O dolce amore, dolce spina… – Edna St. Vincent Millay

Foto di Jennifer Hudson

 

O dolce amore, dolce spina, quando
da te fui punta al cuore, piano, e uccisa,
per giacere nell’erba abbandonata,
povera cosa fradicia di lacrime
e di pioggia nel pianto della sera,
dalle notturne brume al grigio giorno
che disperde le nubi nella luce
fra il canto degli uccelli al nuovo sole –
se avessi, dolce amore, dolce spina,
pensato allora quale acuta angoscia,
anche se ti compensa il giuramento,
l’ora felice può lasciare in seno,
non sarei corsa cosí pronta al cenno
di chi in fondo m’amava cosí poco.

Edna St. Vincent Millay

(Traduzione di Silvio Raffo)

da “L’amore non è cieco”, Crocetti Editore, 1991

***

XVII

Sweet love, sweet thorn, when lightly to my heart
I took your thrust, whereby I since am slain,
And lie disheveled in the grass apart,
A sodden thing bedrenched by tears and rain,
While rainy evening drips to misty night,
And misty night to cloudy morning clears,
And clouds disperse across the gathering light,
And birds grow noisy, and the sun appears—
Had I bethought me then, sweet love, sweet thorn,
How sharp an anguish even at the best,
When all’s requited and the future sworn,
The happy hour can leave within the breast,
I had not so come running at the call
Of one who loves me little, if at all.

Edna St. Vincent Millay

da “Fatal Interview: Sonnets”, H. Hamilton, 1931

2 commenti su “O dolce amore, dolce spina… – Edna St. Vincent Millay

  1. alessiagenesis ha detto:

    Quel vocativo incipit, romantico olio lenitivo, nasconde, invece, pena ed un crudele dolore. Il senso dell abbandono,la fine imposta di un sentimento che nn è finito( magari consumatosi completamente anche in una quotidiana conoscenza),quindi subita passivamente da uno dei protagonisti , resta una ferita quasi sempre aperta.L angoscia e il tormento che determina distolgono l individuo da qualsiasi attività.Si diviene fragili e sciocchi, non lucidi ed incapaci, impotenti come neppure una malattia del corpo ci rende.E l immagine ricalca solo quell inizio, così studiata per ottenere quell effetto etero , nn racconta e nn combacia con la spietata verità che le parole raccontano .Sono diverse le rappresentazioni di Ofelia (presa come esempio di struggente amore) nell arte e due in questo momento ricordo con certezza:un dipinto di Millet, credo, e Odilon Redon entrambi bellissimi epieni di colori, seppur di diverse correnti.Ma io amo quella scura, quei dipinti in cui è il dolore al suo più alto culmine il protagonista, non stemperato , reso vivo,carne,perché è lì che arriva a farsi forma. Ed ho una immagine che più di altre ho sentito mia, imabbatendomi in essa casualmente.Un’Ofelia distesa in parte sotto un albero, abito nero, con un’ edera tra le mani, lo sguardo perso e , in quello smarrimento, tutto il dolore e l impotenza .

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  2. alessiagenesis ha detto:

    Ci sono diversi errori nel mio commento,dovuti in buona parte allo scrivere rapido da un telefono ed ovunque e ,tutto sommato, si possono capire, mentre il significato tutto sarebbe ancora da limare…
    Una precisazione , però, sono obbligata a fare, poiché si tratta del nome dell artista inglese J.E.Millais che , messo in questo modo , ossia Millet, è divenuto completamente altro .Un altro grande pittore , J.F.Millet,di altra appartenenza e nazionalità francese.Chiudo riportando , ora meno frettolosamente, il nome della pittrice dell Ofelia da me descritta, l irlandese Margaret Clarke.

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