«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Boris Smelov

 

Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.
Per giocare con esse, le diafane, alla reggia
delle ombre, su ali mozze, torna la cieca rondine.
E nel deliquio, a notte, echeggia una canzone.

Piú non s’odono uccelli, né sboccia il semprevivo.
Ha diafane criniere un branco di cavalli nella notte.
Va una barca sul fiume arido – vuota.
Fra i grilli la parola sta in deliquio.

E a mo’ di tenda o tempio, cresce adagio;
ora, Antigone folle, di colpo si risveglia,
e ora, morta rondine, si abbatte ai nostri piedi,
con tenerezza stigia e un verde ramoscello.

Oh, rendere il pudore del tatto che si fa occhio
e la tumida gioia del riconoscimento.
Il singhiozzo delle Aònidi, la nebbia,
i rintocchi, l’abisso mi sgomentano.

Di amare e riconoscere è concesso ai mortali,
in loro dalle dita anche il suono può erompere;
ma ciò che volevo dire, mi sfugge, e immateriale
il pensiero ritorna alla reggia delle ombre.

Sempre d’altro la diafana ci parla,
lei, rondine ed amica, lei, Antigone…
E le arde – nero ghiaccio – sulle labbra
una memoria di rintocchi stigi.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia ed esapodia giambica, con due versi ipòmetri, di quattro giambi; quartine a rime alterne (aBaB…)
La lirica appartiene al cosiddetto “ciclo greco” dei componimenti di Mandel´štam, dedicato all’attrice del Teatro Aleksandrinskij Ol´ga Arbenina-Gil´derbrandt (1897/98-1980), che il poeta frequentò per alcuni mesi durante l’autunno-inverno del 1920-21. Essa “racconta” il «processo creativo» del proprio nascere e formarsi (NBP, p. 556) – e prende avvío da una metaforica discesa del poeta nell’oltretomba «alla ricerca della parola» (MG, p. 636), del “canto”, della poesia.
v. 1: «Mi sfugge»; lett.: ‘Ho dimenticato’.
vv. 2-3: «diafane» (prozračnye), aggettivo sostantivato che qui è sinonimo di “ombre”, e che per affinità paronomastica rinvia a prizračnye (‘spettrali’); «reggia» corrisponde al vocabolo desueto e poetico čertog, che designa un palazzo, una dimora sfarzosa; la «rondine» fa da mediatrice tra il regno dei vivi e quello dei morti, sulla scorta d’una poesia di G. Deržavin del 1792-94, in cui s’immagina che la rondine trascorra l’inverno «nascosta negli abissi sotterranei», «esanime», per poi «levarsi dal suo sonno di morte» e «cantare il nuovo sole». La rondine dalle ali mozze è, secondo Gasparov, un simbolo della «parola irrecuperabile» (cfr. MG, p. 636), avviata – potremmo aggiungere – al letargo e al silenzio.
I vv. 4-8 contengono una descrizione degli Inferi; tra l’altro, il motivo dell’aridità, della secchezza in Mandel´štam evoca la morte.
v. 9: «cresce adagio»; la crescita della parola è di una lentezza quasi “mortale” (come certe chiese “mai finite” del Medioevo?); e di fatto la parola, carcerata nel «tenero», avvolgente buio dello Stige, si riduce a fugaci soprassalti, a residui di vita: i risvegli di Antigone (l’Antigone della tragedia di Sofocle, murata viva per ordine dello zio Creonte), il ramoscello nel becco della rondine.
v. 10: «si risveglia»; nel testo originale – prokinetsja, forma che Mandel´štam deriva, secondo Gasparov, dall’ucraino prokynutysja (‘destarsi’). C’è chi ritiene che a prokinetsja si debba sostituire il russo prikinetsja; e dunque il v. 10 significherebbe: «ora a un tratto si finge Antigone impazzita». Ma è una tesi chiaramente debole.
v. 13: «pudore del tatto che si fa occhio»; lett.: ‘ritegno, impaccio delle dita che vedono, che hanno il dono della vista’ – o paiono averlo («zrjačich pal´cev styd»). Il poeta, disceso agli Inferi, si smemora, «dimentica la parola, non è in grado di riconoscere a tasto» (MG, p. 636) ciò che un poeta vorrebbe/dovrebbe riconoscere. Cfr. nell’articolo Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Un cieco riconosce il volto amato non appena lo sfiori con le sue dita veggenti, e lacrime di gioia – l’autentica gioia del riconoscimento – gli sgorgano dagli occhi dopo la lunga separazione».
v. 15: «Aònidi» (o “sorelle Aonie”); come si sa, è uno dei nomi con cui, nell’antichità classica, venivano designate le Muse. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Я слово позабыл, что я хотел сказать.»

Я слово позабыл, что я хотел сказать.
Слепая ласточка в чертог теней вернется,
На крыльях срезанных, с прозрачными играть.
B беспамятстве ночная песнь поется.

Не слышно птиц. Бессмертник не цветет.
Прозрачны гривы табуна ночного.
B сухой реке пустой челнок плывет.
Среди кузнечиков беспамятствует слово.

И медленно растет, как бы шатер иль храм,
То вдруг прoкинется безумной Антигоной,
То мертвой ласточкой бросается к ногам,
С стигийской нежностью и веткою зеленой.

О, если бы вернуть и зрячих пальцев стыд,
И выпуклую радость узнаванья.
Я так боюсь рыданья Аонид,
Тумана, звона и зиянья!

А смертным власть дана любить и узнавать,
Для них и звук в персты прольется,
Но я забыл, что я хочу сказать,
И мысль бесплотная в чертог теней вернется.

Bсе не о том прозрачная твердит,
Все ласточка, подружка, Антигона…
И на губах, как черный лед, горит
Стигийского воспоминанье звона.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

Un commento su “«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

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