«Hai occhio» – Paul Celan

Paul Celan & Gisèle Celan-Lestrange

 

Hai occhio
per l’uncino nella
parete del mio cuore,
orecchio
per il dialogo tenuto fra noi,
lui
e me,
come se ci fosse
spazio per tutto il già detto?
 
Se piú non l’hai,
voglio tornare
ed esser lui.

Paul Celan

22-9-1956

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

«Hast du ein Aug»

Hast du ein Aug
für den Widerhaken
in meiner Herzwand,
ein Ohr
für das Gespräch, das wir führen,
er
und ich,
als sei
Raum da für alles Gesagte?
 
Hast du keins mehr,
so will ich noch einmal kommen
und er sein.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

«A volte sono velo a volte specchio» – Bidel Dehlavi

Inbearable lightness of Being by Liudmila Wilchevskaya

 

A volte sono velo a volte specchio
del tuo splendore, e trasalisco attonito
dell’immagine tua nel mio pensiero.¹

Non dell’acqua né della terra
del conforto s’impasta e foggia
l’essenza della mia passione:
sono la folle polvere
di malinconia che il fremito solleva
della tua gazzella fuggitiva.

Io volo e sfiora il cielo l’orlo
del mio cappello, più in alto ancora
proprio perché umiliati io e il desiderio
le ali spezzate abbiamo a causa tua.

Davanti al sommo bisogno s’incurva
la mia schiena come l’anello
da schiavo del mio orecchio,
e se ascendo più in alto fino al cielo
la falce divento della tua luna.

Non distinguo più alcuna differenza
tra il farsi niente e il permanere eterno,
ma vedo bene che un atomo sono
dell’infinito tuo eterno sole.

Che importa se questo mio tempo
me non riconosce! Il tuo specchio anch’io
ormai son diventato: specchio
della Bellezza tua sulle altre eccelsa.

Come potrebbe non gloriarsi il nero
incenso² mio che è stato acceso ed arde?
Arde il respiro e ardono i sospiri
cercando il nero neo del volto tuo.

Che mai sia colpito nessuno
dalle invidie dell’emula contesa!
Riarse l’henné dei tuoi piedi vedendo
anche me dal tuo piede calpestato.

Non per le mie lacrime rugiada
sarò della tua primavera:
eccomi invece venditore che offre
il succo del sudore del suo volto
acceso di vergogna
al mostrarsi davanti agli occhi tuoi.

Neanche me stesso col pensiero
mio imperfetto so raggiungere.
Oh, strano mio desiderio! Io desidero
in te la perfezione tua raggiungere.

È qui nel sommo che mirabilmente
terrore e pace posano insieme:
sia nel chiuso del nido che nel volo
sono tue le ali che mi coprono.

Non so nulla di me se non per poco.
So che ero solo sguardo di passione,
e sono adesso solo la visione
che il volto tuo immagina e figura.

Il terreno dell’alta gnosi è mondo
dalle radici della dualità.
Perché non esco ormai fuori di me?
Non sono che il tuo arbusto a sé alienato.

M’arde, o Bidel l’Amantesenzacuore,³
la vergogna d’esser privo di un cuore!
No, non posseggo il cuore: ma mi strugge
lo stesso di te la malinconia
per la mancanza e per il desiderio.

Mawlānā Abul-Ma’āni Mirzā Abdul-Qādir Bēdil

(Traduzione di Carla De Bellis e Iman Mansub Basiri)

da “A volte velo a volte specchio”, Liriche persiane (secc. IX-XIX), Editore San Marco dei Giustiniani, 2014

¹L’elegante ḡazal di Bidel rappresenta l’immaginario raffinato e complicato tipico dello stile indiano. La figura dello “specchio”, che appare nel primo verso, è molto diffusa nelle poesie di Bidel. Il ritornello (radif) del ḡazal, che contiene il pronome “tu”, indicato nella traduzione italiana tramite il possessivo “tuo”, mette in evidenza la concentrazione continua del poema sull’oggetto d’amore.
² Questo incenso nero in persiano viene chiamato “(e)sepand” o  “esfand”, che letteralmente significa “santo”. Esso viene tratto dalla Peganum harmala: i semi secchi di questa pianta, spesso mischiati con altri ingredienti, vengono posti sul fuoco ed esplodono rumorosamente. Il “sepand” tradizionalmente si ritiene utile contro il malocchio.
³ II verso è basato sulla paronomasia fra Bidel (pseudonimo poetico ovvero taḵallos del poeta)  e “bi-del” che significa “invaghito”: letteralmente “senza cuore”, “chi ha perso il cuore nell’amore”.

Ma il mio amore non smette – Maria Grazia Calandrone

Pierre Houcmant, Veronique Comme une Statue

 

Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.

Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.

Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.

Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.

Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

Maria Grazia Calandrone

testo tratto dalla rivista “Caffè Michelangiolo”, anno XVI, n. 1, gennaio-aprile 2011, Mauro Pagliai Editore

Io non lo so con certezza – Jaime Sabines

Montserrat Gudiol, El Beso, 1974

 

Io non lo so con certezza, però immagino
che una donna e un uomo
un giorno si amano,
rimangono soli poco a poco,
qualcosa nel loro cuore gli dice che sono soli,
soli sulla terra si penetrano,
si uccidono l’un l’altro.

Tutto accade in silenzio. Come
si fa luce dentro l’occhio.
L’amore unisce corpi.
In silenzio vanno riempiendosi l’un l’altro.

Un giorno qualunque si svegliano, sopra altre braccia;
pensano allora che è tutto chiaro.
Si vedono nudi e sanno tutto.

(Io non lo so con certezza. Lo immagino.)

Jaime Sabines

(Traduzione di Marco Nifantani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XII, Gennaio 1999, N. 124, Crocetti Editore

***

Yo no lo sé de cierto…

Yo no lo sé de cierto, pero supongo
que una mujer y un hombre
un día se quieren,
se van quedando solos poco a poco,
algo en su corazón les dice que están solos,
solos sobre la tierra se penetran,
se van matando el uno al otro.

Todo se hace en silencio. Como
se hace la luz dentro del ojo.
El amor une cuerpos.
En silencio se van llenando el uno al otro.

Cualquier día despiertan, sobre brazos;
piensan entonces que lo saben todo.
Se ven desnudos y lo saben todo.

(Yo no lo sé de cierto. Lo supongo.)

Jaime Sabines

da “Antología poética”, Fondo de Cultura Economica, Chile, 1994

11 febbraio 1946 – Primo Levi

Foto di Mikko Lagerstedt

 

Cercavo te nelle stelle
Quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto di te alle montagne,
Ma non mi diedero che poche volte
Solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
Meditai la bestemmia insensata
Che il mondo era uno sbaglio di Dio,
Io uno sbaglio nel mondo.
E quando, davanti alla morte,
Ho gridato di no da ogni fibra,
Che non avevo ancora finito,
Che troppo ancora dovevo fare,
Era perché mi stavi davanti,
Tu con me accanto, come oggi avviene,
Un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu.

Primo Levi

11 febbraio 1946

da “Ad ora incerta”, Garzanti Editore, 1984