La mattina dopo – Tony Harrison

I

Il fuoco da solo avrebbe covato settimane.
Fili del telefono fusi, vernice scrostata da cancelletti
e finestre rotte. Tutta la strada puzza
di crine bruciato. Eppure la festa continua.

La gente piange, ma il caldo secca le lacrime.
Le facce avvampano di fiamme, birra, sollievo
e un tale senso di festa sulla strada
ancora mi dice gioia, pur se il dolore pesa.

E quel senso di gioia pubblica, oggi oscurato,
con adulti provati dalla guerra pazzamente felici
non è mai ritornato da quando a otto anni
vidi la gente di Leeds ballare e cantare.

C’è ancora sulla strada il cerchio scuro e bruciato.
Il mattino dopo noi ragazzini aiutammo a spruzzare
le molle roventi dei materassi fumanti
e ciottoli che bollivano di pece nera per V-Jay.

II

Il Sol Levante si annerí su quelle fiamme.
Lingue di fuoco crepitanti ne consumarono i raggi.
Hiroshima, Nagasaki erano solo nomi
per noi bambini che godevamo della nostra vampa.

La palla rosso sangue, bruciata e sbrindellata,
salí come un pipistrello sul caldo del falò
sopra i Rule Britannia e le teste sollevate
della gazzarra del quartiere per V-Jay.

Della tenda che oscurava la cucina
mi feci un manto da Conte Dracula.
L’agitai presso il fuoco. Si riempí di fumo.
Dai miei denti di vampiro gocciolava il ketchup.

Quel cerchio di ciottoli bruciati di catrame
è un cielo di notte paurosamente nero,
due interi emisferi ma senza stelle, zodiaco
senza Sagittario e Bilancia, puro zero.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

The Morning After

I

The fire left to itself might smoulder weeks.
Phone cables melt. Paint peels from off back gates.
Kitchen windows crack; the whole street reeks
of horsehair blazing. Still it celebrates.
Though people weep, their tears dry from the heat.
Faces flush with flame, beer, sheer relief
and such a sense of celebration in our street
for me it still means joy though banked with grief.
And that, now clouded, sense of public joy
with war-worn adults wild in their loud fling
has never come again since as a boy
I saw Leeds people dance and heard them sing.
There’s still that dark, scorched circle on the road.
The morning after kids like me helped spray
hissing upholstery spring wire that still glowed
and cobbles boiling with black gas tar for VJ.

II

The Rising Sun was blackened on those flames.
The jabbering tongues of fire consumed its rays.
Hiroshima, Nagasaki were mere names
for us small boys who gloried in our blaze.
The blood-red ball, first burnt to blackout shreds,
took hovering batwing on the bonfire’s heat
above the Rule Britannias and the bobbing heads
of the VJ hokey-cokey in our street.
The kitchen blackout cloth became a cloak
for me to play at fiend Count Dracula in.
I swirled it near the fire. It filled with smoke.
Heinz ketchup dribbled down my vampire’s chin.
That circle of scorched cobbles scarred with tar ’s
a night-sky globe nerve-rackingly all black,
both hemispheres entire but with no stars,
an Archerless zilch, a Scaleless zodiac.

Tony Harrison

da “Sonnets for August, 1945”, in “Tony Harrison, Collected poems”, Viking, 2007

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