La lettura è crudele. Undici endecasillabi in forma di ipertesto – Valerio Magrelli

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e
la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce
e la lingua riposavano. 
Agostino
O che il testo non sia, alla fin fine, un miserrimo
e stecchito parapetto che impedisce a certi psichi
di precipitare entro i baratri lautrémontiani del
«loro» corpo, e attraverso di essi in quelli del
 gran tutto.
Andrea Zanzotto
[Matrice]

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giú
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lí in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato alla vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

I. 
Ti guardo, cerco di guardarti dentro,

Trovarsi a fianco qualcuno assorto nella lettura,
mi porta a domandargli: dove sei?
Per questo cerco di cercarti dentro,
di raggiungerti dentro quel dentro
da cui mi sento irrimediabilmente escluso.
Per questo mi viene da chiederti:
perché non mi porti con te?

II. 
come se mi sporgessi su un abisso.

Sei a fianco, eppure mi sembra di guardarti dall’alto.
Forse perché, leggendo, guardi in basso,
verso quel punto dove ti sei ritirata
sottraendoti a me.
Ecco perché vengo avanti piano piano,
come sull’orlo di un baratro.
Ecco perché mi protendo verso il vuoto
in fondo al quale posso a malapena intravederti.

III. 
Mi affaccio al parapetto e guardo giú

Il tuo corpo mi fa da parapetto.
Mi ci posso appoggiare,
tanto non c’è nessuno.
Tu sei già andata via, sparita in basso,
nel fondovalle della tua lettura.
Mi aggrappo alle tue braccia
e scruto nella gola dove ti sei cacciata,
laggiú, piccola piccola, appartata.

IV. 
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi

Il vuoto del tuo corpo,
il suo silenzio,
dimostrano che il padrone non è in casa.
Resta solo il cappello, posato sulla sedia
per occupare il posto dell’assente.
Quando leggi, vai via, e mi lasci solo.

V. 
in una lontananza irraggiungibile.

Quando leggi, vai via, mi lasci solo
e inoltre mi impedisci di seguirti.
È come se, partendo,
non mi dicessi la tua destinazione.
Anche se la scoprissi (e l’ho scoperta,
tant’è vero che posso vederti,
se soltanto mi sporgo),
comunque non mi lasci avvicinare.
La lettura è crudele, è ostile e solitaria.

VI. 
Vorrei stare con te lí in basso, invece

Quanto mi piacerebbe stare insieme!
O meglio: stare insieme laggiú.
Riuscire a condividere quello spazio
da cui mi escludi, e che esiste soltanto
perché tu me ne escludi.
Sarebbe come chiedere di essere con te
nella lettura, ovvero nel «non-essere-con-te».
Il fatto è che ti installi dove io,
insieme a te, non potrò mai,
remota, assorta, sola,
nel giardino sul fondo del giardino.

VII. 
resto inchiodato a questo ponticello

Questo sono io:
il crampo di chi si afferra al corrimano
paralizzato dalle vertigini.
Ti guardo con occhi sbarrati,
terrorizzato dal vuoto, ipnotizzato
dalla tua immagine sul fondo del burrone,
e intanto il desiderio si tramuta
nell’intensità della presa con cui mi tengo stretto
al corrimano del tuo corpo.

VIII. 
atterrito e remoto, separato,

Impaurito dall’altezza e lontano da te,
significa in ultimo:
attratto da ciò che ci separa.
Il panico di chi teme di cadere
riflette il desiderio di cadere,
ossia di superare il vuoto che divide.
Tutto si intreccia, tutto si confonde
per generare nostalgia.

IX. 
legato alla vertigine che amo,

Cosí arriviamo al nodo, alla vertigine
come attrazione del vuoto, incomprensibile
amore della paura.
(Bisogna sempre pensare alle mani
che serrano spasmodicamente il loro appiglio.
Sta a loro dire quanto costi caro lo sforzo di trattenersi:
vorrei venire da te, ma non posso farlo).

X.
se amore è la distanza che ci chiama

Pare che la parola greca per «bellezza»
provenga dal verbo «chiamare».
Se la prima condizione della felicità
sta nel bisogno di essere strappati a noi stessi,
«portami con te» vuol dire allora:
«toglimi via da me».

XI.
e insieme la paura di varcarla.

Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014

«Portami il tramonto in una tazza» – Emily Dickinson

Félix Vallotton, Sunset, Bronze-Purple, 1911

128

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino –
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell’estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti – quanti passetti
fa la tartaruga –
Quante coppe di rugiada beve
l’ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa –
per volare via – in pompa magna.

Emily Dickinson

(Traduzione di Gabriella Sobrino)

c. 1859

da “Emily Dickinson, Poesie”, Newton Compton, Roma, 1987

∗∗∗

 128

Bring me the sunset in a cup
Reckon the morning’s flagon’s up
And say how many Dew,
Tell me how far the morning leaps –
Tell me what time the weawer sleeps
Who spun the breadths of blue!

Write me how many notes there be
In the new Robin’s extasy
Among astonished boughs –
How many trips the Tortoise makes –
How many cups the Bee partakes,
the Debauchee of Dews!

Also, who laid the Rainbow’s piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite –
Who count the wampum of the night
To see that none is due?

Who built this little Alban House
and shut the window down so close
My spirit cannot see?
Who’ll let me out some gala day
With implements to fly away
Passing Pomposity?

Emily Dickinson

c. 1859

da “Poems”, a cura di Mabel Loomis Todd e Thomas W. Higginson, Boston, Robert Brothers, 1891

Le avventure perdute – Alejandra Pizarnik

Fotografia di Katia Chausheva

Su nere rupi
precipita, inebriata di morte
l’ardente innamorata del vento.
                                             G. Trakl
LA GABBIA

Fuori c’è il sole.
Non è altro che un sole
ma gli uomini lo guardano
e poi cantano.

Io non so del sole.
Io so la melodia dell’angelo
e il sermone caldo
dell’ultimo vento.
So gridare fino all’alba
quando la morte si posa nuda
sulla mia ombra.

Io piango sotto il mio nome.
Io agito fazzoletti nella notte
e navi assetate di realtà
ballano con me.
Io nascondo chiodi
per schernire i miei sogni malati.

Fuori c’è il sole.
Io mi vesto di ceneri.

FESTA NEL VUOTO

Come il vento senza ali rinchiuso nei miei occhi
è la chiamata della morte.
Solamente un angelo mi legherà al sole.
In che luogo l’angelo,
in che luogo la sua parola.

Oh perforare con vino la soave necessità di essere.

LA DANZA IMMOBILE

Messaggeri nella notte hanno annunciato ciò che non udimmo.
Si è cercato sotto l’ululato della luce.
Si è voluto fermare l’avanzare delle mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.

E se si sono nascoste nella casa del mio sangue,
per quale motivo non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e mi deliro?

Di morte si è intessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso da erbacce
che gli impediscono di ricordare il colore del cielo.

Però io e loro sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

TEMPO
A Olga Orozco

Io non so dell’infanzia
non più di un timore luminoso
e di una mano che mi trascina
verso l’altra mia sponda.

La mia infanzia e il suo profumo
di uccello accarezzato.

FIGLIA DEL VENTO

Sono venute.
Invadono il sangue.
Odorano di piume,
di carenza,
di pianto.
Ma tu nutri la paura
e la solitudine
come due animaletti
perduti nel deserto.

Sono venute
a incendiare l’età del sogno.
Un addio è la tua vita.
Ma tu ti abbracci
come il serpente folle di movimento
che trova solo sé stesso
perché non c’è nessuno.

Tu piangi sotto il tuo pianto,
tu apri lo scrigno dei tuoi desideri
e sei più ricca della notte.

Ma crea così tanta solitudine
che le parole si suicidano

L’UNICA FERITA

Quale bestia caduta dallo stupore
si trascina nel mio sangue
e vuole salvarsi?

Ecco qui il difficile:
percorrere le strade
e additare il cielo o la terra.

ESILIO
A Raúl Gustavo Aguirre

Questa mania di sapermi angelo,
senza età,
senza morte in cui vivermi,
senza pietà per il mio nome
né per le mie ossa che piangono mentre vagano.

E chi non ha un amore?
E chi non gode tra i papaveri?
E chi non possiede un fuoco, una morte,
una paura, qualcosa di orribile,
per quanto sia con piume,
per quanto sia con sorrisi?

Sinistro delirio amare un’ombra.
L’ombra non muore.
E il mio amore
abbraccia soltanto ciò che fluisce
come lava dall’inferno:
una loggia silenziosa,
fantasmi in dolce erezione,
sacerdoti di spuma,
e soprattutto angeli,
angeli belli come coltelli
che si levano nella notte
e devastano la speranza.

ARTI INVISIBILI

Tu che canti tutte le mie morti.
Tu che canti ciò che non affidi
al sonno del tempo,
descrivimi la casa del vuoto,
parlami di quelle parole vestite di feretri
che abitano la mia innocenza.

Con tutte le mie morti
io mi consegno alla mia morte,
con manciate d’infanzia,
con desideri ebbri
che non girarono sotto il sole,
e non v’è una parola mattiniera
che dia ragione alla morte,
e non v’è un dio presso il quale morire senza smorfie.

LA CADUTA

Musica mai udita,
amata in feste antiche.
Ormai non riabbraccerò più
colui che giungerà dopo la fine?

Ma questo innocente bisogno di viaggiare
tra suppliche e ululati.
Io non so. Non so di altro che non sia il volto
dai cento occhi di pietra
che piange insieme al silenzio
e che mi aspetta.

Giardino percorso in lacrime,
abitanti che baciai
quando la mia morte ancora non era nata.
Nel vento sacro
tessevano il mio destino.

CENERI

Abbiamo detto parole,
parole per destare morti,
parole per fare un fuoco,
parole dove poterci sedere
e sorridere.

Abbiamo creato il sermone
dell’uccello e del mare,
il sermone dell’acqua,
il sermone dell’amore.

Ci siamo inginocchiati
e abbiamo adorato frasi lunghe
quanto il sospiro della stella,
frasi come onde,
frasi con ali.

Abbiamo inventato nuovi nomi
per il vino e per le risa,
per gli sguardi e i loro terribili
cammini.

Io adesso sono sola
–come l’avara folle
in cima alla sua montagna d’oro–
e scaglio parole in direzione del cielo,
ma io sono sola
e non posso dire al mio amato
quelle parole per le quali vivo.

BLU

le mie mani crescevano con la musica
dietro i fiori

però adesso
perché ti cerco, notte,
perché dormo con i tuoi morti

LA NOTTE

So poco della notte
ma pare che la notte sappia di me,
e non solo, mi assiste come se mi amasse,
ammanta la mia coscienza con le sue stelle.

Può darsi che la notte sia la vita e il sole la morte.
Può darsi che la notte è nulla
e le congetture su di lei nulla
e gli esseri che la vivono nulla.
Può darsi che le parole siano la sola cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Però la notte deve conoscere la miseria
che si abbevera al nostro sangue e alle nostre idee.
Deve scagliare odio contro i nostri sguardi
che le sono noti in quanto pieni di interessi, di incontri falliti.

Però mi accade di udire la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo a essere.

NULLA

Il vento muore nella mia ferita.
La notte mendica il mio sangue.

LA PAURA

Nell’eco delle mie morti
c’è ancora paura.
Tu sai della paura?
So della paura quando dico il mio nome.
È la paura,
la paura con il cappello nero
che nasconde ratti nel mio sangue,
o la paura con le labbra morte
che beve i miei desideri.
Sì. Nell’eco delle mie morti
c’è ancora paura.

ORIGINE

La luce è troppo grande
per la mia infanzia.
Ma chi mi darà la risposta mai impiegata?
Qualche parola che mi ripari dal vento,
qualche piccola verità sulla quale sedermi
e dalla quale vivermi,
qualche frase solamente mia
che io abbracci ogni notte,
nella quale mi riconosca,
nella quale mi esista.

Però no. La mia infanzia
comprende soltanto il vento feroce
che mi disperse nel freddo
quando campane morte
mi annunciarono.

Soltanto una melodia vecchia,
un qualcosa con bambini d’oro, con ali di verde pelliccia,
caldo, saggio come il mare,
che rabbrividisce dal mio sangue,
che rinnova la mia stanchezza di altre età.

Soltanto la decisione di essere dio finanche nel pianto.

LA LUCE CADUTA DALLA NOTTE

riversa sfinge
il tuo pianto sul mio delirio
cresci con fiori sulla mia attesa
ché la salvazione celebra
lo sgorgare del nulla

riversa sfinge
la pace dai tuoi capelli di pietra
sul mio sangue rabbioso

io non capisco la musica
dell’ultimo abisso
io non so del sermone
del braccio d’edera
però voglio essere dell’uccello innamorato
che trascina le ragazze
ebbre di mistero
amo l’uccello saggio in amore
il solo libero

PELLEGRINAGGIO
A Elizabeth Azcona Cranwell

Chiamai, chiamai come la naufraga sventurata
chiama le onde aguzzine
che conoscono il vero nome
della morte.

Ho chiamato il vento,
gli rivelai il mio desiderio di essere.

Ma un uccello morto
vola verso lo scoramento
in mezzo alla musica
quando streghe e fiori
tagliano la mano della bruma.
Un uccello morto chiamato blu.

Non è la solitudine con le ali,
è il silenzio della prigioniera,
è il mutismo di uccelli e vento,
è il mondo indispettito dalle mie risa
o i guardiani dell’inferno
che strappano le mie carte.

Ho chiamato, ho chiamato.
Ho chiamato alla volta del mai.

LA CARENZA

Io non so di uccelli,
non conosco la storia del fuoco.
Però credo che la mia solitudine dovrebbe avere le ali.

IL RISVEGLIO
A León Ostrov

Signore
La gabbia è diventata uccello
ed è volata via
e il mio cuore è impazzito
perché ulula alla morte
e dietro il vento sorride
ai miei deliri

Che cosa ne farò della paura
Che cosa ne farò della paura

Oramai la luce non balla sul mio sorriso
né le stagioni bruciano colombe nelle mie idee
Le mie mani si sono spogliate
e se ne sono andate dove la morte
insegna a vivere ai morti

Signore
L’aria castiga il mio essere
Dietro l’aria ci sono mostri
che si abbeverano con il mio sangue

È il disastro
È l’ora del vuoto non vuoto
È l’istante in cui mettere il catenaccio alle labbra 
udire i condannati gridare
contemplare uno a uno i miei nomi
impiccati al nulla

Signore
Ho vent’anni
Anche i miei occhi hanno vent’anni
eppure non dicono nulla

Signore
Ho consumato la mia vita in un istante
L’ultima innocenza è esplosa
Ora è mai o mai più
O semplicemente fu

Per quale ragione non mi suicido davanti a uno specchio
e scompaio per ricomparire nel mare
dove una grande nave mi attenda
con le sue luci accese?

Per quale ragione non mi estraggo le vene
e faccio di loro una scala
per fuggire dall’altra parte della notte?

Il principio ha generato la fine
Tutto continuerà allo stesso modo
I sorrisi logori
L’interesse interessato
Le domande di pietra in pietra
Le gesticolazioni che copiano l’amore
Tutto continuerà allo stesso modo
Ma le mie braccia insistono nell’abbracciare il mondo
perché ancora nessuno ha insegnato loro
che oramai è troppo tardi

Signore
Getta i feretri del mio sangue

Ricordo la mia infanzia
quando ero un’anziana
I fiori morivano tra le mie mani
perché la danza selvaggia della gioia
distruggeva loro il cuore

Ricordo le nere mattine di sole
quando ero bambina
vale a dire ieri
vale a dire secoli fa

Signore
La gabbia è diventata uccello
e ha divorato le mie speranze

Signore
La gabbia è diventata uccello
Che ne farò della paura

MOLTO PIÙ OLTRE

E cosa accadrebbe se cominciassimo a giocare d’anticipo
di sorriso in sorriso
fino all’ultima speranza?

Cosa accadrebbe?
E a me cosa importa,
a me, che ho perduto il mio nome,
il nome che mi era dolce sostanza
in epoche remote, quando io non ero io
ma piuttosto una bambina ingannata dal suo sangue?

Per cosa, per cosa
questo disgregarmi, questo dissanguarmi,
questo spennarmi, questo squilibrarmi
se la mia realtà arretra
come spinta da una mitragliatrice
e all’improvviso si lancia a correre,
pur se magari viene raggiunta,
fino a che cade ai miei piedi come un uccello morto?
Vorrei parlare della vita.
Ebbene è questa la vita,
questo ululato, questo conficcarsi le unghie
nel petto, questo strapparsi
i capelli a piene mani, questo sputarsi
nei propri occhi, soltanto per dire,
soltanto per vedere se si può dire:
«non è vero che io sono? non è così?
non è vero che io esisto
e non sono l’incubo di una bestia?».

E con le mani infangate
battiamo alla porta dell’amore.
E con la coscienza coperta
di sudici e splendidi veli,
chiediamo di Dio.
E con le tempie crepitanti
di stolta superbia
afferriamo per la cintola la vita
e di lato scalciamo la morte.

Ebbene è questo ciò che facciamo.
Giochiamo d’anticipo di sorriso in sorriso
fino all’ultima speranza.

L’ASSENTE
I

Il sangue vuole posarsi.
Gli hanno rubato la sua ragione d’amore.
Assenza nuda.
Mi deliro, mi spenno.
Cosa direbbe il mondo se dio
l’avesse abbandonato in questo modo?

II

Senza te
il sole cade come un morto abbandonato.

Senza te
rinvengo tra le mie braccia
e mi riporto alla vita
a mendicare fervore.

DA QUESTA SPONDA
Sono pura
perché la notte che mi rinchiudeva
nella sua nerezza mortale
è fuggita.
W. Blake

Perfino quando l’amato
brillerà nel mio sangue
come collerica stella,
mi alzerò dal mio cadavere
e facendo attenzione a non calpestare il mio sorriso morto
andrò all’incontro del sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amica della morte.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

∗∗∗

LAS AVENTURAS PERDIDAS
(1958)
A Rubén Vela

 

Sobre negros peñascos
se precipita, embriagada de muerte, la ardiente enamorada del viento. 
                                             G. Trakl
LA JAULA

Afuera hay sol.
No es más que un sol
pero los hombres lo miran
y después cantan.

Yo no sé del sol.
Yo sé la melodía del ángel
y el sermón caliente
del último viento.
Sé gritar hasta el alba
cuando la muerte se posa desnuda
en mi sombra.

Yo lloro debajo de mi nombre.
Yo agito pañuelos en la noche
y barcos sedientos de realidad
bailan conmigo.
Yo oculto clavos
para escarnecer a mis sueños enfermos.

Afuera hay sol.
Yo me visto de cenizas.

FIESTA EN EL VACÍO

Como el viento sin alas encerrado en mis ojos
es la llamada de la muerte.
Sólo un ángel me enlazará al sol.
Dónde el ángel,
dónde su palabra.

Oh perforar con vino la suave necesidad de ser.

LA DANZA INMÓVIL

Mensajeros en la noche anunciaron lo que no oímos.
Se buscó debajo del aullido de la luz.
Se quiso detener el avance de las manos enguantadas
que estrangulaban a la inocencia.

Y si se escondieron en la casa de mi sangre,
¿cómo no me arrastro hasta el amado
que muere detrás de mi ternura?
¿Por qué no huyo
y me persigo con cuchillos
y me deliro?

De muerte se ha tejido cada instante.
Yo devoro la furia como un ángel idiota
invadido de malezas
que le impiden recordar el color del cielo.

Pero ellos y yo sabemos
que el cielo tiene el color de la infancia muerta.

TIEMPO
A Olga Orozco

Yo no sé de la infancia
más que un miedo luminoso
y una mano que me arrastra
a mi otra orilla.
 
Mi infancia y su perfume
a pájaro acariciado.

HIJA DEL VIENTO

Han venido.
Invaden la sangre.
Huelen a plumas,
a carencia,
a llanto.
Pero tú alimentas al miedo
y a la soledad
como a dos animales pequeños
perdidos en el desierto.

Han venido
a incendiar la edad del sueño.
Un adiós es tu vida.
Pero tú te abrazas
como la serpiente loca de movimiento
que sólo se halla a sí misma
porque no hay nadie.

Tú lloras debajo de tu llanto,
tú abres el cofre de tus deseos
y eres más rica que la noche.

Pero hace tanta soledad
que las palabras se suicidan

LA ÚNICA HERIDA

¿Qué bestia caída de pasmo
se arrastra por mi sangre
y quiere salvarse?

He aquí lo difícil:
caminar por las calles
y señalar el cielo o la tierra.

EXILIO
A Raúl Gustavo Aguirre

Esta manía de saberme ángel,
sin edad,
sin muerte en que vivirme,
sin piedad por mi nombre
ni por mis huesos que lloran vagando.

¿Y quién no tiene un amor?
¿Y quién no goza entre amapolas?
¿Y quién no posee un fuego, una muerte,
un miedo, algo horrible,
aunque fuere con plumas,
aunque fuere con sonrisas?

Siniestro delirio amar a una sombra.
La sombra no muere.
Y mi amor
sólo abraza a lo que fluye
como lava del infierno:
una logia callada,
fantasmas en dulce erección,
sacerdotes de espuma,
y sobre todo ángeles,
ángeles bellos como cuchillos
que se elevan en la noche
y devastan la esperanza.

ARTES INVISIBLES

Tú que cantas todas mis muertes.
Tú que cantas lo que no confías
al sueño del tiempo,
descríbeme la casa del vacío,
háblame de esas palabras vestidas de féretros
que habitan mi inocencia.

Con todas mis muertes
yo me entrego a mi muerte,
con puñados de infancia,
con deseos ebrios
que no anduvieron bajo el sol,
y no hay una palabra madrugadora
que le dé la razón a la muerte,
y no hay un dios donde morir sin muecas.

LA CAÍDA

Música jamás oída,
amada en antiguas fiestas.
¿Ya nunca volveré a abrazar
al que vendrá después del final?

Pero esta inocente necesidad de viajar
entre plegarias y aullidos.
Yo no sé. No sé sino del rostro
de cien ojos de piedra
que llora junto al silencio
y que me espera.

Jardín recorrido en lágrimas,
habitantes que besé
cuando mi muerte aún no había nacido.
En el viento sagrado
tejían mi destino.

CENIZAS

Hemos dicho palabras,
palabras para despertar muertos,
palabras para hacer un fuego,
palabras donde poder sentarnos
y sonreír.

Hemos creado el sermón
del pájaro y del mar,
el sermón del agua,
el sermón del amor.

Nos hemos arrodillado
y adorado frases extensas
como el suspiro de la estrella,
frases como olas,
frases con alas.

Hemos inventado nuevos nombres
para el vino y para la risa,
para las miradas y sus terribles
caminos.

Yo ahora estoy sola
–como la avara delirante
sobre su montaña de oro–
arrojando palabras hacia el cielo,
pero yo estoy sola
y no puedo decirle a mi amado
aquellas palabras por las que vivo.

AZUL

mis manos crecían con música
detrás de las flores

pero ahora
por qué te busco, noche,
por qué duermo con tus muertos

LA NOCHE

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.

Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.

Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.

Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima inmensa delira
y grita que algo se fue para siempre.

Alguna vez volveremos a ser.

NADA

El viento muere en mi herida.
La noche mendiga mi sangre.

EL MIEDO

En el eco de mis muertes
aún hay miedo.
¿Sabes tú del miedo?
Sé del miedo cuando digo mi nombre.
Es el miedo,
el miedo con sombrero negro
escondiendo ratas en mi sangre,
o el miedo con labios muertos
bebiendo mis deseos.
Sí. En el eco de mis muertes
aún hay miedo.

ORIGEN

La luz es demasiado grande
para mi infancia.
Pero ¿quién me dará la respuesta jamás usada?
Alguna palabra que me ampare del viento,
alguna verdad pequeña en que sentarme
y desde la cual vivirme,
alguna frase solamente mía
que yo abrace cada noche,
en la que me reconozca,
en la que me exista.

Pero no. Mi infancia
sólo comprende al viento feroz
que me aventó al frío
cuando campanas muertas
me anunciaron.

Sólo una melodía vieja,
algo con niños de oro, con alas de piel verde,
caliente, sabio como el mar,
que tirita desde mi sangre,
que renueva mi cansancio de otras edades.

Sólo la decisión de ser dios hasta en el llanto.

LA LUZ CAÍDA DE LA NOCHE

vierte esfinge
tu llanto en mi delirio
crece con flores en mi espera
porque la salvación celebra
el manar de la nada

vierte esfinge
la paz de tus cabellos de piedra
en mi sangre rabiosa

yo no entiendo la música
del último abismo
yo no sé del sermón
del brazo de hiedra
pero quiero ser del pájaro enamorado
que arrastra a las muchachas
ebrias de misterio
quiero al pájaro sabio en amor
el único libre

PEREGRINAJE
A Elizabeth Azcona Cranwell

Llamé, llamé como la náufraga dichosa
a las olas verdugas
que conocen el verdadero nombre
de la muerte.

He llamado al viento,
le confié mi deseo de ser.

Pero un pájaro muerto
vuela hacia la desesperanza
en medio de la música
cuando brujas y flores
cortan la mano de la bruma.
Un pájaro muerto llamado azul.

No es la soledad con alas,
es el silencio de la prisionera,
es la mudez de pájaros y viento,
es el mundo enojado con mi risa
o los guardianes del infierno
rompiendo mis cartas.

He llamado, he llamado.
He llamado hacia nunca.

LA CARENCIA

Yo no sé de pájaros,
no conozco la historia del fuego.
Pero creo que mi soledad debería tener alas.

EL DESPERTAR
A León Ostrov

Señor
La jaula se ha vuelto pájaro
y se ha volado
y mi corazón está loco
porque aúlla a la muerte
y sonríe detrás del viento
a mis delirios

Qué haré con el miedo
Qué haré con el miedo

Ya no baila la luz en mi sonrisa
ni las estaciones queman palomas en mis ideas
Mis manos se han desnudado
y se han ido donde la muerte
enseña a vivir a los muertos

Señor
El aire me castiga el ser
Detrás del aire hay monstruos
que beben de mi sangre

Es el desastre
Es la hora del vacío no vacío
Es el instante de poner cerrojo a los labios
oír a los condenados gritar
contemplar a cada uno de mis nombres
ahorcados en la nada

Señor
Tengo veinte años
También mis ojos tienen veinte años
y sin embargo no dicen nada

Señor
He consumado mi vida en un instante
La última inocencia estalló
Ahora es nunca o jamás
o simplemente fue

¿Cómo no me suicido frente a un espejo
y desaparezco para reaparecer en el mar
donde un gran barco me esperaría
con las luces encendidas?

¿Cómo no me extraigo las venas
y hago con ellas una escala
para huir al otro lado de la noche?

El principio ha dado a luz el final
Todo continuará igual
Las sonrisas gastadas
El interés interesado
Las preguntas de piedra en piedra
Las gesticulaciones que remedan amor
Todo continuará igual

Pero mis brazos insisten en abrazar al mundo
porque aún no les enseñaron
que ya es demasiado tarde
Señor
Arroja los féretros de mi sangre

Recuerdo mi niñez
cuando yo era una anciana
Las flores morían en mis manos
porque la danza salvaje de la alegría
les destruía el corazón

Recuerdo las negras mañanas de sol
cuando era niña
es decir ayer
es decir hace siglos

Señor
La jaula se ha vuelto pájaro
y ha devorado mis esperanzas

Señor
La jaula se ha vuelto pájaro
Qué haré con el miedo

MUCHO MÁS ALLÁ

¿Y qué si nos vamos anticipando
de sonrisa en sonrisa
hasta la última esperanza?

¿Y qué?
¿Y qué me da a mí,
a mí que he perdido mi nombre,
el nombre que me era dulce sustancia
en épocas remotas, cuando yo no era yo
sino una niña engañada por su sangre?

¿A qué, a qué
este deshacerme, este desangrarme,
este desplumarme, este desequilibrarme
si mi realidad retrocede
como empujada por una ametralladora
y de pronto se lanza a correr,
aunque igual la alcanzan,
hasta que cae a mis pies como un ave muerta?
Quisiera hablar de la vida.
Pues esto es la vida,
este aullido, este clavarse las uñas
en el pecho, este arrancarse
la cabellera a puñados, este escupirse
a los propios ojos, sólo por decir,
sólo por ver si se puede decir:
«¿es que yo soy? ¿verdad que sí?
¿no es verdad que yo existo
y no soy la pesadilla de una bestia?».

Y con las manos embarradas
golpeamos a las puertas del amor.
Y con la conciencia cubierta
de sucios y hermosos velos,
pedimos por Dios.
Y con las sienes restallantes
de imbécil soberbia
tomamos de la cintura a la vida
y pateamos de soslayo a la muerte.

Pues eso es lo que hacemos.
Nos anticipamos de sonrisa en sonrisa
hasta la última esperanza.

EL AUSENTE
I

La sangre quiere sentarse.
Le han robado su razón de amor.
Ausencia desnuda.
Me deliro, me desplumo.
¿Qué diría el mundo si dios
lo hubiera abandonado así?

II

Sin ti
el sol cae como un muerto abandonado.

Sin ti
me torno en mis brazos
y me llevo a la vida
a mendigar fervor.

DESDE ESTA ORILLA
Soy pura
porque la noche que me encerraba
en su negror mortal
ha huido. 
W. Blake 

Aun cuando el amado
brille en mi sangre
como una estrella colérica,
me levanto de mi cadáver
y cuidando de no hollar mi sonrisa muerta
voy al encuentro del sol.

Desde esta orilla de nostalgia
todo es ángel.
La música es amiga del viento
amigo de las flores
amigas de la lluvia
amiga de la muerte.

Alejandra Pizarnik

da “Alejandra Pizarnik, Poesía Completa”, Lumen Barcellona, 2001

È qui, o dove? – Piero Bigongiari

Foto di René Groebli

 

L’amore, questo esotico miraggio
del segreto… Sei inquieto
per così poco?

                            Sii discreto, cuore,
sii discreto se vedi quel suo raggio
stillare nello sguardo misterioso
della creatura a cui hai dato un nome
o l’hai appena sospirato e già
è il sospiro lucente del creato.

È il mistero che estrai da te stesso
l’enigma che propone,
indelebile stigma sulle palme
aperte: con dolcezza ti accarezzano.

È sull’inerte che qualcosa piove
di quel raggio di sole. Quali prove,
quali altre prove ancora chiedi?

                                                                 Guarda
con altrettanta dolcezza quello che non vedi.

Piero Bigongiari

da “È qui, o dove?”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

In progresso – Vladimír Holan

 

Nulla può assolvere il poeta, nemmeno la sua morte.
Eppure della sua rischiosa esistenza
restano qui sempre e ancora, ma come se in più
alcuni segni. E in essi
non c’è perfezione, invero, anche se fosse il paradiso,
ma veridicità, anche se dovesse essere l’inferno…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 -1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Na postupu

Básníka nemůže omluvit nic, ani jeho smrt.
A přece z jeho nebezpečného bytí
zůstává zde vždycky ještě jaksi navíc
několik jeho znamení. A v nich
věru ne dokonalost, i kdyby jí byl ráj,
nýbrž pravdivost, i kdyby jí mělo být peklo…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964