La sesta Elegia – Rainer Maria Rilke

Jean-Joseph Perraud, Despair, 1869, Mable, Musée d’Orsay, Paris

 

    Da quanto tempo, albero di fico,
pieno mi appare di profondi sensi
che tu, quasi spregiando metter fiori,
schivo di gloria, il tuo puro mistero
nel frutto infondi maturato in punto.
Come spillo gagliardo di fontana,
la tua curva ramaglia in alto spinge
la linfa, e la dirama. E balza poi,
senza quasi destarsi, dal suo sonno
nella felicità del dolce frutto:
come, nel Cigno, il Nume.
Ma noi, per contro, ci attardiamo… È nostro
vanto, fiorire. E penetriamo, allora,
delusi, ahimè, nella tardiva polpa
del nostro frutto estremo.
Pochi di noi, l’anelito di agire
assale cosí forte, — da bruciarli
a divampar nel maturato frutto
del proprio cuore pieno,
allor che la lusinga di fiorire,
come il piú dolce zèfiro notturno,
bacia il rigóglio della bocca giovine
e le palpebre sfiora.
Forse, gli Eroi;
e i giovanetti, forse, innanzi tempo
chiamati dal destino oltre la vita:
a cui la Morte giardiniera incurva
diversamente i rami delle vene.
Precipitando, avanzano
il lor proprio sorriso,
come il Re vincitore, la quadriga
nelle serene, cave
immagini di Karnak.

     Maravigliosamente, ai giovinetti
che la Morte rapiva innanzi tempo,
è prossimo l’Eroe.
Nasce compiuto. E non lo tocca il mondo.
Infaticabilmente, egli se stesso
travolge e innalza su, per entro un’altra
costellazione:
quella del suo pericolo inesausto.
Quivi, rimane a molti sguardi occulto.
E, d’improvviso, quel destino buio,
che noi sprofonda in un silenzio eterno,
preso per Lui di veemente amore,
lo rapisce cantando nel suo mondo
entro la romba di bufere immense.
Ma come Lui, non odo alcuno. E il suono,
che ne prorompe, mi percorre a volte
quasi scrosciar di repentini vènti.
Oh come, allora,
difendermi vorrei da questo anelito:
essere un bimbo;
potere ancóra divenir bambino:
e, poggiato alle braccia che saranno,
rileggere la Storia di Sansone:
e della madre, sterile da prima,
alfine giunta a generar l’Eroe.

     Eroe, madre, non era
già nel tuo grembo? E non avea principio
quivi di già la sovrumana scelta
del suo destino?
Mille germi in quel tuo grembo profondo
fermentavano, madre, ad esser Lui.
Egli prese, lasciò, scelse: e divenne.
E quando infranse le colonne al suolo,
fu per balzar dal mondo del tuo corpo
in un mondo piú angusto, ov’ei potesse
scegliere ancóra: ed essere l’Eroe.
O madri degli eroi! Sorgenti pure
di rapinosi fiumi!
Abissi in cui, dall’orlo alto del cuore,
precipitavan giú,
con gemiti infiniti, le fanciulle,
predestinate vittime future
del figlio vostro.
Per le soste d’amore, si scagliava
come vento in bufera il vostro figlio.
Piú in alto, su, lo travolgeva in volo
il palpito per lui di ciascun cuore.
Ma già rivolto altrove, egli sorgeva
ritto al confine estremo dei sorrisi, —
trasfigurato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die sechste Elegie

Feigenbaum, seit wie lange schon ists mir bedeutend,
wie du die Blüte beinah ganz überschlägst
und hinein in die zeitig entschlossene Frucht,
ungerühmt, drängst dein reines Geheimnis.
Wie der Fontäne Rohr treibt dein gebognes Gezweig
abwärts den Saft und hinan: und er springt aus dem Schlaf,
fast nicht erwachend, ins Glück seiner süßesten Leistung.
Sieh: wie der Gott in den Schwan. …… Wir aber verweilen,
ach, uns rühmt es zu blühn, und ins verspätete Innre
unserer endlichen Frucht gehn wir verraten hinein.
Wenigen steigt so stark der Andrang des Handelns,
daß sie schon anstehn und glühn in der Fülle des Herzens,
wenn die Verführung zum Blühn wie gelinderte Nachtluft
ihnen die Jugend des Munds, ihnen die Lider berührt:
Helden vielleicht und den frühe Hinüberbestimmten,
denen der gärtnernde Tod anders die Adern verbiegt.
Diese stürzen dahin: dem eigenen Lächeln
sind sie voran, wie das Rossegespann in den milden
muldigen Bildern von Karnak dem siegenden König.

Wunderlich nah ist der Held doch den jugendlich Toten. Dauern
ficht ihn nicht an. Sein Aufgang ist Dasein; beständig
nimmt er sich fort und tritt ins veränderte Sternbild
seiner steten Gefahr. Dort fänden ihn wenige. Aber,
das uns finster verschweigt, das plötzlich begeisterte Schicksal
singt ihn hinein in den Sturm seiner aufrauschenden Welt.
Hör ich doch keinen wie ihn. Auf einmal durchgeht mich
mit der strömenden Luft sein verdunkelter Ton.

Dann, wie verbärg ich mich gern vor der Sehnsucht: O wär ich,
wär ich ein Knabe und dürft es noch werden und säße
in die künftigen Arme gestützt und läse von Simson,
wie seine Mutter erst nichts und dann alles gebar.

War er nicht Held schon in dir, o Mutter, begann nicht
dort schon, in dir, seine herrische Auswahl?
Tausende brauten im Schoß und wollten er sein,
aber sieh: er ergriff und ließ aus –, wählte und konnte.
Und wenn er Säulen zerstieß, so wars, da er ausbrach
aus der Welt deines Leibs in die engere Welt, wo er weiter
wählte und konnte. O Mütter der Helden, o Ursprung
reißender Ströme! Ihr Schluchten, in die sich
hoch von dem Herzrand, klagend,
schon die Mädchen gestürzt, künftig die Opfer dem Sohn.

Denn hinstürmte der Held durch Aufenthalte der Liebe,
jeder hob ihn hinaus, jeder ihn meinende Herzschlag,
abgewendet schon, stand er am Ende der Lächeln, – anders.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

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