Ti porto nel mio buio – Marco Luppi

 

di mese in messe nere, 
di parole si muore 
tra chi cerca e chi trova
il collaudo – la prova
è nel farsi cercare
senza farsi trovare

se non nel tuo esito,
in quello che non è
per dire quel che è

in questo non esisto,
ciò che è stato perso
è anche stato preso

in comune, la morte
delle parole – il graffio.
Unica nostra sorte,
del fiammifero, il soffio
all’ora che rimane
ancora da finire.

Marco Luppi

da “Proiezioni”, Eretica Edizioni, 2018

ERETICA EDIZIONI  – IBS  – LA FELTRINELLI – MONDADORI STORE
Prefazione
   È lettura di denso nucleo affettivo Proiezioni, la silloge di Marco Luppi che si apre su un possibile solo apparente (aprire la porta chiusa| facendo presa sull’ombra| della maniglia che manca) e offre poco più tardi un tentativo, in chiarezza ferma, di definire mo(n)di, passo e senso di lettura, con un invito a chi scrive e a chi legge a un ritrarsi intimo, raccolto (La poesia| quando càpita| e quando capìta| si scrive| e si legge| al buio.| Da soli.| In silenzio).
   Eppure, solo qualche verso dopo, sotto un’umanissima spinta di condivisione, la poesia di Luppi si apre all’Altro in uno slancio di braccia, un appello (Ti porto nel mio buio […] di parole) al distacco dall’Io: Riconosco la voce| del sorriso che nuoce| al male che non duole,| il sapere che esi(s)ti| nella poesia che ancora| non ho letto né scritto,| non unico il sentirsi| da lontano, ti tocco| e con le dita sento| il tuo cuore bagnato| e di me dimentico,| ormeggio in fondo al bosco. Obbliga a un inciampo e all’arrestar del passo, questo ormeggio, che è sostantivo ed è verbo, richiama il mare, un porto, ma – potentemente dissonante – si trova invece nel fitto di una boscaglia.
     Strada facendo approda a un “noi singolare”, il poeta, e i suoi versi acquistano significati e scansione precisa (una giostra di carta| che gremita crèpita| dietro muri di calce| quest’aria vana incede| di vento in vena, incide| mietitrice la falce). La chiave rimane sempre la parola scritta, gli alfabeti vicini, in spoliazione ostinata, a decostruire e raddensare il senso e i sensi, in solo apparenti giochi di parole – mai sterili – che gli sono così cari (lasciar (ac)cadere, (r)umori di fondo…).
   È quello di Luppi un poetare che si nutre di letture colte che restano opportune sullo sfondo, in proiezione appunto, che può permettersi di riflettere su modi e metodi (Per ogni parola scritta| cancellarne due) e che spogliandosi di sovrastrutture coglie una poesia primigenia, pura, anche nelle parole della figlia Agata, soggetto/ oggetto di una composizione centrale. Poesia in purezza anche quella, tra le altre, de La prima neve, con lo spostamento dell’osservazione di dettagli minimi esterni a racchiudersi (ad aprirsi, piuttosto) su un ragionare ampio, universale: nella tasca – una biglia| la punta dell’azzurro| di chi arriva per primo| e aspetta per ultimo| un giallo un blu, del rosso| rimangono i sospiri| la castagna una foglia| nel silenzio sospesi| il respiro sul vetro  ne disegna la soglia […] Presentate le istanze| in un giorno di scuola| fogli sparsi sul b(i)anco| esibito l’abito| delle dimenticanze.| Siamo sempre in debito| per l’impronta semplice| di chi, ora più non è| semplice sentimento| che un po’ di caldo scioglie| sul palmo di ogni voce| fiocchi occhi fuochi e giochi| che solo il cuore sceglie| quando supera il verso| se stesso e si fa gesto,| filo che cuce il fondo| – e nella mano tesa| il sentire del mondo.
   Di altro genere sono invece le liriche in cui il poeta trova tono salmodico, ipnotico, in una spira ineluttabile voluta e scientemente ricercata: Conta per chi non conta| ama per chi non resta| resta per chi non spera| spera per chi non passa| passa per chi non pensa| pensa per chi non sbaglia| sbaglia per chi non tenta| tenta per chi non urla| urla per chi non parla| parla per chi non gioca| gioca per chi non sogna| sogna per chi non cerca| cerca per chi non trova| trova per chi non prova| prova per chi non ama.
   I componimenti delle ultime pagine della silloge, in precipitazione, si asciugano in versi di schegge condensate, fulminanti (Chi scrive,| lascia il tempo che trova.| Chi legge,| trova il tempo che lascia) in cui traspare un prosciugamento raboniano e che si trattengono in chiuse secche, talora a lasciare vibrare possibilità, talora a far girare il vento (Avrei voluto scrivere| con lo stupore| di una lanterna che si spegne| nel vedersi attraversare| dalla luce del sole.| Poi, d’un tratto, l’indolenza).
   Permane sempre un’umana limitatezza, ricorda l’autore (Del metro| la variabilità,| formula definita| l’impossibilità| di inscrivere la vita). Resiste il moltiplicarsi di sguardi, di proiezioni, lo spostarsi dei pieni e dei vuoti, la manchevolezza. Resiste l’inafferrabilità di un Io da inseguire: questa di Luppi è ricerca che trova voce in una poesia compiuta, di rare architettura e concentrazione di senso.
Anna Vallerugo

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