Un freddo venire – Tony Harrison

Sandra Lousada, Tony Harrison, 1988

 

Fu un freddo venire il nostro.
T.S. ELIOT, Viaggio dei Magi

Ho visto piegarsi un iracheno carbonizzato
verso me attraverso il parabrezza schiantato,
 
col tergicristallo che pare una penna
pronta a scrivere pensieri per la Terra,
 
col tergicristallo che pare uno strumento
che egli afferra per fare testamento.

Ho visto piegarsi l’iracheno carbonizzato
come un uomo fatto di plastilina

fermo a chiedere la direzione
e queste furono le sue parole:

«Non aver paura se ho scelto te
per questa intervista irripetibile.

Non è forse compito di un poeta della tua scuola
trovare parole per questa maschera paurosa?

Se il tuo apparecchio può registrare
le parole di corde vocali bruciate,

schiaccia RECORD prima che un cane
mi sbrani a metà del mio monologare».

Spinsi il microfono traballante
piú vicino alle ossa sgretolate:

«Ho letto sul giornale che tre uomini assennati
hanno lasciato campioni di sperma congelati,

tre nostri nemici, tre assennati marò
muniti di fialette e foto porno,

tre assennati marines di Seattle
che depositarono lo sperma prima di battersi.

Disse il numero 1: Dio sia ringraziato
il mio seme prezioso l’ho depositato;

e il numero 2: Oh grazie Maria
la mia ultima cartuccia è messa via;

e il numero 3: Se Dio vuole
ho lasciato a mia moglie il mio schizzo migliore.

Cosí se gli toccava di essere gassati
almeno i loro nomi sarebbero restati,

e pur cadaveri freddi nel Kuwait
si sarebbero indirettamente moltiplicati.

Perdona un teschio mezz’arrosto e mezz’osso
se usa un tono cosí poco ortodosso.

Sarà un eccesso di presunzione
ma vorrei aver preso la loro precauzione.

Sembravano maestri del loro fato
a mettere sotto vetro il loro eiaculato.

È stata una trovata propagandistica –
avevano debellato anche la morte fisica! –

disinformazione per confonderci,
noi senza milligrammi postumi?

Quei simbolici milioni di riserva
a me almeno hanno fatto saltare i nervi.

Con la paga di Saddam non è roba da noi
far conservare i nostri spermatozoi.

Triste a dirsi, una tecnologia di tale livello
qui manca. Dobbiamo accontentarci del sesso.

Se sforzando (senza vomitare)
la fantasia puoi evocare

l’immagine di me che tengo avvinta
mia moglie per generare la vita…»

(Lasciai che il teschio si diffondesse
su quella faccenda senza sorprese

e a tempo perso feci il calcolo
del contenuto di un orgasmo:

gli spermatozoi di una eiaculazione
sono pari a tutta la popolazione

dell’Iraq per 12,5, suppergiú,
anche se un 0,5 non c’è piú.

Diciamo che gli spermatozoi erano un bel po’
di volte il numero dei morti,

2.500 per lo meno
(ma la cifra precisa chissà se la sapremo!)

Comunque sia la Morte sembra soverchiata
dalle gocce in vetro di una singola scopata.

Povere gocce, forse vi è toccata
di tutte la sorte piú fortunata

secondo Sofocle, e cioè
«la miglior sorte è non essere»,

un filosofema magari tetro
per chiunque non sia un antico greco,

ma difficile da giudicare eccessivo
se si intervista un tale divo.

Quando si vede un uomo ridotto in quello stato
chi non vorrebbe per sé quel «migliore fato»,

o nel mondo degli Scud e Cruise
non essere se possibile refrigerato,

evitando il destino umano solito
di doverla spuntare per arrivare all’utero?)

Intercettò i miei pensieri e fermò la cassetta:
«La vita non mi è parsa mai futile, fesso!

Anche se tutto l’inferno veniva giú
non ho mai desiderato non vivere piú.

Ero pieno di un tale desiderio
di restare in vita mentre ardevo,

un tale anelito di essere vicino
a mia moglie a letto mentre morivo,

e soprattutto di aver lí generato
un figlio che per la guerra non fosse disperato.

Perciò schiaccia RECORD! Voglio raggiungere
le nazioni belligeranti con le mie parole.

Non guardare da un’altra parte! Lo so che è duro
continuare a fissare un coso scuro,

cosí sfigurato dal fuoco aereo
e pensare che una volta arse di desiderio.

Il fuoco ha portato via metà dei miei tratti
ma una volta erano come quelli dei miei fratelli,

finché qualche ragazzo dai capelli corti al video
dell’Iowa o dell’Idaho,

equipaggiato dal tecnocrate ingegnoso
prese di mira il mio paterno sorriso

e fece la faccia che oggi vedi,
un’armatura per metà coperta di creta,

un’icona in cornice, uno specchio
per i devoti del «calcio in culo»,

una sfera che restituisce lo sguardo
ai vincitori nel loro giorno gagliardo

e alla fine ha la meglio sull’osservatore
che si nasconde dietro al tronfio titolone

o dietro alla bandiera in prima pagina
del «SUN» coi suoi soliti titoli cubitali.

I Greci vittoriosi non invitarono Ettore
a unirsi, spettro incomodo, al loro banchetto,

e chi vorrebbe rovinare la gioia ai boys
dell’Iowa o dell’Illinois

o alle madri anziane in festa
perché i loro bambocci si sono salvati?

Ma i tassì imbandierati di copertine del «SUN»
non giovano alla pace futura.

Le stelle e strisce in grinfie appiccicose
possono gettare i semi di guerre prossime.

Ogni bandiera inglese che i ragazzini sventolano
può piú tardi condurli alla loro tomba.

Ma Dio sia lodato e la bandiera garrisca
(scusa il sarcasmo di un povero teschio!),

Topi del Deserto e Tempestatori del Deserto,
senza cicatrici e (forse) senza traumi,

I depositatori di sperma sono tutti tornati
a fare figli come hanno sempre fatto.

Con seme direttamente seminato dal seminatore
buttate via gli spermatozoi nel refrigeratore!

Menti pure, di’ che mi hai visto sorridere
vedendo il soldato abbracciare il figlio.

Menti pure, di’ che perdono
di essere stato annientato dai B 52,

fingi che perdono e mando assolto chi ancora
fa mentre io son morto,

fingi che ha la benedizione dell’uomo bruciato,
e allora forse mi sarà risparmiato

confessare che il fuoco bruciò la vergogna
delle cose fatte in nome di Saddam,

le morti, torture e deportazioni,
le nubi nere sotto cui stiamo tutti.

Di’ che sorrido e che trovo scuse
per gli Scud lanciati su Israele.

Fingi che ho l’immaginazione
di vedere il mondo oltre una sola nazione.

Sta a te, poeta, illudere
che voglio che il nemico sia con me.

È piú facile trovare parole accomodanti
per questa maschera muta come stronzi secchi.

Perciò menti, di’ che l’uomo di carbone ha riso
a vedere il soldato abbracciare suo figlio.

Questo rictus spalancato una volta rallegrò
qualche vecchio cuore lassú a Baghdad,

cuori che invecchiano di minuto in minuto
mentre i camion rientrano e io non ci sono.

Ti ho incontrato però, e detto quel che mi pare,
che tu hai registrato. Ora va’ pure».

Lo fissai e lui mi rese lo sguardo
vedendomi attraverso fino all’Iraq.

Guardando dalla parte che guardava lui
vidi la fiala ghiacciata della distruzione,

una provetta gelata nell’oscurità,
culla e Kaaba, Arca dell’Allenza,

un pellegrinaggio di Croce e Crescente,
la sospensione fredda del Presente.

Arcobaleni con sette tonalità di nero
dal Kuwait all’Iraq coprivano il cielo,

e la pentola ghiacciata era stracolma
non di oro ma di uomini on the rocks,

i geni congelati che non si scioglieranno
finché il mondo non rinuncerà alla guerra,

sperma freddo meticolosamente inscatolato
per non essere mai carbonizzatore o carbonizzato,

Betlemme in fiala di un millennio maledetto
da Cruise e da Scud, che raggela ogni venire.

Proseguii. Schiacciai REWIND e PLAY
e udii l’uomo carbonizzato dire:

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

A Cold Coming

‘A cold coming we had of it.’
(T. S. Eliot, ‘Journey of the Magi’)

I saw the charred Iraqi lean
towards me from bomb-blasted screen,

his windscreen wiper like a pen
ready to write down thoughts for men,

his windscreen wiper like a quill
he’s reaching for to make his will.

I saw the charred Iraqi lean
like someone made of Plasticine

as though he’d stopped to ask the way
and this is what I heard him say:

‘Don’t be afraid I’ve picked on you
for this exclusive interview.

Isn’t it your sort of poet’s task
to find words for this frightening mask?

If that gadget that you’ve got records
words from such scorched vocal chords,

press RECORD before some dog
devours me mid-monologue.’

So I held the shaking microphone
closer to the crumbling bone:

‘I read the news of three wise men
who left their sperm in nitrogen,

three foes of ours, three wise Marines
with sample flasks and magazines,

three wise soldiers from Seattle
who banked their sperm before the battle.

Did No. 1 say: God be thanked
I’ve got my precious semen banked.

And No. 2: O Praise the Lord
my last best shot is safely stored.

And No. 3: Praise be to God
I left my wife my frozen wad?

So if their fate was to be gassed
at least they thought their name would last,

and though cold corpses in Kuwait
they could by proxy procreate.

Excuse a skull half roast, half bone
for using such a scornful tone.

It may seem out of all proportion
but I wish I’d taken their precaution.

They seemed the masters of their fate
with wisely jarred ejaculate.

Was it a propaganda coup
to make us think they’d cracked death too,

disinformation to defeat us
with no post-mortem millilitres?

Symbolic billions in reserve
made me, for one, lose heart and nerve.

On Saddam’s pay we can’t afford
to go and get our semen stored.

Sad to say that such high tech’s
uncommon here. We’re stuck with sex.

If you can conjure up and stretch
your imagination (and not retch)

the image of me beside my wife,
closely clasped creating life …

(I let the unfleshed skull unfold
a story I’d been already told,

and idly tried to calculate
the content of ejaculate:

the sperm in one ejaculation
equals the whole Iraqi nation

times, roughly, let’s say, 12.5
though that .5’s not now alive.

Let’s say the sperms were an amount
so many times the body count,

2,500 times at least
(but let’s wait till the toll’s released!).

Whichever way Death seems outflanked
by one tube of cold bloblings banked.

Poor bloblings, maybe you’ve been blessed
with, of all fates possible, the best

according to Sophocles i.e.
‘the best of fates is not to be’

a philosophy that’s maybe bleak
for any but an ancient Greek

but difficult these days to escape
when spoken to by such a shape.

When you see men brought to such states
who wouldn’t want that ‘best of fates’

or in the world of Cruise and Scud
not go kryonic if he could,

spared the normal human doom
of having made it through the womb?)

He heard my thoughts and stopped the spool:
‘I never thought life futile, fool!

Though all Hell began to drop
I never wanted life to stop.

I was filled with such a yearning
to stay in life as I was burning,

such a longing to be beside
my wife in bed before I died,

and, most, to have engendered there
a child untouched by war’s despair.

So press RECORD! I want to reach
the warring nations with my speech.

Don’t look away! I know it’s hard
to keep regarding one so charred,

so disfigured by unfriendly fire
and think it once burned with desire.

Though fire has flayed off half my features
they once were like my fellow creatures’,

till some screen-gazing crop-haired boy
from Iowa or Illinois,

equipped by ingenious technophile
put paid to my paternal smile

and made the face you see today
an armature half-patched with clay,

an icon framed, a looking glass
for devotees of ‘‘kicking ass’’,

a mirror that returns the gaze
of victors on their victory days

and in the end stares out the watcher
who ducks behind his headline: GOTCHA!

or behind the flag-bedecked page 1
of the true to bold-type-setting SUN!

I doubt victorious Greeks let Hector
join their feast as spoiling spectre,

and who’d want to sour the children’s joy
in Iowa or Illinois

or ageing mothers overjoyed
to find their babies weren’t destroyed?

But cabs beflagged with SUN front pages
don’t help peace in future ages.

Stars and Stripes in sticky paws
may sow the seeds for future wars.

Each Union Jack the kids now wave
may lead them later to the grave.

But praise the Lord and raise the banner
(excuse a skull’s sarcastic manner!)

Desert Rat and Desert Stormer
without scars and (maybe) trauma,

the semen-bankers are all back
to sire their children in their sack.

With seed sown straight from the sower
dump second-hand spermatozoa!

Lie that you saw me and I smiled
to see the soldier hug his child.

Lie and pretend that I excuse
my bombing by B52S,

pretend I pardon and forgive
that they still do and I don’t live,

pretend they have the burnt man’s blessing
and then, maybe, I’m spared confessing

that only fire burnt out the shame
of things I’d done in Saddam’s name,

the deaths, the torture and the plunder
the black clouds all of us are under.

Say that I’m smiling and excuse
the Scuds we launched against the Jews.

Pretend I’ve got the imagination
to see the world beyond one nation.

That’s your job, poet, to pretend
I want my foe to be my friend.

It’s easier to find such words
for this dumb mask like baked dogturds.

So lie and say the charred man smiled
to see the soldier hug his child.

This gaping rictus once made glad
a few old hearts back in Baghdad,

hearts growing older by the minute
as each truck comes without me in it.

I’ve met you though, and had my say
which you’ve got taped. Now go away.’

I gazed at him and he gazed back
staring right through me to Iraq.

Facing the way the charred man faced
I saw the frozen phial of waste,

a test-tube frozen in the dark,
crib and Kaaba, sacred Ark,

a pilgrimage of Cross and Crescent
the chilled suspension of the Present.

Rainbows seven shades of black
curved from Kuwait back to Iraq,

and instead of gold the frozen crock’s
crammed with Mankind on the rocks,

the congealed geni who won’t thaw
until the World renounces War,

cold spunk meticulously jarred
never to be charrer or the charred,

a bottled Bethlehem of this come-
curdling Cruise/Scud-cursed millennium.

I went. I pressed REWIND and PLAY
and I heard the charred man say:

Tony Harrison

da “A Cold Coming: Gulf War Poems”, Newcastle: Bloodaxe Books, 1991

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