Passato – Vincenzo Cardarelli

Vilhelm Hammershøi, Riposo, 1905, Parigi, Musée d’Orsay

 

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei piú che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sí, posso dire 
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finí, cosí rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordí una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo. 
 
Vincenzo Cardarelli

da “Opere complete”, “I Meridiani” Mondadori, 1981

«L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili» – Eugenio Montale

Brassaï, Le miroir de la salle de bains, 1944

 

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L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra,
il Valéry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici  –  e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
le musiche di tuo fratello Silvio.
Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio
stato civile fu dubbio fin dall’inizio.
Non torba m’ha assediato, ma gli eventi
di una realtà incredibile e mai creduta.
Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo
dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.

Eugenio Montale

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

Nero di re – Paul Celan

 

Lascia solo la notte parlare avanti agli occhi:
solo la foglia che ascolta dove è ancora vento;
solo la voce nella voliera.

Esse, esse sole.
Tu però calpéstati e di’ a te stesso: abbi coraggio,
merita la pietra che ti ricopre,
rimani amico delle barbe dei morti,
giungi fiore a verme,
issa la vela sulle casse da morto
prendi a bordo gli scarabei dai suoli piú fondi,
dài notizia ai turbati.

Dài loro annunzio duplice:
di te e di te,

dei due piatti della bilancia,
del buio, che chiede di entrare,
del buio, che consente di entrare.

Dài annunzio agli scarabei,
dài annunzio ai turbati,
giungi fiore a verme,
issa la tua vela sulle casse da morto,
poni a capo del letto il tuo cuore.

Paul Celan

(1948, probabilmente dopo il mese di luglio)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

Königsschwarz

Nur die Nacht vor den Augen laß reden:
nur das Blatt, das hört, wo noch Wind ist;
nur die Stimme im Vogelbauer.

Nur sie, nur sie allein.
Dich aber tritt mit dem Fuß und sprich zu dir selber: Sei tapfer,
sei würdig des Steins über dir,
bleib Freund mit den Bärten der Toten,
füg Blume zu Wurm,
hiß dein Segel auf Särgen,
nimm die Käfer der unteren Fluren an Bord,
gib Kunde den Trüben.

Gib ihnen zwiefache Kunde:
von dir und von dir,
von beiden Tellern der Waage,
vom Dunkel, das Einlaß begehrt,
vom Dunkel, das Einlaß gewährt.

Gib Kunde den Käfern,
gib Kunde den Trüben,

füg Blume zu Wurm,
hiß dein Segel auf Särgen,
bette dein Herz dir zu Häupten.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Il miele delle cinque – Natan Zach

Foto di Ralph Gibson

 

A quest’ora sembra tutto nuovo, tutto
sembra appassionato, immerso nel miele delle cinque e la notte
non ha ancora acceso le sue torce, e a New York è buio,
e sto seduto a Piazza Navona
davanti a una tazzina di caffè che si sfredda e col cuore in tumulto traccio
qualche altro geroglifico vano:
adesso nella mia terra cala la sera con ardenti
colori, mentre qui tutto è lento, tutto indugia.
E cosí fu sempre e cosí sarà, e anche questo
è già stato scritto e cancellato, come scrisse Keats.

Natan Zach

(Traduzione di Ariel Rathaus)

da “Sento cadere qualcosa”, Einaudi, Torino, 2009

Senza un’immagine – Cees Nooteboom

Gérard Laurenceau, Marine d’Albo, 2006

 

Senza un’immagine appare una poesia,
forma che ancora deve generarsi
dal territorio delle parole,
ereditata da chi non ho mai conosciuto.

Linguaggio, levigato nei sogni, sui pulpiti,
impastato nei letti, in camere solitarie,
da usarsi in vita e in morte, arma
nella lotta contro il caso, astuzia
del destino.

Chi eravamo, il nostro cammino
attraverso l’enigma
sta scritto nelle parole,
scrittura come figlia della lingua,
sussurro, lamento, il midollo
dei pensieri,

testamento di un’emozione
svanita, suono di decreti per il futuro
quando la folla si disperderà
dirigendosi alla sua muta
casa.

Cees Nooteboom

(Traduzione di Fulvio Ferrari)

da “Luce ovunque (2012- 1964)”, Einaudi, Torino, 2016

∗∗∗

Zonder beeld

Zonder beeld verschijnt een gedicht,
vorm die nog moet ontstaan
uit het domein van de woorden,
geërfd van wie ik nooit kende.

Taal, geslepen in dromen, op kansels,
gekneed in bedden, eenzame kamers,
te gebruiken bij leven en dood, wapen
in de strijd tegen het toeval, de list
van het lot.

Wie we waren, onze gang
door het raadsel,
het staat in woorden geschreven,
schrift als een dochter van spreken,
gefluister, gejammer, de merg
van gedachten,

testament van verdwenen
ontroering, toon van decreten voor later
als de menigte weg raakt,
vertrokken naar haar sprakeloos
huis.

Cees Nooteboom

da “Licht overal: gedichten”, Amsterdam: De Bezige Bij, 2014