Vicolo – Salvatore Quasimodo

Foto di Ferdinando Scianna

 

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile,
e s’udiva la notte un pianto
di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio.

Salvatore Quasimodo

da “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

L’ospedale – Patrick Kavanagh

Patrick Kavanagh

 

Un anno fa mi innamorai del reparto
Di un ospedale: stanzette quadrate e allineate,
Semplice calcestruzzo, lavelli – un obbrobrio per un esteta,
Senza considerare il russare del vicino di letto.
Ma nulla di nulla è estraneo all’amore,
L’ordinario e il banale può conoscere il suo calore.
Il corridoio conduceva a una scala e sotto
C’era l’inesauribile avventura di un cortile di ghiaia.

Questo è ciò che l’amore fa alle cose: il ponte di Rialto,
Il cancello principale che fu incurvato da un pesante camion,
La sedia in fondo a un capannone che era un’esca per il sole.
Dar nome a queste cose è l’atto d’amore e la prova che esiste;
Perché dobbiamo registrare il mistero d’amore senza sproloqui,
Carpire al tempo l’intensità di ciò che passa.

Patrick Kavanagh

(Traduzione di Saverio Simonelli)

da “Andremo a rubare in cielo”, Ancora, 2009

∗∗∗

The Hospital

A year ago I fell in love with the functional ward
Of a chest hospital: square cubicles in a row
Plain concrete, wash basins – an art lover’s woe,
Not counting how the fellow in the next bed snored.
But nothing whatever is by love debarred,
The common and banal her heat can know.
The corridor led to a stairway and below
Was the inexhaustible adventure of a gravelled yard.

This is what love does to things: the Rialto Bridge,
The main gate that was bent by a heavy lorry,
The seat at the back of a shed that was a suntrap.
Naming these things is the love-act and its pledge;
For we must record love’s mystery without claptrap,
Snatch out of time the passionate transitory.

Patrick Kavanagh

da “Collected Poems”, W. W. Norton & Company, 1964

In automobile, di notte – Seamus Heaney

Gérard Laurenceau, dalla serie A Langueur De Rues

 

Gli odori delle cose comuni
erano nuovi nel viaggio notturno per la Francia:
pioggia e fieno e boschi nell’aria
creavano correnti calde nell’automobile.

I segnali imbiancavano senza tregua.
Montreuil, Abbéville, Beauvais
eran promesse, promesse, venivano e se ne andavano,
ogni luogo pieno compimento del nome.

Una mietitrebbia si lamentava per l’ora tarda,
emorragia di semi traverso il fanale.
Un bosco bruciava in un incendio senza fiamma.
Ad uno ad uno chiudevano i caffè.

Ho pensato a te continuamente
a mille miglia a sud, dove l’Italia
si appoggiava alla Francia a globo spento.
Le cose comuni qui erano nuove.

Seamus Heaney

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Una porta sul buio”, Guanda, Parma, 1996

∗∗∗

Night Drive

The smells of ordinariness
Were new on the night drive through France:
Rain and hay and woods on the air
Made warm draughts in the open car.

Signposts whitened relentlessly.
Montreuil, Abbéville, Beauvais
Were promised, promised, came and went,
Each place granting its name’s fulfilment.

A combine groaning its way late
Bled seeds across its work-light.
A forest fire smouldered out.
One by one small cafés shut.

I thought of you continuously
A thousand miles south where Italy
Laid its loin to France on the darkened sphere.
Your ordinariness was renewed there.

Seamus Heaney

da “Door into the Dark”, Faber and Faber Limited, London, 1969

«L’egual vita diversa urge intorno» – Clemente Rebora

Michael Kenna, Crumbling Boardwalk, Shiga, Honshu, Japan, 2003

I

L’egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m’avvio
nell’incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.
Perde, chi scruta,
l’irrevocabil presente;
né i melliflui abbandoni
né l’oblioso incanto
dell’ora il ferreo bàttito concede.
E quando per cingerti io balzo
– sirena del tempo –
un morso appena e una ciocca ho di te:
o non ghermita fuggi,  e senza grido
nel pensiero ti uccido
e nell’atto mi annego.

Se a me fusto è l’eterno,
fronda la storia e patria il fiore,
pur vorrei maturar da radice
la mia linfa nel vivido tutto
e con alterno vigore felice
suggere il sole e prodigar il frutto;
vorrei palesasse il mio cuore
nel suo ritmo l’umano destino,
e che voi diveniste – veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà –
l’aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore il mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, rècalo
al tuo bene e al tuo male:
e non ti sarà oscuro.

Clemente Rebora

 da “Frammenti lirici”, Interlinea, 2008

Elegia – Jorge Louis Borges

Grete Stern, Autorretrato, 1943

 

Oh destino di Borges,
aver navigato per i diversi mari del mondo
o per l’unico e solitario mare dai diversi nomi,
essere stato una parte di Edimburgo, di Zurigo o delle due Cordova,
della Colombia e del Texas,
esser tornato, dopo il mutare di generazioni,
alle antiche terre della sua stirpe,
all’Andalusia, al Portogallo e alle contee
dove il sassone guerreggiò con il danese e mescolarono il loro sangue,
aver errato per il rosso e tranquillo labirinto di Londra,
essere invecchiato in tanti specchi,
aver cercato invano lo sguardo di marmo delle statue,
aver esaminato litografie, atlanti, enciclopedie,
aver visto le cose che vedono gli uomini,
la morte, il lento farsi giorno, la pianura
e le delicate stelle,
e non aver visto nulla o quasi nulla
fuorché il viso d’una ragazza di Buenos Aires,
un viso che non vuole lo ricordi.
Oh destino di Borges,
forse non più strano del tuo.

Jorge Louis Borges

Bogotà, 1963

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’altro, lo stesso”, Adelphi, Milano, 2002

∗∗∗

Elegía

Oh destino el de Borges,
haber navegado por los diversos mares del mundo
o por el único y solitario mar de nombres diversos,
haber sido una parte de Edimburgo, de Zurich, de las dos Córdobas,
de Colombia y de Texas,
haber regresado, al cabo de cambiantes generaciones,
a las antiguas tierras de su estirpe,
a Andalucía, a Portugal y a aquellos condados
donde el sajón guerreó con el danés y mezclaron sus sangres,
haber errado por el rojo y tranquilo laberinto de Londres,
haber envejecido en tantos espejos,
haber buscado en vano la mirada de mármol de las estatuas,
haber examinado litografías, enciclopedias, atlas,
haber visto las cosas que ven los hombres,
la muerte, el torpe amanecer, la llanura
y las delicadas estrellas,
y no haber visto nada o casi nada
sino el rostro de una muchacha de Buenos Aires,
un rostro que no quiere que lo recuerde.
Oh destino de Borges,
tal vez no más extraño que el tuyo.

Jorge Louis Borges

Bogotá, 1963

da “El otro, el mismo”, Buenos Aires: Emecé, 1969