«Talpa antica porta peste» – Attila József

Talpa antica porta peste
il pensiero non pensato,
ficca il muso nel mangiare
e da un uomo a un altro corre.
Per sua colpa non sa l’ubriaco,
mentre in vino strozza il tedio,
di sorbire la minestra
vuota, ai poveri atterriti.

E perché dalle nazioni
giusta linfa non spreme lo spirito,
una nuova infamia accampa
gli uni contro gli altri i popoli.
Gracchia a stormi l’oppressione, cala
come su carogne, ai cuori;
e sul globo la miseria
cola come a ebete bava.

Fitte all’ago del bisogno
le ali delle estati pendono.
Come insetti su chi dorme,
sulle anime le macchine
brulicano. In profondo,
gratitudine, fiducia
si nascondono, le lacrime
bruciano, lottano voglia
di vendetta e coscienza.

Come lo sciacallo vomita
alle stelle le sue urla,
al nostro cielo, dove gli strazi ardono,
guaísce inutile il poeta…
Oh voi, stelle! Rugginose, rozze
lame, quante volte
siete scese dentro l’anima!
(Si sa, qui, solo morire).

Eppure ho fede. Piangendo ti prego,
bel futuro, non esser cosí arido!
Ho fede, non ci impalano piú, oggi,
come i nostri avi, una volta.
Verrà la calma della libertà,
la sofferenza si affína…
E finalmente saremo dimenticati anche noi
nell’ombra quieta delle pergole.

Attila József

1957

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia”, “I Supercoralli” Einaudi, 1982 

Infanzia – Georg Trakl

Vincent van Gogh, Sottobosco, 1887, Centraal Museum, Utrecht

 

Folto di frutti il sambuco; quieta abitava l’infanzia
Nell’azzurra grotta. L’antico sentiero
Dove sibila ora bruna gramigna
Ripensano i taciti rami; frusciare di foglie

Come acqua azzurra che tra le rocce suona.
Dolce è il pianto del merlo. Un pastore
Segue muto il sole che rotola dal colle autunnale.

Un attimo azzurro non è piú che anima.
Lungo il bosco si mostra schivo un animale e placide
Riposano a valle le vecchie campane e i casolari spenti.

Con piú devozione intendi il senso degli anni oscuri,
Frescura e autunno nelle stanze vuote;
E nel sacro azzurro l’eco di passi lucenti.

Piano stride una finestra aperta; a lacrime
Muove la vista del vecchio cimitero sopra il colle,
Memoria di narrate leggende; pure talvolta l’anima si rischiara
Se pensa umana gaiezza, giorni di primavera scurodorati.

Georg Trakl

(Traduzione di Ida Porena)

da “Georg Trakl, Poesie”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

Kindheit

Voll Früchten der Hollunder; ruhig wohnte die Kindheit
In blauer Höhle. Über vergangenen Pfad,
Wo nun bräunlich das wilde Gras saust,
Sinnt das stille Geäst; das Rauschen des Laubs

Ein gleiches, wenn das blaue Wasser im Felsen tönt.
Sanft ist der Amsel Klage. Ein Hirt
Folgt sprachlos der Sonne, die vom herbstlichen Hügel rollt.

Ein blauer Augenblick ist nur mehr Seele.
Am Waldsaum zeigt sich ein scheues Wild und friedlich
Ruhn im Grund die alten Glocken und finsteren Weiler.

Frömmer kennst du den Sinn der dunklen Jahre,
Kühle und Herbst in einsamen Zimmern;
Und in heiliger Bläue läuten leuchtende Schritte fort.

Leise klirrt ein offenes Fenster; zu Tränen
Rührt der Anblick des verfallenen Friedhofs am Hügel,
Erinnerung an erzählte Legenden; doch manchmal erhellt sich die Seele,
Wenn sie frohe Menschen denkt, dunkelgoldene Frühlingstage.

Georg Trakl

da “Gedichte”, Leipzig: Kurt Wolff Verlag, 1913

Il passaggio d’Enea – Giorgio Caproni

Michael Kenna, Crumbling Boardwalk, Shiga, Honshu, Japan., 2003

 

1.
Didascalia

Fu in una casa rossa:
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.

Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci, rare.

Erano lampi erranti
d’ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l’idea
che fosse il passaggio d’Enea.

1954
     2.
Versi
 A l’accent familier
nous devinons le spectre.

La notte quali elastiche automobili
vagano nel profondo, e con i fari
accesi, deragliando sulle mobili
curve sterzate a secco, di lunari
vampe fanno spettrali le ramaglie
e tramano di scheletri di luce
i soffitti imbiancati? Fra le maglie
fitte d’un dormiveglia che conduce
il sangue a sabbie di verdi e fosforiche
prosciugazioni, ahi se colpisce l’occhio
della mente quel transito, e a teoriche
lo spinge dissennate cui il malocchio
fa da deus ex machina!… Leggère
di metallo e di gas, le vive piume
celeri t’aggrediscono – l’acume
t’aprono in petto, e il fruscìo, delle vele.

T’aprono in petto le folli falene
accecate di luce, e nel silenzio
mortale delle molli cantilene
soffici delle gomme, entri nel denso
fantasma – entri nei lievi stritolii
lucidi del ghiaino che gremisce
le giunture dell’ossa, e in pigolii
minimi penetrando ove finisce
sul suo orlo la vita, là Euridice
tocchi cui nebulosa e sfatta casca
morta la palla di mano. E se dice
il sangue che c’è amore ancora, e schianta
inutilmente la tempia, oh le leghe
lunghe che ti trascinano – il rumore
di tenebra, in cui il battito del cuore
ti ferma in petto il fruscìo delle streghe!

Ti ferma in petto il richiamo d’Averno
che dai banchi di scuola ti sovrasta
metallurgico il senso, e in quell’eterno
rombo di fibre rotolanti a un’asta
assurda di chilometri, sui lidi
nubescenti di latte trovi requie
nell’assurdo delirio – trovi i gridi
spenti in un’acqua che appanna una quiete
senza umano riscontro, ed è nel raggio
d’ombra che di qua penetra i pensieri
che là prendono corpo, che al paesaggio
di siero, lungo i campi dei Cimmeri
del tuo occhio disfatto, riconosci
il tuo lèmure magro (il familiare
spettro della tua scienza) nel pulsare
di quei pistoni nel fitto dei boschi.

Nel pulsare del sangue del tuo Enea
solo nella catastrofe, cui sgalla
il piede ossuto la rossa fumea
bassa che arrazza il lido – Enea che in spalla
un passato che crolla tenta invano
di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo
ch’è uno schianto di mura, per la mano
ha ancora così gracile un futuro
da non reggersi ritto. Nell’avvampo
funebre d’una fuga su una rena
che scotta ancora di sangue, che scampo
può mai esserti il mare (la falena
verde dei fari bianchi) se con lui
senti di soprassalto che nel punto,
d’estrema solitudine, sei giunto
più esatto e incerto dei nostri anni bui?

Nel punto in cui, trascinando il fanale
rosso del suo calcagno, Enea un pontile
cerca che al lancinante occhio via mare
possa offrire altro suolo – possa offrire
al suo cuore di vedovo (di padre,
di figlio – al cuore dell’ottenebrato
principe d’Aquitania), oltre le magre
torri abolite l’imbarco sperato
da chiunque non vuol piegarsi. E,
con l’alba già spuntata a cancellare
sul soffitto quel transito, non è
certo un risveglio la luce che appare
timida sulla calce – il tremolio
scialbo del giorno in erba, in cui già un sole
che stenta a alzarsi allontana anche in cuore
di quei motori il perduto ronzio.

1954
       3.
 Epilogo

Sentivo lo scricchiolio,
nel buio, delle mie scarpe:
sentivo quasi di talpe
seppellite un rodìo
sul volto, ma sentivo
già prossimo ventilare
anche il respiro del mare.

Era una sera di tenebra,
mi pare a Pegli, o a Sestri.
Avevo lasciato Genova
a piedi, e freschi
nel sangue i miei rancori
bruciavano, come amori.

M’approssimavo al mare
sentendomi annientare
dal pigolio delle scarpe:
sentendo già di barche
al largo un odore
di catrame e di notte
sciacquante, ma anche
sentendo già al sole, rotte,
le mie costole, bianche.

Avevo raggiunto la rena,
ma senza avere più lena.
Forse era il peso, nei panni,
dell’acqua dei miei anni.

1955

Giorgio Caproni

da “Il passaggio d’Enea”, 1943-1955, in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Ego dominus tuus – William Butler Yeats

George Charles Beresford, William Butler Yeats, 1911

Hic

Sulla sabbia grigia, lungo il ruscello,
sotto la tua vecchia torre battuta dai venti
dove ancora arde un lume accanto al libro
che lasciò aperto Michael Robartes,
tu cammini sotto la luna e pure se i tuoi anni migliori
sono trascorsi, ancora cedi al fascino
di invincibili illusioni e tracci forme magiche.

Ille

Con l’aiuto di un’immagine
evoco il mio opposto, invoco tutto ciò
che meno ho guardato, ciò che meno ho curato.

Hic

Me stesso, non un’immagine io vorrei trovare.

Ille

È questa la speranza dei moderni, e alla sua luce
abbiam trovato la mente mite, sensibile
perdendo l’antica scioltezza della mano;
e non conta che usi scalpello, penna o pennello.
Siamo solo critici, creatori solo a metà,
timidi, confusi, vuoti e imbarazzati,
senza il sostegno dei nostri compagni.

Hic

Eppure Dante Alighieri, la mente
più immaginativa della Cristianità,
trovò se stesso, tanto che all’occhio della mente
il suo volto scavato è più espressivo
di ogni altro volto, tranne quello di Cristo.

Ille

Ma trovò se stesso,
o fu la bramosia a scavargli il volto,
il desiderio della mela che è sul ramo
più alto? E quell’immagine spettrale
fu l’uomo a Lapo e Guido amico?
Credo che lui l’abbia plasmata sul suo opposto,
forse l’immagine di un volto di pietra
che da una casa scavata nella roccia
fissa lo sguardo su un tetto beduino di crine di cavallo,
o è mezzo rovesciato fra sterco di cammello ed erba incolta.
Col suo scalpello lavorò alla pietra più dura.
Deriso da Guido per la sua vita lasciva,
beffardo e beffato, esiliato e costretto
a salir le scale altrui a mangiare pane amaro,
egli trovò una giustizia incorruttibile, e la più nobile
fra le donne che mai furono amate.

Hic

Eppure c’è di certo un’arte
che non nasce da tragici conflitti ma da uomini
amanti della vita, che si gettano a cercare la felicità
e cantano quando l’hanno trovata.

Ille

                                                               No, non cantano,
perché chi ama il mondo lo serve con l’azione,
diventa ricco, celebre, influente
e se scrive o dipinge sempre agisce:
la lotta della mosca nella marmellata.
Il retore vuole ingannare che gli è accanto,
il sentimentale se stesso; l’arte invece
non è che una visione del reale.
Qual è la parte nel mondo per l’artista
una volta desto dal sogno comune?
Solo disperazione e dispersione.

Hic

                                                             Eppure
nessuno nega che Keats amasse il mondo;
rammenta la sua deliberata felicità.

Ille

La sua arte è felice, ma chi può scrutargli la mente?
Io vedo uno scolaro quando penso a lui,
il viso e il naso schiacciati contro una vetrina
di dolciumi; di certo egli scese nel sepolcro
con il cuore e i sensi insoddisfatti
e compose − povero, afflitto e incolto,
escluso dalle ricchezze del mondo,
rude figlio di un custode di cavalli −
ricchi canti.

Hic

                        Perché lasci che il lume
arda da solo accanto al libro aperto
e tracci questi segni sulla sabbia?
Lo stile va cercato con un duro lavoro
sedentario e imitando i grandi del passato.

Ille

Perché è un’immagine che cerco, non un libro.
Gli uomini che nei loro scritti son più saggi
possiedono solo cuori ciechi, intorpiditi.
Evoco la creatura misteriosa che verrà lungo il ruscello
sulla sabbia umida; sarà simile a me,
poiché è il mio doppio,
e di tutte le cose immaginabili la più dissimile
si rivelerà, perché è il mio anti-sé;
eretto in mezzo a questi segni svelerà
ciò che io cerco. E lo sussurrerà,
come se timoroso che gli uccelli, prima dell’alba
lanciano in cielo i loro brevi gridi,
lo portino ai blasfemi.

William Butler Yeats

Dicembre 1915

 (Traduzione di Gino Scatasta)

da “Per amica silentia lunae”, Il cavaliere azzurro, Bologna, 1986 

Scritta nel 1915, questa poesia fu pubblicata nel 1917 sulla rivista «Poetry » e in seguito, nel 1919, nella raccolta The Wild Swans at Coole. Il titolo è tratto dalla Vita Nova dantesca. Per un esauriente commento alla poesia, si vedano le note di Anthony L. Johnson in W.B. Yeats, L’opera poetica, Mondadori, Milano 2008, pp. 1199-1205.
Michael Robartes compare per la prima volta nel racconto Rosa Alchemica, scritto nel 1897. È un occultista, fondatore di un ordine esoterico, e simboleggia per Yeats una personalità soggettiva, antitetica. Robartes riappare nelle poesie di The Wind among the Reeds (1899), in The Double Vision of Michael Robartes (1919) e nel titolo della raccolta di poesie del 1921 Michael Robartes and the Dancer. In A Vision (I ed. 1925, II ed. 1937), Robartes compare nella poesia introduttiva, The Phases of the Moon, dove insieme ad Aherne (altra maschera di Yeats, il sé oggettivo) passa sotto la torre del poeta e spiega all’amico le fasi della luna, le ventotto possibili personalità umane, che non potranno essere mai comprese dal poeta che studia libri e manoscritti alla luce di una lampada.
Sempre in A Vision, in Le storie di Michael Robartes e dei suoi amici, Michael Robartes riappare come un uomo «magro, bruno, muscoloso, perfettamente sbarbato, con lo sguardo vivo e ironico ». È a capo di una setta mistica, della quale fa parte anche il suo amico Aherne, che ha come scopo la rigenerazione del mondo. (Cfr. W.B. Yeats, Una visione, trad. it. di Adriana Motti, Adelphi, Milano 1973.)

∗∗∗

Ego dominus tuus

Hic

On the grey sand beside the shallow stream,
Under your old wind-beaten tower, where still
A lamp burns on above the open book
That Michael Robartes left, you walk in the moon,
And, though you have passed the best of life, still trace,
Enthralled by the unconquerable delusion,
Magical shapes.

Ille

                             By the help of an image
I call to my own opposite, summon all
That I have handled least, least looked upon.

Hic

And I would find myself and not an image.

Ille

That is our modern hope, and by its light
We have lit upon the gentle, sensitive mind
And lost the old nonchalance of the hand;
Whether we have chosen chisel, pen, or brush,
We are but critics, or but half create,
Timid, entangled, empty, and abashed,
Lacking the countenance of our friends.

Hic

                                                                       And yet,
The chief imagination of Christendom,
Dante Alighieri, so utterly found himself,
That he has made that hollow face of his
More plain to the mind’s eye than any face
But that of Christ.

Ille

                                  And did he find himself,
Or was the hunger that had made it hollow
A hunger for the apple on the bough
Most out of reach? And is that spectral image
The man that Lapo and that Guido knew?
I think he fashioned from his opposite
An image that might have been a stony face,
Staring upon a Beduin’s horse-hair roof,
From doored and windowed cliff, or half upturned
Among the coarse grass and the camel dung.
He set his chisel to the hardest stone;
Being mocked by Guido for his lecherous life,
Derided and deriding, driven out
To climb that stair and eat that bitter bread,
He found the unpersuadable justice, he found
The most exalted lady loved by a man.

Hic

Yet surely there are men who have made their art
Out of no tragic war; lovers of life,
Impulsive men, that look for happiness,
And sing when they have found it.

Ille

                                                               No, not sing,
For those that love the world serve it in action,
Grow rich, popular, and full of influence;
And should they paint or write still is it action,
The struggle of the fly in marmalade.
The rhetorician would deceive his neighbours,
The sentimentalist himself; while art
Is but a vision of reality.
What portion in the world can the artist have,
Who has awakened from the common dream,
But dissipation and despair?

Hic

                                                    And yet,
No one denies to Keats love of the world,
Remember his deliberate happiness.

Ille

His art is happy, but who knows his mind?
I see a schoolboy, when I think of him,
With face and nose pressed to a sweetshop window,
For certainly he sank into his grave,
His senses and his heart unsatisfied;
And made − being poor, ailing and ignorant,
Shut out from all the luxury of the world,
The ill-bred son of a livery stable keeper −
Luxuriant song.

Hic

                              Why should you leave the lamp
Burning alone beside an open book,
And trace these characters upon the sand?
A style is found by sedentary toil,
And by the imitation of great masters.

Ille

Because I seek an image, not a book;
Those men that in their writings are most wise
Own nothing but their blind, stupefied hearts.
I call to the mysterious one who yet
Shall walk the wet sand by the water’s edge,
And look most like me, being indeed my double,
And prove of all imaginable things
The most unlike, being my anti-self,
And, standing by these characters, disclose
All that I seek; and whisper it as though
He were afraid the birds, who cry aloud
Their momentary cries before it is dawn,
Would carry it away to blasphemous men.

William Butler Yeats

December 1915.

da “Per Amica Silentia Lunae”, Macmillan, 1918

A un compagno d’infanzia – Vittorio Sereni

Susan Burnstine, Bridge To Nowhere

I.

Non resta piú molto da dire
e sempre lo stesso paesaggio si ripete.
Non rimane che aggirarlo
noi due nel vento urlandoci confidenze futili
e crederle riepiloghi, drammatiche
verità sulla vita.
                               «Ma tu hai la bellezza…»
                                           «Chiacchiere
nel vento tenebroso, religione
della morte: gli anni che passano
tali e quali, la collina che riavvampa in autunno,
i campanili
assolati imperterriti,
pietrificate ossa di morti, le nostre
radici troppo simili, da troppo
per non dolersi insieme, che quel vento
fa gemere…»

Un’autostrada presto porterà un altro vento
tra questi nomi estatici: Creva
Germignaga Voldomino la
Trebedora – rivivranno
con altro suono e senso
in una luce d’orgoglio…
Non che sia questo la bellezza,
                                                        ma
la frustata in dirittura, il gesto
perentorio
sul cruccio che scempiamente si rigira in noi,
il saperla sempre a un passo da noi,
la bellezza, in un’aria frizzante:
questo,
che oscuramente cercano i libertini
e che ho imparato lavorando.

II.

Addio addio ripetono le piante.
Addio anche a me tocca ora di dirti
con la stessa tenerezza
e intensità, con la stessa
umiltà delle piante
che a stormire però continueranno
fuori dallo sguardo immediato.
Non c’è nessuno, sembra, al ponte
che ripasserò tra poco: non figuro mascherato
d’inesistenza non querulo viandante.
Dunque via libera, e basta con le visioni!
Nella domenica confusa
di un fiume alla sua foce si colluttano
salutarmente in me…

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965