewalt sie, die Versunkenen, zwingt,
Wiederzukehren, und neu auf grünendem Boden zu wandeln. –
        Heiliger Othem durchströmt göttlich die lichte Gestalt,
Wenn das Fest sich beseelt, und Fluthen der Liebe sich regen,
        Und vom Himmel getränkt, rauscht der lebendige Strom,
Wenn es drunten ertönt, und ihre Schäze die Nacht zollt,
        Und aus Bächen herauf glänzt das begrabene Gold. –

          7.

Aber o du, die schon am Scheidewege mir damals,
        Da ich versank vor dir, tröstend ein Schöneres wies,
Du, die Großes zu sehn, und froher die Götter zu singen,
        Schweigend, wie sie, mich einst stille begeisternd gelehrt;
Götterkind! erscheinest du mir, und grüßest, wie einst, mich,
        Redest wieder, wie einst, höhere Dinge mir zu?
Siehe! weinen vor dir, und klagen muß ich, wenn schon noch,
        Denkend edlerer Zeit, dessen die Seele sich schämt.
Denn so lange, so lang auf matten Pfaden der Erde
        Hab’ ich, deiner gewohnt, dich in der Irre gesucht,
Freudiger Schuzgeist! aber umsonst, und Jahre zerrannen,
        Seit wir ahnend um uns glänzen die Abende sahn.

          8.

        Dich nur, dich erhält dein Licht, o Heldinn! im Lichte,
Und dein Dulden erhält liebend, o Gütige, dich;
        Und nicht einmal bist du allein; Gespielen genug sind,
Wo du blühest und ruhst unter den Rosen des Jahrs;
        Und der Vater, er selbst, durch sanftumathmende Musen
Sendet die zärtlichen Wiegengesänge dir zu.
        Ja! noch ist sie es ganz! noch schwebt vom Haupte zur Sohle,
Stillherwandelnd, wie sonst, mir die Athenerinn vor.
        Und wie, freundlicher Geist! von heitersinnender Stirne
Seegnend und sicher dein Stral unter die Sterblichen fällt;
        So bezeugest du mir’s, und sagst mir’s, daß ich es andern
Wiedersage, denn auch Andere glauben es nicht,
        Daß unsterblicher doch, denn Sorg’ und Zürnen, die Freude
Und ein goldener Tag täglich am Ende noch ist.

          9.

So will ich, ihr Himmlischen! denn auch danken, und endlich
        Athmet aus leichter Brust wieder des Sängers Gebet.
Und wie, wenn ich mit ihr, auf sonniger Höhe mit ihr stand,
        Spricht belebend ein Gott innen vom Tempel mich an.
Leben will ich denn auch! schon grünt’s! wie von heiliger Leier
        Ruft es von silbernen Bergen Apollons voran!
Komm! es war wie ein Traum! Die blutenden Fittige sind ja
        Schon genesen, verjüngt leben die Hoffnungen all.
Großes zu finden, ist viel, ist viel noch übrig, und wer so

Liebte, gehet, er muß, gehet zu Göttern die Bahn.
        Und geleitet ihr uns, ihr Weihestunden! ihr ernsten,
Jugendlichen! o bleibt, heilige Ahnungen, ihr
        Fromme Bitten! und ihr Begeisterungen und all ihr
Guten Genien, die gerne bei Liebenden sind;
        Bleibt so lange mit uns, bis wir auf gemeinsamem Boden
Dort, wo die Seeligen all niederzukehren bereit,
        Dort, wo die Adler sind, die Gestirne, die Boten des Vaters,
Dort, wo die Musen, woher Helden und Liebende sind,
        Dort uns, oder auch hier, auf thauender Insel begegnen,
Wo die Unsrigen erst, blühend in Gärten gesellt,
        Wo die Gesänge wahr, und länger die Frühlinge schön sind,
Und von neuem ein Jahr unserer Seele beginnt.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

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