Ninnananna di Cape Cod – Josif Alexandrovic Brodskij

ad A.B.
I

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte. Le cicale
non cantano più nei prati. Sui frontoni si decifrano male
le citazioni classiche. Indifferente una guglia con croce
s’annera, come una bottiglia abbandonata in un canto.
Da una pantera di pattuglia, luccicante nella landa,
la tastiera di Ray Charles.

Strisciando fuori dal grembo dell’oceano, un granchio viene a riva
sulla spiaggia vuota, nell’umida sabbia fra cerchi di detersivo
si sotterra a trovar refrigerio e s’addormenta. Le lancette
dell’orologio sulla torre di mattoni stridono. Sulla faccia
sudore. I fanali in fondo alla via sono bottoni d’una camicia
spalancata sul petto.

Afa. Il semaforo sfavilla, trasformando gli occhi
in mozzo di locomozione por la stanza al comodino col whiskey.
Si ferma un momento il cuore, ma batte sempre: il sangue, per un po’
vaga per le arterie, poi torna dove dev’essere, dov’è,
al crocicchio. Il corpo sembra una carta arrotolata, scala uno per tre,
e s’alza un ciglio a nord.

Strano pensarci, ma sono sopravvissuto. Succede,
la polvere copre le cose quadrate. Vendicandosi d’Euclide
prolunga Io spazio, oltre l’angolo, un’automobile.
Il buio scusa l’assenza di volti, voci e altro,
facendoli passare non tanto per fuggiaschi, quanto
per invisibili.

Afa. Un forte fruscio di foglie gonfie aumenta
sempre di più il sudore. Quello che nel buio sembra
un punto, una cosa sola può essere: una stella.
Depone un uovo un uccello che ha perso il nido,
sopra un campo di pallacanestro vuoto, nell’anello.
Odor di menta e di resèda.

II

Come l’onnipotente Scià tradire può
le mogli innumerevoli dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzzo di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

Soffiando dentro il piffero, come il fachiro
del tuo libro, attraverso file di giannizzeri verdi passai,
coi testicoli sentendo il freddo delle loro scuri,
come quando si entra nel mare. Ed ecco, con il sale
di quest’acqua ancora nella mia bocca, infine
varcai il confine

e via nuotai fra le nuvole-montoni. Giù, le strade
s’impolveravano, serpeggiavano i fiumi, s’ingiallivano
le aie. Qua, uno di fronte all’altro, calpestando la rugiada,
stavano, come lunghe righe di un libro non
chiuso, eserciti intenti al loro gioco, là
nereggiavano città

come caviale. Quindi s’addensò la tenebra.
Tutto si spense. Mal di testa, il rombo
dei motori. E lo spazio indietreggiò, come un gambero,
lasciando passare avanti il tempo. E il tempo
andò verso occidente, come a casa sua,
l’abito macchiato di buio.

Caddi nel sonno. Quando poi riapersi
gli occhi, il Nord era là dove la vespa
ha il pungiglione. Vidi nuovi cieli e
la stessa terra. E la terra giaceva
come da sempre fa ogni cosa piatta:
impolverata.

III

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine. La pelle della schiena alla pelle 
della spalliera è grata per il senso di fresco. Su un bracciolo
lontano una mano si fa legno. Giunture, nocche
si coprono del lustro della quercia. Il cervello picchia, 
come al bicchiere un ghiacciolo.

Afa. Una sala da biliardo chiusa. Sui gradini qualcuno,
sfregando un cerino, ritaglia dallo sfondo bruno
una faccia di negro anziano. Il Tribunale del distretto
sporgendo i denti bianchi del portico sopra il viale,
affonda, in attesa del lampo di fari casuali
nel fogliame troppo fitto.

Su tutto fiammeggia, come al festino di Baldassar,
la scritta « Coca Cola ». Nel giardino del kursaal
gorgoglia piano una fontana. A tratti una brezza lenta,
non riuscendo a cavare dalle sbarre
la più semplice roulade, scuote un giornale incastrato
dentro il cancello, indubbiamente

fatto di vecchie spalliere di letti. Afa. Appoggiato sul
moschetto il Milite Ignoto si fa ancora più
ignoto. Un peschereccio sfrega la radice rugginosa
del naso contro il cemento del molo. Con le sue branchie
metalliche, ronzando, il ventilatore acchiappa
l’aria calda degli Usa.

Fattore d’una moltiplicazione, tracciata
sulla sabbia, si fa immenso al buio l’oceano
ninnando per millenni una scheggia col morto flusso. E se brusco
un passo farai di traverso sull’imbarcadero, cadrai
a lungo, mani ai fianchi, di piedi, ma non mai
farà rumore il tuffo.

IV

Il cambio d’impero è legato al rombo delle parole e al
processo di salivazione, in seguito al discorso,
ed alla geometria non euclidea,
all’aumento graduale delle speranze d’incontro
(solitamente al polo) di due linee
parallele, con le legne

da tagliare, con la trasformazione dell’umido
vecchio rovescio del cappotto-vita
in un asciutto nuovo taglio d’abito
(col gelo in tweed, in anchina d’estate),
al cervello indurito
per le feste. Di tutte

la parti interne in genere soltanto gli occhi
conservano la loro gelatinosità. Giacché il cambio
d’impero è strettamente legato allo sguardo
oltre il mare (perché dentro noi sonnecchia
il pesce), con la scriminatura
che cambia positura

allo specchio, da destra a sinistra… Con la gengiva
malata e il mal di ventre per il nuovo cibo.
Con quella forte, bianca opacità
ch’è nei pensieri e che riflette intera
la carta liscia da scrivere. E allora
a cercare affinità

corre la penna. Fra le mani avete
la stessa penna di prima. Le alberete
hanno le stesse piante. Fra le nubi
c’è lo stesso rombante bombardiere,
che vola a bombardare chissà dove.
Viene subito sete.

V

Noi paesi della Nuova Inghilterra, come usciti dalla risacca,
lungo tutto il litorale, scintillando con la scaglia
butterata di embrici e tegole, come banchi
di pesci assopiti, stan le case nel buio, capitati nella
rete di un continente, scoperto da merluzzo e da sardella.
Non la sardella e neanche

il merluzzo, però, si sono meritate statue
solenni (e sarebbe tanto più semplice con le date).
Quanto alla bandiera di qui, neppure
quella è adornata da loro e al buio sembra,
come direbbe Louis Sullivan, il disegno
di torri alte fra le nubi.

Afa. In veranda un uomo con l’asciugamano
annodato al collo. Col suo misero corpicino
una falena picchiando contro la maglia
di ferro, rimbalza come una pallottola da un arbusto
invisibile sparata dalla natura a se stessa,
alla metà di luglio.

Poiché l’orologio continua il suo cammino, con gli anni
il dolore si attenua. Se è panacea agli affanni
il tempo, è in forza del fatto che non sopporta la fretta,
diventa forma dell’insonnia: procedendo a piedi, a nuoto,
nell’emisfero croce i sogni conservano la realtà brutta
dell’emisfero testa.

Afa. Immobilità di piante enormi. Un cane urla.
La testa, barcollando, trattiene sull’orlo
della memoria labili numeri di telefono, visi. Se c’è una
tragedia vera, dove sipario è mantello,
muore non l’eroe fiero, ma, cadendo in sfacelo,
logorata, la scena.

VI

Poiché è tardi ormai per dire « addio »
e ricevere una risposta, escluso
l’eco, che sembra scongiurare « anch’io »
a tempo e spazio, fintamente maestosi
pronti ad elevare tutto al cubo
ciò che alle labbra rubano,
io scrivo queste mie righe, cercando,
con la mano affannata, un po’ alla cieca,
di prevenire anche soltanto di un secondo
l’« a che pro? » da quelle stesse labbra pronto
a involarsi e a navigare attraverso
la notte, ingigantendo.

Io scrivo da un Impero che distende
tutti i confini fino all’acqua. Sulla pelle
ho sperimentato due oceani e due continenti,
mi sento quasi come il globo: non
c’è più un posto dove andare. Solo stelle
più in là. E brillano.

Meglio guardar nel telescopio là,
dove una chiocciola s’è attaccata sotto una foglia.
Ho sempre avuto in mente, dicendo « infinità »,
l’arte di suddividere in tre la bottiglia
senza sprecare una goccia, alla luce degli astri,
non abbondanza di verste.

Notte. Da un partenone giunge roco un « cu-cu ».
Stanno le legioni, appoggiate alle coorti,
o i fori ai circhi. La luna lassù,
sembra una palla in un campo da tennis deserto.
Il sogno della regina degli scacchi: un parquet nudo, libero.
Ma senza mobili non si può vivere.

VII

Solo intessuto di fili di ragno ha diritto
l’angolo d’essere denominato retto.
Solo sentendo “bravo” l’attore si rialza. Solo
con una leva il corpo può alzare il mondo.
Si muove il corpo, solo se la gamba
è perpendicolare al suolo.

Afa. Nell’opaco anfiteatro d’un acquaio in zinco, in folla
gli scarafaggi circondano la spoglia
senza colore d’una spugna secca.
Girando la corona, il rubinetto,
quasi fronte di Cesare, senza pietà sopra le blatte
rovescia una colonna d’acqua.

Afa. Le bolle alle pareti del bicchiere
sembrano gli occhi del formaggio. È chiaro,
propria è alla cosa trasparente come
alla massa solida la gravità. Alla maniera del raggio,
gorgogliando, anche 9,81 si rifrange
nella carne dell’uomo.

Sulla rastrelliera appaiono soltanto i bianchi piatti,
come pagoda caduta; di profilo. E lo spazio rispetta
solo le cose che hanno tratti ripetibili. Le
rose. Ne vedi una, subito ce n’è un’altra: insetti
pullulano ronzando nella massa scarlatta,
api, vespe, libellule.

Afa. Servìle com’è, sopra il muro anche l’ombra
ripete il moto della mano che dalla fronte
toglie il sudore. L’odore del corpo vecchio è acuto
più del contorno. S’abbassa la lucidità. Nella sua
lazza d’osso il cervello si sfalda. Non c’è nessuno
che possa mettere lo sguardo a fuoco.

VIII

Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell’ansia!
Come il pesce sullo sabbia, l’uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s’alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.

Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettale.

Anche lo spazio, dove non c’è da sedersi,
come la stella in cielo, va in declino, finisce.
Ma, fino a tanto che una scarpa esiste,
c’è qualcosa su cui stare in piedi: superficie,
terraferma. E le sue sabbie incanta
del nasello il quieto canto:

« Più grande dello spazio è il tempo. Spazio è cosa.
Tempo, in fondo, è pensiero della cosa.
Vita è forma del tempo. Carpa o tinca,
un suo coagulo. E sono coagulo anche
articoli di genere più forte:
onde, suolo. E morte.

Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui,
sorge un suono, echeggia una parola.
“Amare” forse, o forse solo “ehi”.
Ma prima di riuscire a decifrarla, un’altra volta
tutto si fonde nell’abbaglio di strisce cieche,
come dalle tue ciocche ».

IX

L’uomo riflette sulla propria vita,
come la notte sulla lampada. A un momento dato
oltrepassa i confini di uno dei due emisferi,
il pensiero, e scivola via, come fosse una coltre,
denudando qualcosa, forse un gomito; la notte
è ingombrante, questo è vero,

ma non così smisurata da pensare che ricopra
entrambi gli emisferi. E l’asia e l’europa
del cervello, e le altre gocce di terra in mare, e l’africa,
a poco a poco scricchiando sull’asse secca, ruotano,
esibendo la loro vizza gota,
verso l’airone elettrico.

Guarda un po’: Aladino dice « sesamo » ed ha davanti l’oro;
chiamando Bruto, Cesare vaga nel deserto foro;
nel chiosco al Figlio del cielo parla d’amore l’usignolo;
una vergine dondola sotto il lume una cuna;
accenna sulla sabbia un papuaso nudo
un boogie-woogie.

Afa. Calciando al buio col ginocchio scoperto, in sonno,
capisci all’improvviso, a letto, che è un matrimonio:
che s’è voltato su un fianco a mille miglia di distanza
il corpo, con il quale da gran tempo
hai in comune solamente il fondo
dell’oceano e l’esperienza

della nudità; ma non per questo ci si alza in due.
Perché mentre laggiù c’è chiaro, qui nel tuo
emisfero fa buio. Per così dire, un astro solo
non basta per due corpi ordinari. Ossia
il globo è stato messo insieme, come voleva Iddio.
E non bastava un sole.

X

Abbassando le palpebre, un fondo di lenzuolo
vedo e la curva di un gomito. È
il paradiso, qui dove mi trovo,
poiché è luogo di fiacchezza il paradiso. Poiché
questo è uno di quei pianeti dove
non esiste prospettiva.

Prova a toccare con il tuo dito la punta
della penna, l’angolo del tavolo: questo
vedi, suscita dolore. Dove la cosa è acuta
si trova il paradiso dell’oggetto;
paradiso, raggiungibile in vita soltanto
perché l’oggetto non puoi prolungarlo.

Dove mi trovo è una sorta di picco
di montagna. Più in là è aria, Chronos.
Serba queste parole. Il paradiso è un vicolo cieco.
È un promontorio che s’incunea in mare. Un cono.
È la prua di un piroscafo di ferro.
Ma non si grida « Terra! ».

Si può dire soltanto che ore sono.
Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Moltiplica per due ciò che non c’è, e ti farai
finalmente un’idea di questo posto.
Poiché sono parole anche le cifre,
qui non hanno più significato del gesto,
che si scioglie nell’aria senza traccia,
come un pezzetto di ghiaccio.

XI

Restano delle grandi cose parole già dette,
liberi profili d’alberi, qualche tenace data;
ed anche un corpo col cappello di carta, in vista
dell’oceano. Come uno specchio, il corpo sta nel buio:
sul suo viso, nella sua mente non c’è nulla,
soltanto crespe.

Fatto d’amore, sogni sporchi, paura della morte, polvere,
tastandosi le ossa fragili, l’inguine vulnerabile,
quel corpo serve da prepuzio dello spazio, che filtra il seme:
una lacrima inargenta uno zigomo,
e si fa membro di se stesso l’uomo
e si getta nel Tempo.

Il confine orientale dell’Impero affonda nella notte, alla gola.
Il padiglione ascolta dalla chiocciola
il suo verbo, cioè ascolta la propria voce. Spreco
che sviluppa le corde, ma spegne lo sguardo.
Perché nel tempo puro non c’è incaglio,
per generare l’eco.

Afa. Soltanto se, tirato il fiato,
stai supino, puoi dirigere il discorso insecchito
in su, a quella deserta, muta landa.
Solo l’idea di se stesso e di un grande paese
può gettarvi di notte da parete a parete,
alla maniera di una ninnananna.

Dormi perciò tranquillo. Dormi. In questo senso, tu 
dormi, come coloro che hanno  fatto pipì.
I paesi confondono carte, subito avvezzi a spazi altrui. E,
ogni volta che senti l’uscio stridere,
non domandare « chi è? », e mai non credere 
a chi risponde chi è.

XII

L’uscio stride. Alla soglia sta un merluzzo.
Chiede da bere, è naturale, nel nome di Dio.
Non puoi lasciarlo andare senza un tozzo
di pane. E gli indichi la via, una via
contorta. Il merluzzetto se ne va.
Ma un altro, là per là

prova a picchiare all’uscio con il piede
(fra loro uguali come due bicchieri).
E per tutta la notte vengono, a schiere.
Ma chi vive sull’oceano deve sapere
come dormire, chiudendo gli orecchi, tranquillo,
al passo cadenzato del nasello.

Dormi, dormi. La terra non è tonda.
Poggetti, valloncelli: è solo lunga.
Ma più lungo della terra è l’oceano: l’onda
si frange a volte sulla sabbia come ruga
sulla fronte. E terra e onda sono più corte
solo della fila dei giorni.

E delle notti. E più in là, nebbia fitta:
angeli in paradiso, all’inferno demoni.
Ma cento volte più lunghi di questa fila
sono i pensieri di vita e il pensiero di morte.
Di quest’ultimo è lungo assai di più
il pensiero del Nulla; ma laggiù

è improbabile che l’occhio possa arrivare, e cosi
da sé si chiude per veder le cose.
Così soltanto, in sogno, è concesso di norma
agli occhi d’assuefarsi al mondo. Sogni profetici o
malefici, a seconda di chi dorme.
Stride un merluzzo all’uscio.

Josif Alexandrovic Brodskij

1975

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

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