Rebus n. 19 – Edoardo Sanguineti

Foto di Édouard Boubat

19.

TEMA:
             sei diventato un nonno: esprimi, in breve, le tue impressioni, le tue emozioni, ecc.:
                           SVOLGIMENTO:
                                                    quando l’ho vista, il 9 pomeriggio, la prima volta,
dormiva tutta, a pancia molle, giù: (con le solite braccia mezze tese, i mezzi
pugni chiusi): quando invece si è risvegliata, silenziosa, dopo poco (è taciturna,
in genere, mi sembra), mi ha esaminato con preoccupazione (quasi spavento,
misera), arricciandosi un suo abbozzo di sopracciglia incolori:
                                                                                                                   (ma, allora,
in un istante io l’ho tranquillizzata, con esercitati effetti (e affetti) vocali,
sperimentati, ora fa un secolo, pare, sopra il suo padre):
                                                                                                        ho presenziato così,
potrò poi dire, qualche volta, ancora, con i miei occhi sereni, illesi, al mio
trapianto dei miei occhi medesimi, infilati con delicata pazienza, al primo colpo,
dentro un’ereditaria microfaccia eterosessuale, eccessivi: (che mi resistano vivi):

Edoardo Sanguineti

da “Mikrokosmos”, Feltrinelli Editore, 2004

Io sono verticale – Sylvia Plath

 

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la radice nel suolo
che succhia minerali e amore materno
per poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh, dipinta di colori stupendi,
ignara di dover presto sfiorire.
In confronto a me, un albero è immortale
e la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra.

Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente–
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno, e i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath

28 marzo 1961

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Attraversando l’acqua”, in “I capolavori di Sylvia Plath”, A. Mondadori Editore, 2004

***

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimallight of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them–
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

Sylvia Plath

da “Crossing the Water: Transitional Poems”, Edited by Ted Hughes, New York: Harper, 1971

Mattino di sole – Roberto Deidier

Edward Hopper, Morning Sun, 1952

 

Lei sta seduta in mezzo al letto,
I piedi puntati alla finestra,
Quel letto coperto da un sudario
Che nessuno nella notte avrà indossato.

Sopra cornici tutte uguali batte un sole
Uniforme. È una figura assente,
Come in un gioco d’espressione.
Getta l’ombra dall’interno alla parete.

Una seconda finestra alle sue spalle,
Nude, non fosse per la sottana
Che certo doveva aver brillato
Di un altro rosso; e le mani trattengono

I ginocchi, cadono a croce sugli stinchi.
Ma è il suo volto, il volto senz’occhi,
Un buco nero tra l’orecchio e la fronte.
Io guardo avanti nella luce del tempo,

Sembra dire e intanto fissa un punto
A lei sola noto. Tra il corpo
E il giorno, dove non sa dormire
L’esperienza di un’arte proibita.

Quelle labbra serrate, ancora sporche
E lo sbavo del trucco sulla guancia.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

Nella bella penombra – André Breton

André Kertész, Distorsione n. 40, 1933

 

Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi piú profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già piú
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

André Breton

(Traduzione di Giordano Falzoni)

da “André Breton, Poesie”, Einaudi, Torino, 1967

***

Au beau demi-jour de 1934
L’air était une splendide rose couleur de rouget
Et la forêt quand je me préparais à y entrer
Commençait par un arbre à feuilles de papier à cigarettes
Parce que je t’attendais
Et que tu te promènes avec moi
N’importe où
Ta bouche est volontiers la nielle
D’où repart sans cesse la roue bleue diffuse et brisée qui monte
Blêmir dans l’ornière
Tous les prestiges se hâtaient à ma rencontre
Un écureuil était venu appliquer son ventre blanc sur mon cœur
Je ne sais comment il se tenait
Mais la terre était pleine de reflets plus profonds que ceux de l’eau
Comme si le métal eût enfin secoué sa coque
Et toi couchée sur l’effroyable mer de pierreries
Tu tournais
Nue
Dans un grand soleil de feu d’artifice
Je te voyais descendre lentement des radiolaires
Les coquilles même de l’oursin j’y étais
Pardon je n’y étais déjà plus
J’avais levé la tête car le vivant écrin de velours blanc m’avait quitté
Et j’étais triste
Le ciel entre les feuilles luisait hagard et dur comme une libellule
J’allais fermer les yeux
Quand les deux pans du bois qui s’étaient brusquement écartés s’abattirent
Sans bruit
Comme les deux feuilles centrales d’un muguet immense
D’une fleur capable de contenir toute la nuit
J’étais où tu me vois
Dans le parfum sonné à toute volée
Avant qu’elles ne revinssent comme chaque jour à la vie changeante
J’eus le temps de poser mes lèvres
Sur tes cuisses de verre

André Breton

da “L’air de l’eau”, Éditions Cahiers d’Art, 1934

«Sono quello che non ha valigie da portare» – Roberto Deidier

Walker Evans, Dressing Stand with Mirror Reflection of Bed, 1930

 

Sono quello che non ha valigie da portare,
File che m’attendono, biglietti da mostrare.

Sono quello che ogni volta resta a terra,
Guardandoti andare, senza voltarti.

Non ho malinconia per me
E non ti penso rifacendo la strada.

Ma c’è un dolore nella tua casa vuota
Dove piano risuonano altri passi,
C’è un dolore, un riverbero
Che batte sul letto ricomposto
E c’è qualcuno che riordina in silenzio
Con la stessa nostra discrezione
Dei non visti, usciti di nascosto.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014