Elegie romane – Josif Alexandrovic Brodskij

a Benedetta Craveri       

 

I

Mogano prigioniero in un salotto a Roma.
Isola polverosa di cristallo sotto il soffitto.
Nell’ora del tramonto le persiane sono come
un pesce che ha confuso scaglie e lisca.
Poggiando sul marmo rosso il piede nudo
il corpo muove un passo nel futuro:
vestirsi. Grida (gioco di ragazzi): « Ti ho visto, fai la statua! »,
ed io mi fermo dove mi trovo, come questa 
città
nella sua infanzia di gioia. Il mondo
è fatto di nudità e di pieghe, e in fondo a queste
c’è più amore che nei volti. Il tenore
piace perché scompare per sempre fra le quinte.
A notte, con una lacrima una pupilla azzurra
risciacqua il cristallino per dargli brillantezza.
E sopra di te la luna è come una piazza vuota:
senza fontana, certo. Ma la pietra è la stessa.

II

Mese di pendole immobili (in agosto è lesta
solo la mosca nella gola di una brocca secca).
Sui quadranti si incrociano le cifre
come fari antiaerei in cerca di un serafino.
Mese di tende abbassate, di sedie con le foderine,
del tuo doppio sudato nello specchio sul comò,
di api che dimenticano l’ordine delle celle
e volano verso il mare a spalmarsi di miele.
O getto chiaro, occupati di questo flaccido
muscolo troppo bianco e gioca con il ricciolo
su questa bruciacchiata canizie. A un torso randagio
e a rastrelli in ozio niente è più vicino
che un panorama di rovine; e anch’esse
si riconoscono nell’ «erre»  rotta ebraica.
Soltanto la saliva del discorso sa incollare i pezzi,
mentre il Tempo contempla il foro con occhio barbarico.

III

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Puzza gialla; stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo; nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico gregge.

IV

Due brunette nella biblioteca del marito
della più bella. Due giovani ovali al crepuscolo
sopra un libro si scontrano: è come se la
Musa spiegasse alla Parca quello che ha dettato.
Fruscio di carta vecchia, di rosso crêpe de Chine,
l’aria è impregnata di lavanda e ciclamino;
cambio d’acconciatura: brilla un gomito, per un momento
è un picco avvezzo al mutare dei venti.
Occhio marrone, che assorbi senza sforzo
mobili del tuo colore, tende, chicchi di melagrana:
sei più acuto e più tenero dell’occhio azzurro.
Ma quello azzurro di nulla ha bisogno!
L’azzurro è sempre pronto a distinguere il padrone
dalle merci gettate alla rinfusa
(ossia: il tempo dalla vita), per scrutarlo.
Così cerca la testa di scrutare la croce.

V

Un pianoforte suona nell’intervallo del pasto.
E il silenzio del vicolo addormentato
si copre di bemolle, come un pesce di scaglie,
e l’intonaco bruno, gonfiando le branchie,
respira dell’agosto l’aria fradicia,
e nel cavo bruciante della gola, frantume
di refrigerio, come perla fredda,
rotola Orazio. Io non ho eretto
un monumento in pietra, alto
fino alle nuvole, per far loro paura.
Del mio avvenire – di quello di ciascuno –
ho appreso dalle lettere, dal nero-inchiostro.
Così ci si addormenta a una Leica abbracciati,
per rifrangere i sogni nella lente
e riconoscere se stessi dalla foto,
svegliandosi in una vita più lunga.

VI

Abbraccia l’aria pulita, come fanno i rami di questi pini:
fra le dita ne resta quanto sul vetro, sul tulle.
Ma dalle nubi non torna più azzurro l’uccellino,
e anche noi non siamo proprio dèi in miniatura.
Perciò siamo felici: siamo un niente. E cime,
ed orizzonti, eccetera, sprezzano questa pelle liscia.
Corpo è rovescio dello spazio, comunque la si giri.
E perciò stesso noi siamo infelici.
Appòggiati piuttosto a questo portico, attraverso
la camicia il muro rinfrescherà le spalle;
e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville,
e come l’acqua, maestra d’eloquenza,
scorre da fessure rugginose, e non ripete
nulla salvo la ninfa che suona l’ocarina,
e salvo il fatto che cruda, fredda,
trasforma il viso in liquida rovina.

VII

In questi vicoli stretti, dove ingombra
anche il pensiero di sé, in queste circonvoluzioni
di un cervello che ha smesso di pensare al mondo,
dove, infiacchito o in preda a eccitazione,
sposti le scarpe nelle piazze, da una fontana
a una fontana, da una chiesa a un tempio
– così va ciabattando sul disco la puntina,
dimenticando di fermarsi al centro –,
ci si può rassegnare alla frazione miseranda
della vita che resta e al passato che anela
alla finitezza, a una parvenza
d’integrità. Il suono della suola
sulla terra è della loro unione armonica
melodia, serenata che al futuro
intona il tempo che fu, Caruso puro
per il cane fuggito dal grammofono.

VIII

Batti sopra la pagina vuota, lingua di candela,
palpita, cùrvati sotto il fiato rotto,
segui, ma non avvicinarti!, la sequela di lettere
in coda per acquistare un senso.
Rischiari un muro, un armadio, il satiro in una nicchia,
un’area ben più grande di quella che ricopre la scrittura.
Ed il filo del tuo fumo s’innalza e supera
i pensieri dell’autore di queste righe.
Del resto, acquisti un nome nella loro struttura;
con la stilografica, in memoria delle sottili tue
virgole, alla fine del millennio a Roma
scrivo « lampada », « miccia», « torcia », « fiaccola »,
e virgola, non punto, e la camera ha l’aspetto di prima.
(Creando, ben poco la penna ha creato).
Ma quanta luce dà nella notte,
con il buio fondendosi, l’inchiostro!

IX

Guscio di cupole, vertebre di campanili.
D’un colonnato, disteso membro a membro, calma e voluttà.
Sulla testa un astore, come la radice quadrata
del cielo, prima d’ogni preghiera, senza fine.
La luce raccoglie più di quello che ha seminato:
il corpo riesce a nascondersi, ma l’ombra no.
In queste latitudini le finestre danno tutte a nord,
qui dove tu tanto più bevi quanto meno conti.
Nord! Pianoforte gelato in un immenso iceberg,
varicella del quarzo nel vaso di granito,
paese piatto incapace di fermare lo sguardo,
le dieci dita rapide del diletto Ashkenazy.
Non si possono spedire legioni più su.
Solo coorti di lettere schiera la penna a sud.
E un sopracciglio d’oro, come tramonto su un cornicione,
si solleva, e gli occhi dell’amica brillano scuri.

X

Vita privata. Pensieri rotti, paure.
Una trapunta più informe dell’Europa.
Grazie a una giubba sgualcita e a una camicia azzurra
qualcosa si riflette ancora nello specchio del guardaroba.
Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso.
L’aria è cinta, come da un pegno, dalla stanza.
Volano via spaventate le gazze
dai pini, se dalla finestra getti a caso
uno sguardo. Roma, uomo, carta;
il codino dell’ultima lettera guizza via come un ratto.
Così s’impiccioliscono le cose nella loro prospettiva,
qui per fortuna irreprensibile. Sui ghiacci del Tanai, dalla vista
di tutti dileguando, il corpo squassato dai brividi,
col lauro rinsecchito calcato sulla fronte,
così si vaga, in un tempo che oltrepassa i limiti
del tempo che è concesso ad ogni grande potenza.

XI

Lesbia, Giulia, Cinzia, Livia, Michelina.
Busto, anche, bacino, cespuglietto di ricci.
Terra cotta dal cielo, molle fra le dita,
carne che ha acquistato eternità come l’anonimità di un torso.
Fonte d’immortalità: quelli che vi hanno conosciuto
nude, sono diventati catullo, statue, augusto,
traiano e altri ancora. Dee provvisorie! A voi sì
credere è dolce, non alle sempiterne.
Gloria a te, coscia dalla tenera pelle, a te, tondo ventre!
Bianco su bianco; come sognava Kazimir,
io, il più mortale dei passanti tra queste rovine,
che si rizzano come costole del mondo, bevo vino
aridamente da un osso cavo, d’estate, nella sera.
Il cielo è pallido più di una gota con un neo dorato.
Guardano in su le cupole, mammelle della lupa che, allattati
i due gemelli, si è rovesciata a dormire.

 XII

Chìnati, Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti  uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

Josif Alexandrovic Brodskij

1981

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Josif  Brodskij, Poesie italiane”, a cura di Serena Vitale, Adelphi Edizioni, 1996

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