Il quarto Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Kreuz im Gebirge, 1823

 

Ora io so quando si leverà l’ultimo giorno; quando la Luce
non fugherà più, spauriti, la Notte e l’Amore; quando sarà
eterno il Sonno e senza fine il Sogno. Avverto, in me, una
stanchezza celeste. Lungo e spossante mi fu il pellegrinaggio a
questa sacra tomba. Estenuante, su le spalle, la croce. Chi ha
gustato l’onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni,
sgorga dal grembo oscuro del monte, a’ cui piedi si rompe la
risacca terrena; chi stette lassú su quelle cuspidi, agli estremi
confini della Vita, e spinse di là gli sguardi verso la Terra
Promessa, verso i soggiorni della Notte, non tornerà piú invero
al travagliato mondo: alle contrade dove abita la Luce, irrequie-
tudine perenne. Costruisce là in cima, le sue capanne: asili 
di pace. Brama, ed ama. Scruta di là, lontano. Fin che la piú
perfetta delle ore non lo trae giú, alle scaturigini del fonte.
Ogni cosa terrestre vi sornuota, respinta dagli uragani. Ma ciò
che santo si fece per virtú d’amore, scorre disciolto per oscuri
tramiti all’opposto versante: e qui si mesce, aereo, con gli
altri amori addormentati.

 

Gioiosa Luce! E tu mi dèsti , ancóra,
stanco, al lavoro.
Un’ebbrezza di vivere m’infondi;
ma non riesci ad allettarmi via
dal simulacro della Ricordanza,
rivestito di musco.

Ben io vorrò muover le mani industri;
cercar, d’intorno, dove
l’opera mia ti giovi;
glorificar la tua magnificenza;
assiduo perseguir l’alta armonia
di che la tua sublime arte s’informa;
la corsa rimirar, ricca di sensi,
delle sfere sul fulgido quadrante
che ti misura, imperioso, il tempo;
l’equilibrio scrutar delle tue forze;
e le leggi indagare, a cui rispondi
nel prodigioso giuoco
degli infiniti spazii
e dell’età infinite.

Ma il mio segreto cuore
resta fedele alla Notte divina
ed al nato da Lei fattivo Amore.
Puoi, tu, mostrarmi un’anima
che resti salda in fedeltà perenne?
Possiede il sole tuo sguardi amorosi
che mi ravvisino?
La mano mia giunge bramosa a stringere
le tue splendenti stelle?
Mi rendon, esse, la carezza blanda
ed un tenero eloquio,
ond’io le vo rivezzeggiando?
Sei tu, che ornasti di tinte soavi
l’immensità notturna,
e che chiudevi le sue forme vaghe
in fluidi contorni;
o non piuttosto conferí la Notte
piú profonda incantevole piacenza
alle tue grazie?
Qual voluttà, qual mai delizia offerte
son dalla vita tua che ribilancino
l’ebbrezza della Notte?
Maternamente al seno Ella ti stringe,
e devi il tuo splendore a Lei soltanto.
Vaniresti in te stessa, dileguando
nell’infinito spazio,
s’Ella non ti reggesse al petto avvinta,
s’Ella non ti scaldasse
a generar con la tua fiamma il mondo.

Io ero, in verità,  —  prima che fossi.
La madre Notte mi mandò, co’ miei
simili tanti, ad abitar la terra
per adornarla con la ricca mèsse
di non mai vizzi fiori;
per farla santa col divino Amore
e che si ergesse in simulacro, ignudo
agli ammiranti sguardi…

Maturi ancor non sono
questi celesti pensamenti. Ancóra,
questa svelata Verità non conta
che scarse tracce.
Ma un giorno il tuo quadrante segnerà
l’ora postrema al Tempo.
Fatta mortale come noi mortali,
allor ti andrai spegnendo
colma di ardenti insodisfatti aneliti,
per esalare l’ultimo respiro.

Avverto in me la fine
dell’operosa tua fatica lunga,
il beato ritorno a una celeste
libertà primigenia.
Con irruente sofferenza, sento
l’esilio tuo dalla patria terrena,
l’impeto tuo ribelle all’almo antico
maraviglioso Cielo.

Ma il tuo furore tempestoso, è vano.
Ché inconsutile sta, alta, la Croce:
il trionfal vesillo
della progenie umana.

Travarco i confini del Giorno:
ed ogni tormento, ogni pena,
assilli colà diverranno
d’ebbrezze infinite.

Attendi: ché infrante, tra poco,
saran le diurne catene;
ed ebbro cadrò, per posarvi,
in grembo all’Amore.

Un mare infinito di vita
mi ondeggia irruente nel cuore.
Riguardo dall’alto già vinta
la Luce del mondo.

Laggiú, sovra il tragico Gòlgota,
si spegne il suo vivo fulgore.
La Notte, ne nasce. Ed effonde
frescure soavi.

Sollevami, Amato, con foga
possente al tuo cuore celeste,
cosí chi’io mi addorma in un sonno
capace d’amore.

La Morte, da’ flutti suoi neri,
mi genera a vita novella:
avverto mutarsi il mio sangue
in balsamo etèreo.

Io vivo nel corso dei giorni
ricolmo d’intrepida fede;
e muoio le notti, in un rogo
di ardore divino.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

∗∗∗

Die vierte Hymne an die Nacht

Nun weiss ich, wenn der letzte Morgen sein wird — wenn das
Licht nicht mehr die Nacht und die Liebe scheucht — wenn
der Schlummer ewig und nur ein unerschöpflicher Traum sein
wird. Himmlische Müdigkeit fühl ich in mir. — Weit und
ermüdend ward mir die Wallfahrt zum heiligen Grabe, drückend
das Kreuz. Die kristallene Woge, die, gemeinen Sinnen unvernehm-
lich, in des Hügels dunklen Schoss quillt, an dessen Fuss die
irdische Flut bricht, wer sie gekostet, wer oben stand auf dem
Grenzgebürge der Welt, und hinübersah in das neue Land, in
der Nacht Wohnsitz, — wahrlich, der kehrt nicht in das Treiben
der Welt zurück, in das Land, wo das Licht in ewiger Unruh
hauset.
Oben baut er sich Hütten, Hütten des Friedens, sehnt sich
und liebt, schaut hinüber, bis die willkommenste aller Stunden
hinunter ihn in den Brunnen der Quelle zieht — das Irdische
schwimmt obenauf, wird von Stürmen zurückgeführt, aber was
heilig durch der Liebe Berührung ward, rinnt aufgelöst in
verborgenen Gängen auf das jenseitige Gebiet, wo es, wie Düfte,
sich mit entschlummerten Lieben mischt.

 

Noch weckst du,
muntres Licht,
den Müden zur Arbeit.
Flössest fröhliches Leben mir ein.
Aber du lockst mich
von der Erinnerung
moosigem Denkmal nicht.
Gern will ich
die fleissigen Hände rühren,
überall umschaun,
wo du mich brauchst,
rühmen deines Glanzes
volle Pracht,
unverdrossen verfolgen
deines künstlichen Werks
schönen Zusammenhang,
gern betrachten
deiner gewaltigen,
leuchtenden Uhr
sinnvollen Gang,
ergründen der Kräfte
Ebenmass
und die Regeln
des Wunderspiels
unzähliger Räume
und ihrer Zeiten.
Aber getreu der Nacht
bleibt mein geheimes Herz.
und der schaffenden Liebe,
ihrer Tochter.
Kannst du mir zeigen
ein ewig treues Herz?
Hat deine Sonne
freundliche Augen,
die mich erkennen?
Fassen deine Sterne
meine verlangende Hand?
Geben mir wieder
den zärtlichen Druck
und das kosende Wort?
Hast du mit Farben
und leichtem Umriss
Sie geziert,
oder war sie es,
die deinem Schmuck
höhere, liebere Bedeutung gab?
Welche Wollust,
welchen Genuss
bietet dein Leben,
die aufwögen
des Todes Entzückungen?
Trägt nicht alles,
was uns begeistert,
die Farbe der Nacht?
Sie trägt dich mütterlich,
und ihr verdankst du
all deine Herrlichkeit.
Du verflögst
in dir selbst,
in endlosen Raum
zergingst du,
wenn sie dich nicht hielte,
dich nicht bände,
dass du warm würdest
und flammend
die Welt zeugtest.

Wahrlich, ich war, eh du warst.
Die Mutter schickte
mit meinen Geschwistern mich,
zu bewohnen deine Welt,
sie zu heiligen mit Liebe,
dass sie ein ewig
angeschautes Denkmal werde,
zu bepflanzen sie
mit unverwelklichen Blumen.
Noch reiften sie nicht
diese göttlichen Gedanken.
Noch sind der Spuren
unserer Offenbarung
wenig.
Einst zeigt deine Uhr
das Ende der Zeit,
wenn du wirst wie unser einer,
und voll Sehnsucht und Inbrunst
auslöschest und stirbst.
In mir fühl ich
deiner Geschäftigkeit Ende,
himmlische Freiheit,
selige Rückkehr.
In wilden Schmerzen
erkenn ich deine Entfernung
von unsrer Heimat,
deinen Widerstand
gegen den alten,
herrlichen Himmel.

Deine Wut und dein Toben
ist vergebens.
Unverbrennlich
steht das Kreuz
eine Siegesfahne
unsers Geschlechts.

Hinüber wall ich,
Und jede Pein
Wird einst ein Stachel
Der Wollust sein.

Noch wenig Zeiten,
So bin ich los,
Und liege trunken
Der Liebe im Schoss.

Unendliches Leben
Wogt mächtig in mir
Ich schaue von oben
Herunter nach dir.

An jenem Hügel
Verlischt dein Glanz.
Ein Schatten bringet
Den kühlenden Kranz.

Oh! sauge, Geliebter,
Gewaltig mich an,
Dass ich entschlummern
Und lieben kann.

Ich fühle des Todes
Verjüngende Flut,
Zu Balsam und Äther
Verwandelt mein Blut.

Ich lebe bei Tage
Voll Glauben und Mut
Und sterbe die Nächte
In heiliger Glut.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

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