Dire piano – Else Lasker-Schüler

Foto di Nastya Kaletkina

 

Tu ti prendesti tutte le stelle
Sul mio cuore.

I miei pensieri si increspano,
Io devo danzare.

Tu fai sempre quello che mi fa guardare in alto,
Stancare la mia vita.

Non posso più sopportare
La sera sopra le siepi.

Nello specchio dei ruscelli
Non ritrovo la mia immagine.

All’arcangelo tu hai rubato
I fluttuanti occhi;

Ma io spizzico il miele
Del loro azzurro.

Il mio cuore va lento sotto
Io non so dove –

Forse nella tua mano.
Dovunque lei si impiglia alla mia rete.

Else Lasker-Schüler

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Gennaio 2005, N. 190, Crocetti Editore

∗∗∗

Leise sagen –

Du nahmst dir alle Sterne
Über meinem Herzen.

Meine Gedanken kräuseln sich,
Ich muß tanzen.

Immer tust du das, was mich aufschauen läßt,
Mein Leben zu müden.

Ich kann den Abend nicht mehr
Über die Hecken tragen.

Im Spiegel der Bäche
Finde ich mein Bild nicht mehr.

Dem Erzengel hast du
Die schwebenden Augen gestohlen;

Aber ich nasche vom Seim
Ihrer Bläue.

Mein Herz geht langsam unter
Ich weiß nicht wo –

Vielleicht in deiner Hand.
Überall greift sie an mein Gewebe.

Else Lasker-Schüler

da “Meine Wunder. Gedichte”, Dreililien Verlag, Karlsruhe-Leipzig, 1911

«Stare coi morti, preferire i morti» – Giovanni Raboni

Foto di Philip McKay

 

Stare coi morti, preferire i morti
ai vivi, che indecenza! Acqua passata.
Vedo che adesso piú nessuno fiata
per spiegarci gli osceni rischi e torti

dell’assenza, adesso che è sprofondata
la storia… E cosí tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fiochi o forti
i mesti richiami dell’ostinata

coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce

scempio dell’esistente… (Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

Il primo Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Zwei Männer am Meer, Gemälde von 1817

 

Qual mai vivente dotato di sensi
non ama,
sovra tutte le splendide apparenze
dello spazio che intorno gli dilaga,
la Luce giocondissima
con le sue tinte, i raggi, i flutti;
e con la dolce onnipresenza sua,
squillante giorno?

Come la piú riposta
anima della Vita,
la respira il cosmo immane
delle insonni costellazioni
che nuotano danzando
in quell’azzurro oceano.
La respira la pietra, che brilla
in sua quiete eterna;
la pianta sensitiva, che risucchia;
il selvaggio focoso animale
d’innumerevoli forme.
Ma, sovra tutti,
il Viandante superbo:
gli occhi ricolmi di sensi profondi;
librati i passi leggieri;
dolcemente socchiuse le labbra
ricche di suoni.

Della Natura fulgida sovrana,
tutte costringe le forze terrestri
a trasmutarsi interminabilmente;
annoda e scioglie vincoli infiniti;
ogni creatura avvolge
nel suo divino ammanto.
La sua presenza sola,
svela (stupefacente meraviglia)
i reami del mondo.

Pure, io mi volgo altrove:
verso la santa inesprimibile
misteriosa Notte.

Giace lontano il mondo,
come sepolto in un profondo avello.

Squallida solitudine
vaneggia là dove prima splendeva.
Malinconia profonda
per le corde dell’anima mi vibra.
In gocce di rugiada
io voglio giú disciogliermi,
mescermi con la cenere!
Lontananze della memoria,
fervide brame della giovinezza,
sogni beati della dolce infanzia,
gioie fugaci e inutili speranze
della trascorsa vita,
vengono in veste grigia,
come labili nebbie vespertine
quando caduto è il sole.
In altri spazii, trapiantò la Luce
le sue tende gioiose.
E non ritornerà, dunque, piú mai
ai figli che l’aspettano
con innocente fede?

Ma che cosa zampilla, ora, repente
di sotto al cuore, in émpito presago,
ad inghiottir le brezze
della malinconia?
Prendi, a tua volta, gioia
dagli esseri terreni,
o tenebrosa Notte?
Che cosa celi mai sotto il tuo manto,
che sí mi giunge all’anima
con impeto invisibile?

Prezioso balsamo
un fascio di papaveri
dalle tua mani stilla.
Le gravi ali del cuore, in alto trai.
Una passione oscura, inesprimibile,
lo invade in ogni fibra.
Raggiante e spaurito,
un vólto grave io scorgo
che dolcemente pio su me si china,
per mostrarmi, fra riccioli conserti
in vaghi avvolgimenti multiformi,
la giovinezza della Madre vera.

Come infantile e grama,
ora, mi appar la Luce!
Come consolatore e benedetto,
l’addio del Giorno!
Solo perché la Notte ti sottrae
i fedeli adoranti,
tu seminasti per gli spazii immensi
le rifulgenti sfere,
ad annunciar l’onnipotenza tua,
(il tuo ritorno, o Luce!)
nell’ore in cui ti assenti.

Piú divini degli astri che lampeggiano
lassú nel cielo,
ne appaion gl’infiniti occhi interiori
che in noi la Notte ha schiusi.
Scrutano in piú remote lontananze
che non i piú pallenti astri remoti
di quelle schiere innumeri.
Senza l’ausilio di veruna luce,
esploran quelli
nel piú profondo un’anima che ama;
e d’ebbrezza indicibile riempiono
un piú sublime spazio.

Divino premio,
la Regina dei mondi,
l’Annunziatrice delle sfere etèree,
custode eccelsa del divino Amore,
mi manda te, soave Amante,
o vago sole
della notturna tenebra.
Ed ora, io veglio:
ché tuo mi sento come sono mio.
Ecco: ritorni, Amata!
È sorto il regno della Notte; e l’anima
mi ritrabocca d’infinita ebbrezza.
Sparve per sempre dalla terra il giorno,
e  mia novellamente, ora, tu sei!
E se lo sguardo affondo
entro gli abissi del tuo sguardo buio,
altro non scorgo che beato Amore!
Sovra l’altare della Notte immensa,
cadiamo avvinti come in molle talamo.
Cade da noi l’involucro terreno:
e, fatta ardente dall’ardente amplesso,
brucia la pura vampa
dell’olocausto dolce.
Consuma nell’ardore dello Spirito
questo mio corpo, Amata,
a che, vanendo, in piú intimo amplesso
con Te mi mesca; e duri eternamente
la notte nuziale.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

***

Die erste Hymne an die Nacht

Welcher Lebendige,
Sinnbegabte,
liebt nicht vor allen
Wundererscheinungen
des verbreiteten Raums um ihn
das allerfreuliche Licht,
mit seinen Farben,
seinen Strahlen und Wogen;
seiner milden Allgegenwart
als weckender Tag.
Wie des Lebens
innerste Seele
atmet es der rastlosen Gestirne
Riesenwelt,
und schwimmt tanzend
in seiner blauen Flut,
atmet es
der funkelnde, ewigruhende Stein,
die sinnige, saugende Pflanze,
und das wilde, brennende,
vielgestaltete Tier.
Vor allen aber
der herrliche Fremdling
mit den sinnvollen Augen,
dem schwebenden Gange
und den zartgeschlossenen,
tonreichen Lippen.
Wie ein König
der irdischen Natur
ruft es jede Kraft
zu zahllosen Verwandlungen,
knüpft und löst
unendliche Bündnisse,
hängt sein himmlisches Bild
jedem irdischen Wesen um.
Seine Gegenwart allein
offenbart die Wunderherrlichkeit
der Reiche der Welt.

Abwärts wend ich mich
zu der heiligen, unaussprechlichen,
geheimnisvollen Nacht.
Fernab liegt die Welt,
in eine tiefe Gruft versenkt:
wüst und einsam ist die Stelle.
In den Saiten der Brust,
weht tiefe Wehmut.
Fernen der Erinnerung,
Wünsche der Jugend,
der Kindheit Träume,
des ganzen langen Lebens
kurze Freuden
und vergebliche Hoffnungen
kommen in grauen Kleidern,
wie Abendnebel
nach der Sonne
Untergang.
In andern Räumen
schlug die lustigen Gezelte
das Licht auf.
Sollte es nie zu seinen Kindern
wiederkommen,
die mit der Unschuld Glauben
seiner harren?

Was quillt auf einmal
so ahndungsvoll
unterm Herzen,
und verschluckt
der Wehmut weiche Luft?
Hast auch du
ein Gefallen an uns,
dunkle Nacht?
Was hältst du
unter deinem Mantel,
das mir unsichtbar kräftig
an die Seele geht?
Köstlicher Balsam
träuft aus deiner Hand,
aus dem Bündel Mohn.
Die schweren Flügel des Gemüts
hebst du empor.
Dunkel und unaussprechlich
fühlen wir uns bewegt.
Ein ernstes Antlitz
seh ich froh erschrocken,
das sanft und andachtsvoll
sich zu mir neigt,
und unter unendlich
verschlungenen Locken
der Mutter liebe Jugend zeigt. 

Wie arm und kindisch
dünkt mir das Licht nun;
wie erfreulich und gesegnet
des Tages Abschied!
Also nur darum,
weil die Nacht dir
abwendig macht die Dienenden,
säetest du
in des Raumes Weiten
die leuchtenden Kugeln,
zu verkünden deine Allmacht,
deine Wiederkehr
in den Zeiten deiner Entfernung.
Himmlischer als jene blitzenden Sterne,
dünken uns die unendlichen Augen,
die die Nacht
in uns geöffnet.
Weiter sehn sie
als die blässesten
jener zahllosen Heere.
Unbedürftig des Lichts
durchschaun sie die Tiefen
eines liebenden Gemüts —
was einen höhern Raum
mit unsäglicher Wollust füllt.

Preis der Weltkönigin,
der hohen Verkündigerin
heiliger Welten,
der Pflegerin
seliger Liebe,
sie sendet mir dich,
zarte Geliebte,
liebliche Sonne der Nacht.
Num wach ich:
denn ich bin dein und mein.
Du kommst, Geliebte.
Die Nacht ist da.
Entzückt ist meine Seele.
Vorüber ist der irrdische Tag,
und du bist wieder mein.
Ich schaue dir ins tiefe dunkle Auge,
sehe nichts als Lieb und Seligkeit.
Wir sinken auf der Nacht Altar,
aufs weiche Lager.
Die Hülle fällt,
und angezündet von dem warmen Druck
entglüht des süssen Opfers
reine Glut.
Zehre mit Geisterglut
meinen Leib,
dass ich lustig mit dir
inniger mich mische
und dann ewig
die Brautnacht währt.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

Per B… – Attilio Bertolucci

Foto di Rimel Neffati

 

I piccoli aeroplani di carta che tu
fai volano nel crepuscolo, si perdono
come farfalle notturne nell’aria
che s’oscura, non torneranno più.

Così i nostri giorni, ma un abisso
meno dolce li accoglie
di questa valle silente di foglie
morte e d’acque autunnali

dove posano le loro stanche ali
i tuoi fragili alianti.

Attilio Bertolucci

da “Lettera da casa”, 1951, in “Attilio Bertolucci, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

Autunno – Andrej Andreevič Voznesenskij

Foto di Anka Zhuravleva

[a S. Ščipačev]

Sciabordio d’ali d’anitra. E, insieme,
per il viottolo segreto,
scintillio d’ultime ragnatele,
di ultimi viaggi in bicicletta.

Su, segui tu pure il loro esempio.
Bussa all’ultima casa per l’addio.
Sai che una donna abita lí dentro:
non aspetta per la cena il marito.

Per me, lei tirerà svelta il paletto,
si stringerà con la guancia alla mia giacca,
ridendo, lei, mi tenderà la bocca.
Ma d’improvviso, spenta, capirà tutto:
l’invito autunnale dei campi, il volo
dei semi, le famiglie che si dissolvono…

Lí, infreddolita e giovane,
starà a pensare, ecco,
che il melo, anche lui, porta il suo frutto,
che la Bianca, anche lei, ha il suo vitello.

Che la vita fermenta in cave querce annose,
nei campi, nelle case, dentro boschi ventosi.
A loro, germinare, stridere di richiami;
a lei, invece gemere, e struggersi invano.

Che ardore in quel sussurro delle labbra:
“ Per cosa, le spalle, i seni, le braccia,
e vivere, accendere il fuoco,
e, la mattina, al lavoro? ”

Le poserò le mani sulle spalle…
perché che cosa posso dirle?
Dai vetri, intanto, nella prima brina,
s’aprono fuori campi d’alluminio.
Su loro, nere, su loro, argentee,
allungandosi laggiú, sino alla linea
ferroviaria, arriveranno le mie impronte.

Andrej Andreevič Voznesenskij

(Traduzione di Mario Socrate in collaborazione con Maria Olsoufieva)

da “Scrivo come amo”, “Le Comete” Feltrinelli, 1962

Le poesie qui raccolte sono state tratte in parte da Parabola (Sovetskij Pisatel’, Mosca, 1960), Mozaika (Vladimirskoe Knižnoc Izdatcl’stvo, Vladimir, 1960), e in parte desunte da un gruppo di poesie comunicate direttamente dall’autore, alcune delle quali sono state poi pubblicate, in qualche caso con lievissime varianti, su “Znamja,” 4, 1962, e altre riviste sovietiche.

∗∗∗

Осень

[С. Щипачеву]

Утиных крыльев переплеск.
И на тропинках заповедных
Последних паутинок блеск,
Последних спиц велосипедных.

И ты примеру их последуй,
Стучись проститься в дом последний.
В том доме женщина живет
И мужа к ужину не ждет.

Она откинет мне щеколду,
К тужурке припадет щекою,
Она, смеясь, протянет рот.
И вдруг, погаснув, все поймет —
Поймет осенний зов полей,
Полет семян, распад семей…

Озябшая и молодая.
Она подумает о том,
Что яблонька и та — с плодами,
Буренушка и та — с телком.

Что бродит жизнь в дубовых дуплах,
В полях, в домах, в лесах продутых,
Им — колоситься, токовать.
Ей — голосить и тосковать.

Как эти губы жарко шепчут:
« Зачем мне руки, груди, плечи?
К чему мне жить и печь топить
И на работу выходить? »

Ее я за плечи возьму —
Я сам не знаю, что к чему…
А за окошком в первом инее
Лежат поля из алюминия.
По ним — черны, по ним — седы,
До железнодорожной линии
Протянутся мои следы. 

Андрей Андреевич Вознесенский