«Noi vivremo» – Paul Celan

Paul Celan & Gisèle Celan-Lestrange

 

Noi
vivremo: tu,
mio figlio, e tu,
amata, tu
sua madre, e con voi
io − in questo
vostro
ospitale paese:
in Francia. Con
i suoi uomini, con
tutti gli uomini.
 
Si arrampica il fagiolo, il
bianco e il
rossochiaro − però
pensa anche alla
bandiera operaia a Vienna−
davanti a casa nostra
a Moisville.

Paul Celan

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

Bandiera operaia, riferimento all’insurrezione operaia, a Vienna, del 13/14-2-1938

∗∗∗

«Wir werden»

Wir werden
leben: du,
mein Sohn, und du,
Geliebte, du
seine Mutter, und mit euch
ich – in diesem
eurem
gastlichen Land:
in Frankreich. Mit
seinen Menschen, mit
allen Menschen.

Es klettert die Bohne, die
weiße und die
hellrote – doch
denk auch an die
Arbeiterfahne in Wien –
vor unserm Haus
in Moisville.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Sei tornata ridendo dal mercato… – Ghiannis Ritsos

Nickolas Muray, Portrait of Louise Brooks

Parola carnale
                             2

Sei tornata ridendo dal mercato, carica
di pane, frutta e un’infinità di fiori. Sui tuoi capelli, vedo,
ha passato le dita il vento. Non lo amo il vento;
te lo ripeto. E poi, che te ne fai di tanti fiori? Quali fra tutti,
tra l’altro, ti regalò il fiorista? E magari nello specchio
del suo negozio è rimasta la tua immagine illuminata di lato
con una macchia blu sul mento. Non li amo i fiori. Sul tuo seno
un fiore grande quanto un giorno intero. Siedi dunque di fronte a me;
voglio guardare tutto solo come pieghi il ginocchio, e star lì a fumare
finché cada la notte misteriosa e s’alzi magnetica sul nostro letto
una luna popolare da sabato sera, col violino, il salterio e un clarinetto.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Erotica”, Crocetti Editore, 1981

Sole il Primo – Odisseas Elitis

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932

SPESSO, QUANDO PARLO DEL SOLE, MI S’IMPIGLIA NELLA LINGUA UNA GRANDE ROSA TUTTA ROSSA. EPPURE MI È IMPOSSIBILE TACERE.
I

Non la so più la notte, tremenda anonimia di morte
Una flotta di stelle approda al porto del mio cuore.
Espero, sentinella, risplendi accanto alla celeste
Brezza di un’isola che mi sogna
Mentre annuncio dall’alto dei suoi scogli l’alba
I miei occhi ti fan solcare il mare abbracciato
Alla stella del mio cuore più vero: Non la so più la notte.

Non li so più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Leggo conchiglie foglie e stelle chiaramente
Per le vie del cielo superflua m’è l’inimicizia
A meno che sia il sogno a guardarmi ancora
Percorrere lacrimando il mare dell’immortalità
Espero, sotto la curva del tuo fuoco d’oro
Non la so più la notte che sia solo notte.

 II
CORPO DELL’ESTATE

N’è trascorso di tempo dacché s’udì l’ultima pioggia 
Sulle formiche e le lucertole
Adesso brucia il cielo senza fine 
I frutti si tingono la bocca
I pori della terra si aprono lentamente
E accanto all’acqua che goccia sillabando
Una pianta immensa fissa negli occhi il sole!

Chi è colui che giace sulle spiagge lassù
Fumando supino foglie d’ulivo argento
Le cicale si scaldano nelle sue orecchie
Le formiche lavorano sul suo petto
Lucertole gli guizzano dall’erba delle ascelle
E dalle alghe dei piedi passa leggera un’onda
Mandata dalla piccola sirena che cantò:

O corpo nudo e riarso dell’estate
Che l’olio e la salsedine han corroso
O corpo dello scoglio e fremito del cuore
Gran sventolio di chiome di vincastro
Alito di basilico sul pube riccioluto
Cosparso di aghi di pino e stelle piccoline
Corpo profondo, galleggiante del giorno!

Vengono piogge chete, violente grandinate
Passano coste sferzate dalle unghie del vento gelido
Che illividisce al largo con onde inferocite
Le colline sprofondano nelle mammelle dense delle nubi
Ma dietro a tutto ciò tu sorridi spensierato
E ritrovi la tua ora immortale
Come sugli arenili ti ritrova il sole
Come nella tua salute nuda il cielo.

III

Giorno lucente, conchiglia della voce che mi plasmò
Nudo, per camminare nelle mie domeniche quotidiane
Tra i benvenuto delle spiagge
Soffia nel vento mai prima conosciuto
Stendi un’aiuola di tenerezza
Perché il sole vi rotoli la testa
E i papaveri accenda con le labbra
I papaveri che uomini fieri coglieranno
Perché non resti altro segno sui loro petti nudi
Che il loro sangue sprezza-pericoli che cancellò il dolore
Giungendo fino al ricordo della libertà.

Dissi l’amore, la salute della rosa, il raggio
Che solo e dritto riesce a trovare il cuore
La Grecia che con passo sicuro entra nel mare
La Grecia che sempre mi reca in viaggio
Su monti nudi gloriosi di neve.

Porgo la mano alla giustizia
Diafana fonte, sorgente della vetta
Profondo e immutabile è il mio cielo
Ciò ch’io amo nasce incessantemente
Ciò ch’io amo è sempre al suo principio.

IV

Bevendo sole di Corinto
Leggendo i marmi
Scavalcando mari vigne
Mirando con l’arpione
Un pesce votivo tutto guizzi
Trovai le foglie che il salmo del sole manda a memoria
La terra viva che il desiderio saluta
Per farla schiudere.

Bevo acqua, taglio frutta
Affondo la mano nel fogliame del vento
Gli alberi di limone irrigano il polline dell’estate
I verdi uccelli fendono i miei sogni
E parto con uno sguardo
Uno sguardo esteso dove il mondo ridiventa
Daccapo bello alla misura del cuore.

V

Quale boccio non ancora amato minaccia l’ape
Il vento trova una compagnia di foglie ondeggianti
La terra beccheggia
Sulla schiuma dell’erba i gelsi spiegano le vele
L’ultimo viaggio è simile al primo primo.

Oh, si spezzino le pietre, si pieghino i ferri incolleriti
La schiuma giunga fino al cuore stordendo gli occhi inferociti
Il ricordo diventi un ramoscello di menta sempreverde
E vènti di festa si avventino dalle sue radici
Là pieghiamo la fronte
Che i nostri sfolgoranti averi siano alla portata
Del primo ardore generoso
E ogni lingua ridica la bontà del giorno
E calmo s’avverta nelle vene il pulsare della terra.

VI

La cominciarono bene la giornata
L’acqua si ridestò dentro la terra
Voce fredda neonata
Che incontra i quartieri dei muschi di lontano.

Con la carezza del girasole il campo
Non teme di cadere nell’abisso
Mano nella mano van gl’innamorati
Quando suonano le campane del sole.

Salute, eco, giumenta
Ferro di cavallo e ala del versante
Nuvola ed erba non mietuta
Bracciature glauche di vento.

Gli uccelli adolescenti obliquamente vanno
A sonare la primavera sulle nubi
E ciò che la gioia non chiamò mai per nome
Ora ha sete della felicità del mondo.

Sete del mondo, l’uniforme virile ti si addice
Andrai a trovare il tuo alveo femminile
Capovolgendo un pascolo stellato
Da cui fuggirono gli anemoni.

VII

Giù nell’aia minuscola della margherita
Hanno allestito un ballo sfrenato le api adolescenti
Il sole suda, l’acqua è tutta un tremore
Semi di sesamo infuocati cadono lentamente
Alte spighe di grano piegano il cielo bruno.

Con labbra di bronzo, corpi nudi
Bruciacchiati sull’acciarino dell’estro
Déeh! Déeh! I vetturini passano sbalzando
Nell’olio del declivio affondano i cavalli
E sognano i cavalli
Una città fresca con abbeveratoi di marmo
Una nuvola di trifoglio pronta a rovesciarsi
Sulle colline dagli alberi snelli cui scottano gli orecchi
Sui tamburelli dei vasti campi che fan ballare lo sterco di cavallo.

Laggiù tra il miglio d’oro dormicchiano maschiette
Ha un odore d’incendio il loro sonno
Il sole guizza tra i loro denti
La noce moscata stilla dolcemente dalle loro ascelle
E il vapore ubriaco inciampa pesantemente
Sull’azalea, sul semprevivo e sul salice odoroso.

VIII

Ho vissuto il nome amato
All’ombra del vecchio ulivo
Nello sciabordio del mare eterno.

Quelli che mi lapidarono non vivono più
Ho costruito una fonte con le loro pietre
Al suo limitare vengono ragazze acerbe
Le loro labbra discendono dall’alba
I loro capelli si sciolgono profondi nel futuro.

Vengono rondini, le neonate del vento
Bevono, volano, perché la vita vada avanti
Lo spauracchio del sogno si fa sogno
La sofferenza doppia il buon promontorio
Nessuna voce si perde in grembo al cielo.

O imperituro pelago, cosa sussurri dimmi
Di buonora mi trovo sulla tua bocca d’alba
Sulla sommità dove appare il tuo amore
Vedo la volontà della notte trasfondere le stelle
La volontà del giorno carezzare la terra teneramente.

Nei campi della vita semino mille piccoli turchesi
Mille ragazzi nell’onesto vento
Ragazzi belli e forti esalanti benevolenza
Che sanno guardar fissi gli orizzonti profondi
Quando la musica solleva le isole.

Ho inciso il nome amato
All’ombra del vecchio ulivo
Nello sciabordio del mare eterno.

IX

Il giardino entrava nel mare
Garofano profondo promontorio
Se ne andava con l’acqua la tua mano
A rifare letto di nozze il mare
Schiudeva il cielo la tua mano.

Angeli con undici spade
Veleggiavano accanto al tuo nome
Solcando le onde fiorite
In basso battevano le vele bianche
Alle incessanti raffiche del greco.

Con bianche spine di rose
Cucivi i fiocchi dell’attesa
Per i capelli dei poggi del tuo amore
Dicevi: il pettine della luce
È una sorgente nella terra che si svaga.

Saetta ladra, scandalo del riso
O nipotina della vecchia luce del sole
Dentro gli alberi scherzavi con le radici
Aprivi i piccoli imbuti d’acqua
Sferzando le giuggiole dell’oblio.

Ovvero ancora notte dai prodighi violini
Dentro i mulini semidiroccati
Parlavi in segreto con una maga
Nel seno nascondevi una grazia
Ch’era la stessa luna.

La luna qui, laggiù la luna
Enigma letto dal mare
Per compiacere te
Il giardino entrava nel mare
Garofano profondo promontorio.

X

Bambino dal ginocchio graffiato
Testa rasata, sogno intonso
Grembiule con àncore incrociate
Braccio di pino, lingua di pesce
Fratello minore della nuvola!

Vedesti imbiancarti accanto un ciottolo bagnato
Udisti il fischio di una canna
I paesaggi più nudi che hai conosciuto
I più ricchi di colori
In fondo in fondo il passeggiare buffo del sarago
In cima in cima il cappello della chiesetta
E laggiù laggiù una nave dai fumaioli rossi

Vedesti l’onda delle piante dove la brina
Faceva il bagno mattutino, la foglia del ficodindia
Il ponticello alla curva della strada
Ma anche il sorriso selvatico
Nei grandi colpi d’alberi
Nei grandi solstizi delle nozze
Là dove stillano lacrime dai giacinti
Là dove il riccio scioglie gl’indovinelli dell’acqua
Là dove le stelle preannunciano la tempesta.

Bambino dal ginocchio graffiato
Amuleto pazzo, mascella ostinata
Pantaloncini d’aria
Petto di scoglio, giglio d’acqua
Monello della bianca nuvola!

XI
MARINARETTO DEL GIARDINO

Con cuore orziero, il salso sulle labbra
Vestito alla marinara coi sandaletti rossi
S’inerpica dentro le nubi
Calpesta le alghe del cielo.
Zufola l’alba nella sua conchiglia
Giunge una prora spumeggiando
Angeli! Ai remi
Che attracchi qui la Vergine Annunciata!

Come li ammira giù in terra i signorotti dei giardini!
Quando il lagano gira la testa spettinata
Le cisterne traboccano
E la Vergine Annunciata approda
Nuda e stillante spuma con una stella marina in fronte
Col vento chiodo di garofano tra i capelli sciolti
E un gambero ancora vacillante sulle spalle arse dal sole!

— Madrina dei miei bianchi uccelli
Mia Gorgone Evangelista!
Che sfere di garofani blu sparan sul molo i tuoi cannoni
Quante armate di conchiglie affondano i tuoi fuochi
E come pieghi le palme quando il libeccio impazza
E trascina i ciottoli e la rena!

Negli occhi di lei passano speranze
Con barche d’ossi di seppia,
Sui tre delfini che le saltellan dietro
Gonfie bandiere sventolano!

— Ah, con che viole, con che lillà
Appunterei, di grazia, un auspicio sul tuo seno:
Che tu disponga per me un altro destino!
Non la tollero più la terraferma
Non mi trattengon più i cedrangoli
Lascia ch’io vada al largo con campane e proiettili!

Presto, Vergine mia, presto
Alta sui merli odo già aspra una voce
Batte e ribatte sulle sbarre di bronzo
Batte e ribatte e si fa più ardita
Brillano come soli le sue borchie argento
Ah, ci ordina — non l’odi? —
Ah, ci ordina: Bubulina!

Si rallegra la Vergine, la Vergine sorride
Come le somiglia il mare nel suo profondo scorrere!
— Sì, piccolo testardo
Sì, marinaretto del giardino
Tre velieri a tre alberi ti attendono nel sonno!

Ora, paglietta sulle ventitré e sandaletti rossi
Un temperino in mano
Il marinaretto del  giardino se ne va
Taglia le sartie gialle
Allasca le bianche nubi
Zufola l’alba nella sua conchiglia
Nei sogni esplode polvere
Nelle alghe del cielo è Pasqua!

XII

Barche semisommerse
Legni che si gonfiano con voluttà
Vènti scalzi vènti
Nei vicoli divenuti sordi
Discese di pietra
Il muto il pazzo
La speranza eretta a metà.

Grandi novità, campane
Bucati bianchi nei cortili
Gli scheletri sulle spiagge
Tinte, catrame, nafta
Preparativi per la Vergine
Che per festeggiare spera
In bianche vele e bandierine azzurre.

E tu negli orti superiori
Bestiolina del pero selvatico
Ragazzo acerbo, scarno
Il sole tra le tue cosce
S’impregna dell’odore
La ragazzina sull’opposta sponda
Arde lentamente per le ortensie.

XIII

Questo vento che ozieggia tra i cotogni
Quest’insetto che succhia le viti
La pietra che lo scorpione indossa sulla pelle
E queste biche sulle aie
Che giocano ai giganti coi bambinelli scalzi.

I disegni del Cristo risorto
Sul muro graffiato dai pini con le dita
La calce che sopporta i meriggi sulle spalle
E le cicale, le cicale negli orecchi degli alberi.

Grande estate di gesso
Grande estate di sughero
Le vele rosse di sghimbescio nel turbine
Sul fondale animali biondissimi, spugne
Fisarmoniche degli scogli
Persici con le ditate fresche del cattivo pescatore
Secche fiere alle lenze del sole.

Uno, due: la nostra sorte non la dirà nessuno
Uno, due: il destino del sole lo diremo noi.

XIV

Camminammo nei campi tutto il giorno
Con le nostre donne, i nostri soli, i cani
Giocammo, cantammo, bevemmo l’acqua
Fresca mentre zampillava dai secoli.

Nel pomeriggio ci sedemmo un attimo
Guardandoci in fondo agli occhi
Una farfalla volò dai nostri petti
Era più bianca
Del ramoscello bianco in cima al nostro sogno
Sapevamo che mai si sarebbe estinto
Che non ricordava affatto che vermi si portava dietro.

La sera accendemmo il fuoco
Cantando intorno intorno:

Fuoco bel fuocherello dei ceppi non darti pena
Fuoco bel fuocherello non ti ridurre in cenere
Fuoco bel fuocherello brucia anche noi
                                                                       raccontaci la vita.

La vita l’affrontiamo, noi, prendendola per mano
La guardiamo negli occhi che guardano nei nostri
E se è questo magnete che ci ubriaca, ormai lo conosciamo
E se a dolerci è questa malasorte, ormai l’abbiam capito
La vita raffrontiamo, noi, e intanto andiamo avanti
E i suoi uccelli che migrano salutiamo.

Siamo di buona stirpe, noi.

XV

Getta fuoco sull’olio
E fuoco in petto
Non è un angolo prudente la palestra dell’anima
La sorte assume una strana espressione da eliomante
Danza per la primavera
E la vertigine di maggio in un mare di camomille
Fende il tempo, spalanca le foglie delle querce
Tanto che il mendicante ha una stretta al cuore
Le sue rose mettono spine per i sazi
Le sue rose profumano d’eternità
Le sue rose nascondono nelle fibre
Sangue onesto che reclama vendetta.

Getta fuoco sull’olio
Trapassa con la lancia la greve nube incinta
Dove s’acquieta il travaglio della pioggia
Il mandorlo lavato si schiude risplendendo
I ragazzi si riversano nei campi
Non sono più stracci le loro voci
Sono vele multicolori su cui l’aquila gonfia la sua vittoria.

XVI

Di che pietre, di che sangue e ferro
Di che fuoco siam fatti
E sembriamo di pura nuvola
E ci lapidano, ci chiamano
Illusi
Come campiamo giorno e notte
Dio solo sa.

Quando la notte, amico, accende la tua elettrica sofferenza
Vedo distendersi l’albero del cuore
Le tue mani aperte sotto un’idea bianchissima
Che continuamente scongiuri
E mai non scende
Per anni e anni
Quella là in alto e tu quaggiù.

Ma la visione del desiderio si desta carne un giorno
E dove prima non risplendeva che un deserto nudo
Adesso ride una città, bella come tu l’hai voluta
La vedi quasi, ti attende
Dammi la mano e andiamoci prima che l’Aurora
La bagni tutt’intorno con grida di trionfo.

Dammi la mano — prima che gli uccelli s’adunino
Sulle spalle degli uomini a cantarlo
Che finalmente s’è vista giungere di lontano
La Vergine Speranza contemplata sempre dal mare!

Andiamo insieme e che ci lapidino
Ci chiamino pure illusi,
Amico, quanti non compresero mai
Con che ferro, che pietre e sangue e fuoco
Sogniamo, cantiamo, edifichiamo!

XVII

Giocai con la neve del monte Chelmo
Mi abbronzai tra gli uliveti di Lesbo
Gettai ciottoli bianchi nel mar Mirtoo
Intrecciai chiome verdi sul dorso dell’Etolia.

Luoghi che dell’inobliabile fiore della luna
E dei succhi del sole mi nutriste
Oggi sono per voi
Occhi che vi accompagnino con una più buona luce.

Occhi per una più buona passeggiata
Le notti incidono nelle vostre viscere
Disegni erculei.
Colui che oserà dire: determino la vita
E non lo fulminerò al morte
Colui che dirà: da un pugno d’aria pura
Nasca una rosa nuda
Ed essa nascerà
Quello avrà cento secoli nel petto
Ma sarà giovane
Giovane come la vocina dell’acqua nuova alle fatiche
Che dal fianco del giorno si riversa
Giovane come il germoglio d’un ramo intatto
Giovane senza ruga di terra, senz’ombra di cielo
Né letizia, gioia del peccatore.

XVIII

In alto, con una torcia di spighe l’ardimento
Avanza tra le onde e canta:

Ragazzi che mi conoscete — piccoli patrioti del sole
Con verghe e strani uccelli nelle mani
Con cuori erbosi e occhi sinceri
Che dalle spiagge udite il rombo del levante
Scaldando una luce infinita nel vostro abbraccio
Dall’estremità del cielo fino in fondo al cuore
Con ostinazione purpurea — piccoli patrioti del sole
Che dite: la sola via è il levante!

La terra dell’ulivo e del fico e del cipresso
Delle vigne, dei fiumi in secca e delle grandi cupole
Poggia da un lato sulla riva dei nostri sogni
Ascoltatemi, sono dei vostri, porgetemi una mano
Cui piaccia tagliare d’un colpo i sogni interi
Che nuoti liberamente nella giovinezza delle nubi.

Parla la terra, s’ode dal fremito degli occhi.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Odisseas Elitis, Sole il Primo”, “Quaderni della Fenice” Guanda, 1979

Questo inizio di noi – Mario Benedetti

Mario Benedetti, foto di Dino Ignani

       

       Se le vite si ritraggono ognuna
nel suo continuare o nel rimembrarsi
avremo sempre le parole in posa.

Vedi, il libro ti è davanti, le frasi
mozze bene assottigliate sussumono
anni di giornate con le loro ore.

Getta quel libro, è odore della carta:
e il bimbo apriva e ripiegava, apriva
e ripiegava l’odore d’inchiostro

e delle figure: la madre giovane
ma il bambino la vedeva una morta
ma anche non era una morta, davanti

quell’angolo di muro che si apriva
e ripiegava, apriva e ripiegava.

∗∗∗

       Vive nei brividi del porfido,
va sotto i muri delle case,
si apre alle campagne, la pioggia.
Piove, e quale fiume sarà,
un mare qualunque. Nessuno,
Annina, Rjelka, Agostino,
nessuno. E qui soltanto piove.

∗∗∗

       Ma tu lo sai che c’era?
Siamo nati insieme, lui alla porta vicina.
Se un giorno non lo avessi visto?
In qualche posto ci sarebbe stato.
Se il posto fossero altri visi
con le loro facce, con la loro morte?
È finita. Si resta a guardare,
le parole scorrono insieme alle dita.
Non devi più alzarti da te.
Tanti passi, tanti sguardi, altri cieli.
La tua vita, nessun commento.

∗∗∗

        Guardare prima, guardare dopo.
Cadere fuori pagina, mentre un’altra penna
guarda. E non sapere come
da sogno a sogno le figure quasi si raccolgano:
la via con la casa da poter comprare
prima, la via con i terrazzi in alto
dopo: il dopoguerra, la nostra passeggiata.
Il vuoto si rigira qui e fa ombre
esili quanto esile è la pagina.

∗∗∗

Dedica

Allora, il tempo della vita dopo. Allora.
Eri lì o una di queste sere. Ma ci vuole affetto
per parlare, dell’affetto per scrivere.

Cose fuori pagina, che si vivono e basta.
Pensieri. E comunque, stai bene? hai
studiato? Come passano gli anni,

vedi, come passano gli anni,
e i tuoi sono ancora pochi. E il volere
che non si parli più, non si scriva più

per andare a capo. Una sola voce lontana…,
quando sarò non presente a me…
Solo offuscati… e piano piano andarcene.

Mario Benedetti

2015

da “Tutte le poesie”, Garzanti, 2017

Porta via l’amarilli – Gottfried Benn

Imogen Cunningham, Amaryllis Flower, 1933

 

Io non posso piú veder fiorire,
è cosí lieve e cosí totale
e dura un’ora almeno
di sogno e di resurrezione.

Porta via l’amarilli,¹
lo vedi, no? Totale – e rossa
e traboccante impone
il suo una volta e mai piú.

Cosa sarebbe un’ora che dura
nella mia mente distrutta,
tutto va in pezzi, in attimi
si frange rabbrividendo.

Gottfried Benn

26 gennaio 1953

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹ Il grande, carnale fiore rosso è per Benn già troppo natura e troppo intimidatorio. Gli preferisce mandorli, lillà, rose, ortensie, gladioli, nontiscordardime. (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Nimm fort die Amarylle

Ich kann kein Blühen mehr sehn,
es ist so leicht und so gründlich
und dauert mindestens stündlich
als Traum und Auferstehn.

Nimm fort die Amarylle,
du siehst ja: gründlich: – sie setzt
ganz rot, ganz tief, ganz Fülle
ihr Eins und Allerletzt.

Was wäre noch Stunde dauernd
in meinem zerstörten Sinn,
es bricht sich alles schauernd
in Augenblicken hin.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986