Voi non vi ha amato nessuno – Agota Kristof

Agota Kristof, foto di Jean-Pierre Baillod

 

Lentamente imbianca la notte sul suo viso senza sole
incessanti le stelle cadono
in profondi laghi scuri cadono
e in profondi boschi scuri cadono
le stelle

bianche
case ai margini della foresta inceneriscono si tende
il corpo di pietra delle strade dolore insensato
si nasconde nelle vene degli alberi
sempre più forte è il vento
sempre più scura la neve

fratelli
voi non vi ha amato nessuno ma domani
metterete piede sui raggi
della luna
i vostri occhi si abbelliranno laverete via macchie di sangue
dalle vostre mani dalle vostre labbra
attorno a voi cresceranno gli alberi
si placherà anche la notte e il vento porterà
cenere tiepida sulle vostre terre sterili

Agota Kristof

(Traduzione di Vera Gheno)

da “Chiodi”, Edizioni Casagrande, 2018

∗∗∗

Titeket senki sem szeretett

Lassan megőszül az éj naptalan arcán
a csillagok egyre hullnak
sötét mély tavakba hullnak
és sötét mély erdőkbe hullnak
a csillagok

fehér
erdőszéli házak hamvadnak el megfeszül
az utak kő teste esztelen fájás
bujkál a fák ereiben
egyre erősebb a szél
egyre sötétebb a hó

testvéreim
titeket senki sem szeretett de holnap
kiléptek a hold
sugaraira
szemetek megszépül vérfoltokat mostok
kezeitekről ajkaitokról
körétek nőnek a fák
megcsendesül az éj is s langyos hamut hord
a szél meddő földjeitekre

∗∗∗

Vous n’étiez aimés de personne

Lentement la nuit devient vieille sur son visage pâle
les étoiles tombent sans arrêt
tombent dans les profondes rivières sombres
et dans les sombres forêts profondes tombent
les étoiles

blanches
maisons à la lisière de la forêt en cendres se tend
le corps caillouteux des routes la douleur insensée
se dérobe dans les veines des arbres
le vent est de plus en plus fort
et la neige de plus en plus sombre

mes frères
vous n’étiez aimés de personne mais demain
vous marcherez sur les rayons
de la lune
vos yeux pleins de beauté vous laverez les taches de sang
sur vos mains sur vos lèvres
autour de vous pousseront des arbres
la nuit aussi se calmera et la cendre tiède
le vent la portera sur vos terres stériles

Agota Kristof

(Traduit du hongrois par Maria Maïlat)

da “Agota Kristof, Clous -Szögek”, Poèmes hongrois et français, Éditions Zoé, 2016

Forse mi lascerà del tuo bel volto – Alfonso Gatto

Foto di Anka Zhuravleva

 

Forse mi lascerà del tuo bel volto
amore un soffio e la celeste sera
disparirà come un silenzio intorno.
Era la neve dolce del tuo passo
e la città dai poveri cantieri
spegneva al cielo fumido l’azzurro
riverbero dei muri. Mi parlavi
sciolta dal busto come una fanciulla
e lontana da te, quasi in un sogno,
io ti vedevo scendere nel dolce
sentiero della sera, aprire l’ombra.

Una parola basta sul tuo cuore,
e nessuno di te saprà mai dire
il silenzio che imbianca del tuo soffio.
Solo la notte, di cui passa eguale
la luna nei miei sogni e ferma al cielo
gli alberi, i colli e sui cipressi il vento.

Nel suo tepido oblio che l’oriente
strugge di care lontananze e d’ombre,
io so che il giorno ti soccorre, vivi,
e dimentichi i sogni e la mia voce.
Mi resta solo del tuo bene l’aria,
un passato di nulla, una parola.

Alfonso Gatto

da “Arie e ricordi” (1940-1941), in “Poesie 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

Torre di Arnolfo – Piero Bigongiari

Foto di Silena Lambertini

 

È vero questo scendere del fiume
è vera l’acqua, la mota, la luce
immota sul perpetuo suo sottrarsi
come nell’illusione, orma, un pensiero.
Dove ti appoggi, piú non trovi uguale
alla carezza l’impeto, all’ardore
la fiamma: e nel crollare dei tizzoni
è larva che consegna a verità
l’antico sforzo ed il futuro, l’essere
che è al non essere che non è:
che non è uguale, ma che è uguale.
E v’è patto tra questa andante tenebra
nella luce e il ritornare tenebra
della luce: cosí lontana a riva
trova fermezza al suo rancore.

                                                        Chi
ha gridato non ha gridato invano
ed il sangue versato, cancellato
dalla ruota che tritura del tempo,
attende in vasi colmi nei cellieri
vietati all’uomo ma che l’uomo tenta
di aprire – ladro o vindice, non sa –
giustizia.

               Per giustizia sono morti
i vivi che credevan di pensare
– non si vive se non pensando, ha detto
chi ha seguito il disegno nella trama –
ed avanzano in uno stesso tempo
incerto e consegnano a un morto che vive
parole, sangue, lacrime: il sapore
dell’illusione su cui troppo grava
– troppo vivo – il pensiero che leva orma
dietro orma tra l’uno e l’altro polo.
Se chi t’apre la porta è solo un morto.

Io qui ti attendo, solo in questa piazza,
risalgo il fiume, torno indietro, attendo
qui dove anche se non vieni sei:
sotto la mole d’una torre che
leva od aggiunge, non so, al tempo le ore:
grigia vuole la luce febbrile della sera.

Piero Bigongiari

2 marzo ’59

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Farfalla – Josif Alexandrovic Brodskij

Giovanni Gastel, metamorfosi Magaryta, 2013

I

Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare «vita»
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.

II

Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III

Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV

Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù, come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI

Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII

Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI

Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono puntine
né per il buio.

XIII

Ti dirò « Addio »?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

Josif Alexandrovic Brodskij

1972

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

***

Бабочка

I

Сказать, что ты мертва?
Но ты жила лишь сутки.
Как много грусти в шутке
Творца! едва
могу произнести
”жила” — единство даты
рожденья и когда ты
в моей горсти
рассыпалась, меня
смущает вычесть
одно из двух количеств
в пределах дня.

II

Затем что дни для нас —
ничто. Всего лишь
ничто. Их не приколешь,
и пищей глаз
не сделаешь: они
на фоне белом,
не обладая телом,
незримы. Дни,
они как ты; верней,
что может весить
уменьшенный раз в десять
один из дней?

III

Сказать, что вовсе нет
тебя? Но что же
в руке моей так схоже
с тобой? и цвет —
не плод небытия.
По чьей подсказке
и так кладутся краски?
Навряд ли я,
бормочущий комок
слов, чуждых цвету,
вообразить бы эту
палитру смог.

IV

На крылышках твоих
зрачки, ресницы —
красавицы ли, птицы —
обрывки чьих,
скажи мне, это лиц,
портрет летучий?
Каких, скажи, твой случай
частиц, крупиц
являет натюрморт:
вещей, плодов ли?
и даже рыбной ловли
трофей простерт.

V

Возможно, ты — пейзаж,
и, взявши лупу,
я обнаружу группу
нимф, пляску, пляж.
Светло ли там, как днем?
иль там уныло,
как ночью? и светило
какое в нем
взошло на небосклон?
чьи в нем фигуры?
Скажи, с какой натуры
был сделан он?

VI

Я думаю, что ты —
и то, и это:
звезды, лица, предмета
в тебе черты.
Кто был тот ювелир,
что, бровь не хмуря,
нанес в миниатюре
на них тот мир,
что сводит нас с ума,
берет нас в клещи,
где ты, как мысль о вещи,
мы — вещь сама?

VII

Скажи, зачем узор
такой был даден
тебе всего лишь на день
в краю озер,
чья амальгама впрок
хранит пространство?
А ты — лишает шанса
столь краткий срок
попасть в сачок,
затрепетать в ладони,
в момент ногони
пленить зрачок.

VIII

Ты не ответишь мне
не по причине
застенчивости и не
со зла, и не
затем что ты мертва.
Жива, мертва ли —
но каждой Божьей твари
как знак родства
дарован голос для
общенья, пенья:
продления мгновенья,
минуты, дня.

IX

А ты — ты лишена
сего залога.
Но, рассуждая строго,
так лучше: на
кой ляд быть у небес
в долгу, в реестре.
Не сокрушайся ж, если
твой век, твой вес
достойны немоты:
звук — тоже бремя.
Бесплотнее, чем время,
беззвучней ты.

X

Не ощущая, не
дожив до страха,
ты вьешься легче праха
над клумбой, вне
похожих на тюрьму
с ее удушьем
минувшего с грядущим,
и потому,
когда летишь на луг
желая корму,
приобретает форму
сам воздух вдруг.

XI

Так делает перо,
скользя по глади
расчерченной тетради,
не зная про
судьбу своей строки,
где мудрость, ересь
смешались, но доверясь
толчкам руки,
в чьих пальцах бьется речь
вполне немая,
не пыль с цветка снимая,
но тяжесть с плеч.

XII

Такая красота
и срок столь краткий,
соединясь, догадкой
кривят уста:
не высказать ясней,
что в самом деле
мир создан был без цели,
а если с ней,
то цель — не мы.
Друг-энтомолог,
для света нет иголок
и нет для тьмы.

XIII

Сказать тебе “Прощай”?
как форме суток?
Есть люди, чей рассудок
стрижет лишай
забвенья; но взгляни:
тому виною
лишь то, что за спиною
у них не дни
с постелью на двоих,
не сны дремучи,
не прошлое — но тучи
сестер твоих!

XIV

Ты лучше, чем Ничто.
Верней; ты ближе
и зримее. Внутри же
на все на сто
ты родственна ему.
В твоем полете
оно достигло плоти;
и потому
ты в сутолке дневной
достойна взгляда
как легкая преграда
меж ним и мной.

Иосиф Александрович Бродский

1972

da “Čast’ reči: stichotv, 1972-1976”, Ann Arbor, Mi.: Ardis, 1977

Vita Felix – Maria Grazia Calandrone

Nikolay Aleksandrov, Together to the end

 

Immaginavamo navi
come le stimmate del mare – immaginavamo navi
come steli di fiori marini e vette
di mare in terra – immaginavamo il rumore dell’isola, il mare che batteva come una fontana
alta e la terra era impregnata e dolce
e senza dolore – e certamente questo immaginare
era tornare
al paradiso per la strada aperta
dalle parole e i corpi
si muovevano tenui e disumani come se il mondo dovesse ancora venire. Se tu parlavi io vedevo l’isola
dove i morti chiariscono
corpi fatti di rami e fili d’erba,
stanno seduti con il sole in faccia sulla piccola costruzione del molo. Falde di luce che perfezioniamo.
Se tu parlavi io vedevo l’isola
con il giallo sferzante delle ginestre, l’attracco
silenzioso delle barche, la piazzetta in cemento, i cubi bianchi
dove siedono parallele le nostre figure
con occhi carichi di sguardo umano
e gli affetti lasciati nelle case
come una foce dimenticata.
Siamo una compagine di vento
un canneto di carne lapidata
un fluttuare canoro di risorti
che perdono
lacrime
dall’occhio interno
perché il vento deve restare vento
e la cenere cenere fino alla fine del mondo
perché questo lasciare che accada
è piú dell’amore, questo dire
chi deve andare vada.

Maria Grazia Calandrone

Roma, 26 febbraio 2009

da “Indizi sulle fondamenta della luna nuova”, in “Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti”, Crocetti Editore, 2010