Sguardo obliquo – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude

 

La tua pupilla si nasconde in fondo
al cavo dove spuntano le lacrime
ma è forse per raggiungervi il rotondo
spuntare della certezza, tu certo
non guardi altrove. Se l’altrove è qui,
se l’altrove è in questo spuntino mesto
di luce sul bicchiere, se l’altrove è di altre sere
che queste dove punta tutto, il tuo tacco
sulla pietra sicura di questa tua morte che cammina
non celebrata su altra pietra, se
la sorte è quella del passero ancora bagnato dall’uovo,
se non vi è altro ritrovo che questo punto di diffrazione
che ci unisce alle vene aperte dell’universo
che quasi, o quasar, ne sfiorano lambendola la curvatura
delle tue ciglia corrugate nelle mie mani.

E io che cosa dono se non quello che non mi appartiene
a chi aspetta ch’io parli. Tu parola
chiudi gli occhi per aprirli nell’interno stesso granato
del rimorso, s’io le fila imbroglio che l’aspo
impazzito annaspando rimette nel suo ordine opposto.
Tu parola sai ch’io non obbedirò,
sai che altri fiori virulentano i muri che voltano
dove la curva si fa più stretta, quasi al limite del bacio,
del bacio inviato per posta per non tradirsi labbro a labbro.

O mie labbra, o mie tenere labbra della ferita,
so bene che dal vostro bacio scoccherà gutturale
come tra i suoi pochi capelli bagnati una creatura,
ma lo zampillo che tra le labbra spiccherà,
sia una parola o il gemito incipiente d’una creatura,
io avrò visto nel segreto del mondo sigillarsi una busta
senza mittente né destinatario, forse nemmeno scritta,
forse uno scherzo divenuto serio avviandosi con enorme ritardo dove non era indirizzato.

                                                                                                        S’aprono fra scintille
di nettare altre amarezze, le più soavi, nel bicchiere posato
tra me e te come un vulcano se ti rivolti tra le mie braccia
e mi bruci qua e là con le cicche semispente del tuo sguardo consumato
tra i pruni ardenti dove qualcuno – rassèttati – può apparire all’improvviso:
da non raccogliere, esse, nel piattino della cenere, da lasciare
nel vento infuocato che chiude, o apre, le persiane e non sai
se è l’acrobata sul filo scorto un dì altissimo su una piazza dimenticata
che entra stavolta – ce l’ha fatta – per la tua finestra
o è l’occhio della volpe che scantona rotondo e mobilissimo tra le saggine.
Comunque senza rete, l’imprendibile non vi cade né vi si ravvolge,
preda mancata che, bava di fumo, svolta al primo rannuvolarsi
di quest’altro nostro opposto ma concorde perché opposto
respirare via via più aspro nel carbonio sempre più sottile e
impercettibile dell’amore.

Piero Bigongiari

29 gennaio ’74

da “Il tuo amore si è fermato sotto un sicomoro”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

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