Miserere scritto sul muro – Gesualdo Bufalino

 

1

Più lontano mi sei, più Ti risento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l’abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia il petto.

2

Dunque è vano, Signore, somigliarti
nel nome, nella sorte, nella morte;
avere entro le palme due coltelli,
il costato corrotto;
pendere così freddi, così nudi,
con le vergogne battute dal vento.
Dolce Signore, perché ci abbandoni?
A noi anche Tu devi una donna
che ci schiodi e ci lavi,
un fantaccino cieco che ci vegli,
una resurrezione.

3

La stanchezza del mio cuore non si può dire,
e non ho voce più per gridare.
Signore, fammi mare
dentro la mente, rompimi i ginocchi.

Si divulga il mio viso nel vento,
come la polvere non ho padrone.
Posassi sul Tuo petto macilento
il mio capo, per dormire.

Nei miei occhi si macchia una rosa,
come un albero cadrò.
O Signore, concedimi sull’erba
una morte di cosa.

4

Per questa terra sfasciata dall’afa,
rozza terra latrante,
Tu cammini, lo so, con una lebbra
nascosta sotto la giacca.

Dalla Tua rada barba semita
Ti riconoscerò,
dalle Tue palme di torrido gelo
premute sulla mia fronte.

5

Verrà l’angelo ladro
al mio sonno d’albergo, alle mie braccia
inferme, già forza le porte,
la sua tozza bipenne,
sibila sulla mia faccia,
vampa d’oro di tra le penne
è la sua voce che odo,
il caro suo gergo solenne.
Lotteremo sino alla morte.

 Gesualdo Bufalino

da “Diceria dell’untore”, Bompiani, Milano, 1992

Appendice
Iniziata nei primi anni cinquanta e subito interrotta, quindi più volte riscritta, la Diceria passò attraverso vicissitudini multiple prima della stesura finale e della stampa (1981). In occasione della quale l’autore, al fine di non sovraccaricare al di là del lecito un libro di per sé eccessivo e lussuoso, decise di espungerne un certo numero di orpelli inizialmente previsti. Rimasero dunque fuori le epigrafi e i versi allegati a ciascun capitolo nonché gli epitaffi dei personaggi defunti e altre chiose integrative del testo: sovrabbondanze escluse per uno scrupolo di economia, ma portatrici, forse, d’un valore aggiunto, per chi voglia comprendere appieno le ragioni interne dell’opera e la sua laboriosa preistoria. Un antetesto-paratesto, insomma, che si è pensato di non disperdere ma di offrire in appendice al lettore.
[…]
“Un quaderno di carta da macero”, datato 1946 e intitolato Falsa testimonianza (aliter Totentanz), conteneva le poesie scritte alla Rocca. Di queste l’autore pensò di servirsi, quando ebbe terminato la Diceria, come supporto ai capitoli, al modo della Vita Nova dantesca (si veda Istruzioni per l’uso). Dopo la rinunzia al progetto, le poesie confluirono con qualche modifica nella raccolta poetica L’amaro miele, edita tardivamente nel 1982.
Qui vengono riportate nella loro stesura originaria, attestata dai manoscritti pavesi, e secondo l’incompleta sequenza di abbinamenti ivi prevista (le poesie come i capitoli della stesura che le riporta sono quindici contro i finali diciassette capitoli del romanzo).
[…]
Istruzioni per l’uso
All’atto della pubblicazione dell’opera, nel 1981, l’autore ebbe a scrivere e divulgò fra gli amici in tiratura limitatissima (cento esemplari) un libretto intitolato Diceria dell’untoreIstruzioni per l’uso (poi riedito insieme alla Diceria e a Museo d’ombre nel 1982) che nella presente occasione viene riproposto secondo la sua redazione più ampia, comprensiva di poche, ulteriori integrazioni.
[…]

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